RASSEGNA STAMPA

29 APRILE 2000
GIORGIO CELLI
L'eco di Frankenstein nei laboratori della mitica scienza
I problemi scottanti posti dall'attuale ingegneria genetica: i suoi detrattori la fanno risalire alla mostruosa creatura di Mary Shelley
Jon Turney, "Sulle tracce di Frankenstein", Edizioni di Comunità, pp. 228, L. 38.000
Jean-Marie Pelt, "L'orto di Frankenstein", Feltrinelli, pp. 152, L.22.000
Se è vero che tra il mito e il sogno esistono delle corrispondenze, e si potrebbe ben dire che il mito sia la storia rivisitata in chiave onirica, era fatale che Frankenstein, e la sua mostruosa creatura, fossero state suggerite a Mary Shelley da un incubo. Perché i miti possono esibire due facce, una bianca e una nera, una che esprime la speranza che libera e l'altra che assume la maschera dell'orrore che pietrifica.
L'idea settecentesca, e illuminista, che l'uomo sia un essere "tutto ragione" venne spazzata via dal Romanticismo, che si rese conto, come dimostrerà più tardi Freud, che noi non siamo padroni in casa nostra. Il più pacifico dottor Jekyll lo sappiamo tutti per esperienza personale, nei momenti dell'ira può cadere in balia di un mister Hyde sconosciuto, capace di ogni nefandezza. Quindi, se la scienza, come detta Nietzsche, non è che il relitto di un sogno mitologico, il signore di Montgolfier, cantato da Vincenzo Monti, nasconde sotto l'alibi del sapere il dissennato desiderio del potere, di soggiogare, quindi, e non solo di capire la natura e, alla fin fine, perché no?, di insidiare la stessa natura umana piegandola al capriccio degli apprendisti stregoni di turno.
D'altra parte, perché mai l'uomo che fabbrica 1'uomo attraverso la riproduzione, non dovrebbe fabbricarlo nei suoi laboratori, espropriando Dio, e insieme l'evoluzione dei suoi compiti?
Il mostro di Frankenstein era un collage chirurgico di organi morti di diversa provenienza, e metteva in crisi la nostra identità corporea, gli animali umanizzati del dottor Moreau, nel romanzo di Wells, chiudono il cerchio, presentandosi come delle nuove specie abortive, non modellate dalla selezione naturale, ma dal bisturi.
Il libro di Ion Turney, Sulle tracce di Frankenstein, Edizione di Comunità, delinea, e devo dire in modo davvero esemplare, il percorso di questa avventura insieme scientifica e mitologica, valendosi delle opere degli scrittori e di quegli scienziati che l'hanno resa possibile, mescolando, con un approccio funambolico, le carte del mito, della letteratura, della scienza, e approdando al fine ai problemi scottanti posti dall'attuale ingegneria genetica. La quale, dai suoi detrattori, viene fatta, per l'appunto, risalire al mito di Frankenstein.
Tuttavia se la creatura della Shelley era, come abbiamo accennato, un collage di organi, i mostri transgenici, come vengono chiamati oggi, delle biotecnologie, sono un collage di geni, e mi è consentito così prendere in considerazione un altro libro, a sua volta stampato in questi giorni, diversissimo rispetto a quello di Turney, ma che ha per titolo trasparente L'orto di Frankenstein, edito da Feltrinelli, per la penna di Jean-Marie Pelt.
L'eminente botanico francese entra nel merito propriamente scientifico, e mi obbliga a un indugio esplicativo preliminare. Perché c'è molta confusione su che cosa sono le biotecnologie, e quale sia il loro bersaglio, il Dna. Di che cosa si tratta? E' presto detto: di un doppio filamento a forma di elica che abita nel nucleo delle cellule, sul quale, in bella fila come su di un pallottoliere, si susseguono i geni, le vere e proprie fabbriche di caratteri ereditari degli organismi, quindi anche del nostro corpo. Se noi fossimo non un corpo, ma un libro, sarebbe il Dna che insieme a dei collaboratori e a dei messaggeri ne stamperebbe le parole, obbedendo a un preciso progetto tipografico.
Qualche volta la parole di questo libro immaginario potrebbero presentare dei refusi. Per esempio, scrivere proscrivere al posto di prescrivere, equivale a rovesciare il senso del discorso, quindi a ucciderne il significato. In altri casi, scrivere quasto invece di questo, vuol dire commettere un errore così banale, e così riconoscibile come tale, che il lettore lo corregge da sé, anche se con qualche difficoltà. Possono esistere perfino dei refusi che migliorano l'originale, ma sono tanto rari che io non ne ho reperito alcuno da portare come esempio.
Per passare dalle metafore alla biochimica, anche le sequenze geniche possono presentare degli errori, noti come mutazioni, dei cambiamenti casuali, e imprevedibili, che talora risultano letali, oppure sono all'origine di malformazioni, e in casi rarissimi sono capaci di migliorare la sopravvivenza del portatore.
I geni, lo abbiamo detto all'inizio, sono responsabili di tutti i nostri caratteri corporei, dal colore degli occhi alla forma del nostro naso, dalla nostra resistenza all'influenza alle nostre performance nella corsa, e così via. La maggior parte dei biologi contemporanei, di osservanza darwiniana, più o meno ortodossa che sia, pensa che l'evoluzione degli organismi avvenga attraverso la selezione naturale, che sceglie ì geni buoni, anche se rarissimi, e tende a spazzar via, nel corso delle generazioni, quelli cattivi, in tal modo le mutazioni favorevoli vengono premiate, e gli organismi beneficiati si evolvono, a poco a poco, da una specie a un'altra. Questa lotteria, dove il caso e la selezione naturale si confrontano, si è sempre svolta sul ritmo dei tempi geologici, finché... finché l'uomo, nella seconda metà del Novecento, ha scoperto la struttura del Dna e ha cominciato a lavorarci sopra, dando origine alle cosiddette biotecnologie.
In che cosa consistono? Beh, si tratta di inserire il gene di un organismo nel Dna di un altro, che diventerà così capace dì esprimere un carattere non suo. Faccio un esempio dei più eclatanti: le fragole non possono essere coltivate in pieno campo nelle latitudini più a Nord del nostro pianeta, perché non resistono alle basse temperature. Però si conoscono dei pesci che, in virtù di un gene, sono in grado di resistere ai freddi più intensi. Che cosa hanno pensato, allora, di fare i nuovi alchimisti della biologia? Hanno traslato il gene del pesce nel Dna della fragola, e voilà, l'hanno resa coltivabile al Nord.
Che male c'è, direte voi. Ma se, guarda caso, un consumatore di fragole fosse, povero lui, allergico alla proteina del pesce? Una ipotesi mica tanto fantasiosa, se ci pensate bene, e che potrebbe perfino essere all'origine di emergenze mortali. E' il tallone d'Achille delle biotecnologie: non offrono ancora delle garanzie sufficienti al consumatore! Ci viene il dubbio che le multinazionali stiano trasformando tutti noi nelle loro cavie, e che, alla finestra, si siano messe ad osservare se i prodotti transgenici che ci servono in tavola siano o no delle mine vaganti.
Questo è solo un aspetto del problema biotecnologie sì oppure biotecnologie no, che ho trattato in soldoni, per farmi capire un po' da tutti. Se però si vuole saperne di più, il libro di Pelt assolve egregiamente il suo mandato divulgativo. Ve lo consiglio.
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Biotecnologie