RASSEGNA STAMPA

28 APRILE 2000
DARIO ANTISERI
Ma è stato soprattutto grande negli errori
Non è vero quel che scrive Sartre al termine de Le Parole (1964), e cioè che "la cultura non salva niente né nessuno". Le idee sono la cosa più reale che esista al mondo. Possono essere di grande aiuto e possono portare ai Lager e ai Gulag - per questo la responsabilità degli intellettuali è enorme. E grande è stata la responsabilità di Sartre. Nel 1952 Sartre si avvicina ai comunisti; se ne allontana dopo i fatti di Ungheria; ma nel 1957 egli scriverà che "il marxismo è la filosofia insuperabile del nostro tempo". Nel 1968 abbraccia il movimento del Maggio, incontra i contestatori alla Sorbona, li copre di complimenti- "Per quanto riguarda il 1968, ebbene sì, è stato importante. Per tutti. Ma per me in modo particolare, poiché se mi sono avvicinato ai comunisti è stato perché prima del 1968 alla loro sinistra non c'era nulla, salvo dei trotskisti, che erano, in fondo, dei comunisti infelici". Due anni più tardi, tuttavia, Sartre ammetterà: "Non mi ero reso conto di quel che volevano quei giovani, né di quel che poteva essere il ruolo dei vecchi coglioni come me in quella faccenda". Ancora nel 1975 Sartre dichiarava la validità degli elementi del marxismo, come "la lotta di classe, il plusvalore, ecc." e confessava "stima incondizionata per Mao". Per il marxismo si può mentire: "Effettivamente, dopo la mia prima visita in Urss, dopo il 1954, ho mentito ho scritto un articolo - peraltro portato a termine da Cau, perché io ero malato, ero appena uscito dall'ospedale di Mosca - in cui ho detto a proposito dell'Urss delle cose favorevoli che non pensavo. L'ho fatto da un lato perché ritenevo che quando si è stati invitati da certa gente non si può coprirla di merda non appena rientrati a casa e, dall'altro lato, perché non sapevo con precisione come collocarmi nei confronti dell'Urss e delle mie idee". Forse sarebbe allora stato opportuno attendere, avere idee più precise e non mentire a motivo del fatto che qualcuno ti ha invitato e coperto di onori: onori a copertura di orrori e tragedie. Non c'è dubbio che Sartre abbia abbracciato - sebbene sempre più o meno criticamente - la causa dei comunisti (sovietici, cinesi o cubani) spinto dall'ideale di liberazione degli oppressi. Ma se è vero che "tutta l'avventura umana è una lotta accanita contro la penuria", è altrettanto vero che questa lotta non porterà ad esito in qualche modo positivo senza l'individuazione dei mezzi adeguati al raggiungimento dello scopo.
Sartre ha avversato il capitalismo, non ha capito nulla dell'economia di mercato, che è esattamente la base della libertà politica e del più diffuso benessere. Sartre non aveva sufficienti cognizioni di economia per comprendere da una parte il male endemico del comunismo e dall'altra quello che stava accadendo nei Paesi ad economia libera. Le analisi fenomenologiche e la psicologia non bastano per capire la realtà socio-politica contemporanea - come non bastano, per esempio, per capire il problema dell'emancipazione della donna. È interessante scorrere un lungo colloquio tra Sartre e Simone de Beauvoir sulla questione dell'oppressione della donna e sui movimenti femministi: ricordi di infanzia, considerazioni su questo o quel caso, analisi psicologiche sulla donna borghese e quella non borghese e sui loro rispettivi mariti e l'auspicio finale stando al quale "la lotta femminista potrebbe scuotere la società tanto da sconvolgerla completamente, sempre che resti legata alla lotta delle classi". Tutto questo nella più completa cecità su realtà che effettivamente stavano liberando la donna da schiavitù ataviche. Certo, Popper è ingiusto quando scrive che degli esistenzialisti può solo averne compassione, ma non ha torto allorché asserisce che "la grande liberazione delle schiave domestiche" la dobbiamo agli elettrodomestici. La lavatrice è riuscita a liberare la donna più del femminismo. Per il primo Sartre - quello de L'essere e il nulla - la libertà non è un essere, quanto piuttosto è l'essere dell'uomo: "noi non siamo liberi di cessare di essere liberi". Tale libertà incondizionata consiste nella scelta del proprio essere "e questa scelta è assurda"; l'uomo "è una passione inutile". Tutte le sue attività sono votate per principio allo scacco: "È la stessa cosa, in fondo, ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli". Un assurdismo che poi si coniuga con una concezione dell'altro, visto come antagonista. Ciascuno di noi - scrive Sartre - è un carnefice per l'altro. E a uno dei personaggi di A porte chiuse egli fa pronunciare la nota espressione "l'inferno sono gli altri". E se al primo Sartre siamo debitori di profonde analisi dei "lati oscuri" dell'esistenza, va anche detto che essi non sono affatto riduttivi. Gli altri non sono sempre, per ognuno di noi, l'inferno. E, infine, come gli fece notare Gabriel Marcel, non è forse inconcepibile una morale dell'impegno quando si è strappato via qualsiasi valore dalla realtà in cui ci si dovrebbe impegnare? Testimone del proprio tempo, Sartre è stato un maestro per molti suoi contemporanei. Maestro anche di unilateralità e di errori.
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