| E Freud raccontò Mosè come in un film |
| Francesco Saverio Trincia, "Freud e il Mosè di Michelangelo", Donzelli, 122 pagine, 28.000 lire | Nonostante la molteplicità delle occasioni in cui Freud ha affrontato
l'interpretazione di opere d'arte letterarie o figurative (Il delirio e i sogni nella "Gradiva" di Jensen, 1907;
Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, 1910), è solo quando si esamina il saggio pubblicato
anonimo nel 1914 sul Mosè di Michelangelo che traspare l'attitudine quasi ossessiva di Freud a utilizzare
i dati dell'indagine "visuale" in senso speculativo. Si tratta di un "vedere" che discioglie la fissità della
statua in una sequenza di immagini in movimento. La scomposizione dei gesti di Mosè è realizzata grazie
a una serie di "fotogrammi" la cui fluidità evoca la tecnica del cinematografo.
I sogni possono essere riconosciuti soltanto come "racconti di scene oniriche". La vita psichica, in
generale, si espone all'occhio dell'indagatore, pur nella sua complessità "criptica", attraverso sintomi,
"segni corporei". Se l'interiorità umana non avesse un linguaggio non si darebbe possibilità di decifrarla.
La consapevolezza della sua "osservabilità" è il tema centrale di una densa lettura del pensiero freudiano,
ricca di spunti originali ed enunciata con dovizia di prove testuali, che Francesco Saverio Trincia,
docente di Storia della filosofia contemporanea all'Università "La Sapienza" di Roma, sviluppa nel saggio
Freud e il Mosè di Michelangelo (Donzelli, 122 pagine, 28.000 lire), da pochi giorni in libreria.
Dice Trincia: "L'attenzione rivolta al visibile, a ciò che immediatamente si mostra allo sguardo, mi ha
permesso di aggiungere una nota diversa alle copiose interpretazioni di Freud che si sono accumulate
nelle biblioteche. La mia analisi recupera una nozione di "soggettività" - l'elaborazione di una scrittura
freudiana aderente alla sottigliezza delle percezioni -, che consente di considerare l'inconscio, così
come l'agire razionalmente orientato, una "realtà osservabile"".
Il saggio di Trincia oscilla volutamente fra "scienza" psicoanalitica e teoresi filosofica. L'assunto della
"visibilità" vi riassume i significati di un ampio orizzonte intellettuale. Partendo da dati empirici, l'autore
osserva che i numerosi ritratti fotografici di Freud calamitano l'attenzione "verso gli occhi che
guardano". Lo sguardo del fondatore della psicoanalisi riesce a trasmettere un'eccezionale intensità.
"La sua profondità percettiva", aggiunge Trincia, "illumina gli oggetti della conoscenza, li assorbe nella
potenza dell'interpretazione".
Riflettere con atteggiamento "fenomenologico" sullo sguardo di Freud significa scoprire il tramite del
conferimento di senso alle realtà psichiche indagate. La capacità "investigativa" freudiana, questa forza
mai appagata di "vedere tutto" per analizzare e interpretare, secondo Trincia si avverte principalmente in
quei "luoghi" delle opere di Freud che sono caratterizzati, quasi in modo paradossale, "dall'assenza della
psicoanalisi". Ciò vale, anzitutto, per quel breve capolavoro che è appunto costituito dal saggio sul Mosè
michelangiolesco, scritto "dopo le numerose visite alla statua a San Pietro in Vincoli, nel cuore di
Roma". Il condottiero biblico, il sommo legislatore, vi è rappresentato come il vincitore di un conflitto che
vede la sua autorità e sacralità di capo respingere il presunto diritto del popolo ebraico a rifiutarne la
guida.
Anche la nozione dell'irrazionale, solitamente estranea al lessico freudiano e non sovrapponibile a quella
dell'inconscio, ricava la sua fisionomia da tale conflitto: diviene passione come ostacolo alla ragione;
diviene impedimento alla conoscenza. Stando alla tradizione, Mosè era un "uomo iracondo". Freud gli
attribuì virtù paterne, le doti della più alta impresa psichica possibile. "Invece relegò se stesso",
conclude Trincia, "fra quella folla incerta, priva di fede e di pazienza, che abbandona il culto di Dio per
tornare ad abbracciare, con esultanza, idoli illusori". |