RASSEGNA STAMPA

26 APRILE 2000
PAOLO MASTROLILLI
La fede è morta, anzi sta benone
Sulla secolarizzazione gli illuministi hanno sbagliato i calcoli; parla il sociologo americano Casanova
"Le previsioni sull'estinzione dello spirituale? Tutte errate; i laicisti volevano fare delle loro speranze una legge universale"
"La Chiesa si occupa meno di politica, è vero, ma il suo ruolo pubblico è cresciuto. Merito del Papa e del Concilio"
"Gli illuministi e i loro eredi hanno sbagliato: il processo di secolarizzazione non sta portando all'inevitabile estinzione della religione. Al contrario, da un paio di decenni stiamo vivendo un costante incremento del suo ruolo pubblico, con effetti positivi e negativi". Il responsabile di questa "eresia" sociologica è José Casanova, studioso di origini spagnole, che dal 1987 insegna alla New School for Social Research di New York.
La sua provocazione è contenuta in un libro intitolato Public Religions in the Modern World, che è uscito negli Stati Uniti nel 1994 e ora viene pubblicato anche in Italia dal Mulino col titolo Oltre la secolarizzazione.
Allora, professor Casanova, perché la teoria della secolarizzazione sarebbe fallita?
"Più che fallire, ha dimostrato di non essere una legge universale, come pretendevano i suoi sostenitori. Era un'ideologia, emersa dall'illuminismo, e si è rivelata vera solo in parte. Per comprendere questo fatto bisogna scomporre la teoria della secolarizzazione nelle sue tre componenti principali, e valutare il diverso grado di realizzazione. Il primo elemento della teoria era la differenziazione, che avrebbe dovuto portare a una progressiva separazione tra la religione e la società moderna, annullando l'influenza della Chiesa sullo Stato e della fede sulla scienza. Oggi possiamo dire che questa componente si è dimostrata vera soprattutto per la società occidentale, ma ha fallito quasi completamente nel resto del mondo, in particolare dove esistono gli Stati islamici. Il secondo elemento era il progressivo declino nella pratica del credo religioso, e questo fattore è rimasto limitato quasi esclusivamente all'Europa occidentale, perché anche negli Stati Uniti la fede continua ad avere un peso rilevante nella vita. Il terzo elemento era la privatizzazione, secondo cui gli esseri umani che non si decidevano ad abbandonare la religione l'avrebbero trasformata sempre più in una pratica vissuta nell'intimo, rinunciando ad ogni ruolo pubblico. Questa forse è stata la previsione più sbagliata di tutte, perché dagli anni Ottanta in poi abbiamo visto una costante crescita del ruolo pubblico della religione, tanto nel mondo cristiano, quanto in quello islamico e buddhista. Il nuovo fenomeno, almeno per quanto riguarda la società occidentale, è dipeso soprattutto dalla profonda trasformazione avvenuta nel cattolicesimo, che col Concilio Vaticano II ha accettato la modernità e si è immerso in essa".
Come mai gli illuministi hanno sbagliato così nettamente i calcoli?
"Perché la secolarizzazione non era una teoria sociologica, ma una self fulfilling profecy, che gli studiosi aveva costruito per reagire all'influenza della religione. In altre parole, era l'obiettivo che gli illuministi speravano di raggiungere, e non una legge che doveva necessariamente realizzarsi. I secolaristi vedevano la fede come un ostacolo alla democrazia, alla scienza e all'istruzione, e quindi volevano eliminarla. L'errore principale, però, è stato assimilare la religione al sistema dei grandi imperi e delle monarchie, che la Rivoluzione francese aveva avviato alla distruzione. Loro pensavano che, cadendo l'Ancien régime, anche la Chiesa che si era appoggiata ad esso sarebbe scomparsa. Ma come prima cosa questo processo era limitato all'Europa, e poi la religione ha dimostrato di avere una vita autonoma dal potere temporale. Quindi è riuscita a sopravvivere e ricostruirsi".
Nel suo libro lei non si limita a riconoscere la sopravvivenza della fede, ma afferma che la religione ha il diritto di svolgere un ruolo pubblico. Perché?
"L'idea che la religione dovesse diventare una questione privata era una speranza dell'ideologia liberale, ma ciò non bastava a trasformarla in una legge sociologica universale ed inevitabile".
Nello stesso modo, però, l'errore degli illuministi non bastava a garantire la sopravvivenza della fede, e quello dei liberali non bastava a garantire il ruolo pubblico della religione...
"Per quanto riguarda la sopravvivenza della fede, è un fenomeno spirituale che dobbiamo oggettivamente riconoscere: poi ognuno è libero di spiegarlo sulla base delle proprie convinzioni filosofiche. Per quanto riguarda il ritorno del ruolo pubblico della religione, invece, ci sono spiegazioni obiettive. Gli illuministi, forse guardando troppo al protestantesimo, si erano convinti che la fede fosse solo un processo individuale di ricerca della salvezza. Quindi era destinata ad arretrare nel privato. Ma in realtà le religioni tradizionali, come quella cattolica, sono "Chiesa" perché rappresentano una comunità, e quindi hanno naturalmente una dimensione più ampia. Pretendere che una comunità di valori etici condivisi accetti di farsi costringere nel privato, vuol dire andare contro la sua stessa natura; perciò la previsione degli illuministi era inattuabile fin dal principio. A partire dagli anni Ottanta, poi, la tendenza alla "deprivatizzazione" della religione è diventata incontenibile, e ormai nessuno può contestare la realtà del fenomeno".
Secondo lei, però, la chiave sta nel fatto che la religione non cerca più di svolgere il suo ruolo pubblico nella politica, ma piuttosto nella società civile. Perché questo cambiamento è stato così importante?
"Perché ha adeguato la religione alle necessità del mondo globalizzato. In passato la Chiesa cattolica si era affermata soprattutto come la somma di varie Chiese nazionali che, pur avendo la fede e la liturgia in comune, agivano con caratteristiche proprie nei singoli Stati. Oggi però la forza degli Stati nazionali va diminuendo, a causa della globalizzazione, e quindi la Chiesa cattolica torna a proporsi come il promotore di una società civile globale, basata su valori comuni che vengono condivisi al di là delle frontiere. Il ritorno alla centralità del ruolo del Papa è l'esempio più evidente".
Giovanni Paolo II è stato forse il leader religioso che negli ultimi decenni ha avuto il ruolo pubblico più evidente. Lei come lo giudica, in base alla sua teoria?
"L'esperienza fatta da Karol Wojtyla nella difesa della religione dal comunismo lo ha posto in una posizione di particolare vantaggio. Fin da quando era arcivescovo, Wojtyla aveva capito che per proteggere la fede non bisognava costruire partiti politici, o fare accordi e negoziati con lo Stato. La chiave era tutta culturale e stava nell'affermare che la religione è un diritto umano.
All'interno di questa scelta, però, era implicitamente contenuta l'accettazione della separazione tra Chiesa e Stato, perché la fede doveva essere in grado di sopravvivere anche senza l'appoggio delle autorità governative. Proprio mentre Wojtyla maturava queste idee, a Roma si svolgeva il Concilio, che in pratica accettava la modernità e si attrezzava per viverci dentro. Così si eliminavano le premesse del discorso illuminista, secondo cui la religione era un ostacolo alla democrazia, alla separazione tra Chiesa e Stato e allo sviluppo della scienza e dell'istruzione. Al termine di questo processo la comunità cattolica, e il suo nuovo Papa cresciuto in uno Stato avversario della fede, erano pronti a ridurre il coinvolgimento nella politica dei singoli Stati e dei partiti, per rilanciare il loro ruolo pubblico a livello transnazionale. Questo, secondo me, resta il modello più adatto per affrontare il futuro".
Eppure lei riconosce che l'Europa occidentale è rimasta una fortezza della secolarizzazione.
"In parte è così, forse per ragioni storiche, perché l'illuminismo e i suoi eredi sono nati in quel continente. I fenomeni religiosi però vanno studiati guardando a tutto il mondo, e se allarghiamo l'orizzonte, capiamo subito che l'Europa secolarista ormai è isolata".
Quindi i neo-illuministi devono rassegnarsi al riemergere del ruolo pubblico della religione?
"Senza dubbio, almeno a giudicare da quello che è avvenuto negli ultimi due decenni".
All'inizio di questa conversazione, però, lei stesso ha detto che questo fenomeno ha aspetti negativi...
"Certo. Secondo me, quando la religione abbandona la collusione con la politica o i partiti, e si concentra sulla discussione dei temi sociali che interessano alla gente, compie un servizio a favore dell'ordine mondiale. Tanto poi la politica dovrà affrontare questi temi e non potrà prescindere dal dibattito avvenuto tra i fedeli.
Negli ultimi anni, però, il ruolo pubblico della religione si è confuso anche con i nazionalismi, i conflitti etnici e quelli culturali. Questi fenomeni contribuiscono al disordine mondiale e i leader religiosi devono lavorare per prevenirli invece di incitarli".
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Filosofia e Religione