RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2000
MAURIZIO FERRARIS
Il fidanzato dell'essere
Jean-Luc Nancy, "L'esperienza della libertà", introduzione di Roberto Esposito, traduzione di Davide Tarizzo, Torino, Einaudi 2000, pagg. 184, L. 32.000.
Una lunga e autorevole tradizione sostiene che i sensi sono passivi e l'intelletto è attivo. Dicendo questo si intende, all'incirca, che se io ho davanti a me una tigre non posso, a piacere, vedere un fenicottero (ma posso benissimo pensarlo, buona fortuna). Del pari, di fronte alla illusione di Müller-Lyer si è soliti sostenere che i sensi, passivi, sono costretti a vedere i segmenti come diversi, mentre l'intelletto, attivamente, pensa che sono uguali. Ma si potrebbe benissimo affermare il contrario, e cioè che l'intelletto è costretto a pensare che i segmenti sono uguali e che invece i sensi, spontaneamente, si rifiutano di prendere in esame l'avviso dell'intelletto. In altri termini, se parlare di "attività" e di "passività" nella ontologia è problematico, non è difficile immaginare quanto sia arduo introdurre, in questo genere di faccende, la nozione di "libertà".
Eppure Heidegger lo ha fatto, e per lui proprio il mondo dell'ontologia, ossia di quello che c'è, deve essere letto sotto la categoria della libertà. L'essere "si dà" (o si nega) all'uomo esattamente come Zerlina a Don Giovanni ("Là ci darem la mano / Là mi dirai di sì").Il paragone non deve sembrare scostumato, se si considera la metafora con cui Heidegger qualifica i rapporti tra l'uomo e l'essere (dove l'uomo, responsabile, sarebbe di volta in volta il pastore, il guardiano, la sentinella; tutte situazioni previste da quell'arcade impenitente di Da Ponte: "Oh, che caro galantuomo! / Voi star dentro con la bella, / Ed io far la sentinella! ... ").
E' chiaro che uno può considerare molto antropologica cioè umana, troppo umana questa versione della ontologia, perché, se è dubbio che il mondo e persino i sensi siano fatti per darci delle informazioni, figuriamoci poi se il mondo deve darci la mano; Kant aveva scritto che ci sono dei giorni in cui sembra che il mondo ci sorrida: ma, per l'appunto, è solo una impressione. Tuttavia, la risposta di Heidegger, come poi di Pareyson, e ora di Jean-Luc Nancy, è che l'essere esiste soltanto per l'uomo, che è il solo a possedere un mondo, e che dunque l'uomo ha tutti i diritti di considerarsi il fidanzato dell'essere. All'origine di questo atteggiamento, non è difficile vedere l'esistenzialismo, la sua nozione onnicomprensiva di "responsabilità", l'insistenza sulla scelta eccetera, che stava alla base, per esempio, delle classificazioni storiografiche di Abbagnano, per cui dopo ogni filosofo della necessità (cattivo) seguiva - per libertà o per necessità? - un filosofo della libertà (buono), sicché dopo uno Spinoza sorge sempre un Leibniz.
Nancy, dicevo, non fa eccezione. Prendiamo una dichiarazione programmatica, a pagina 4: "Se non pensiamo l'essere stesso, l'essere dell'esistenza abbandonata, o l'essere dell'essere-nel-mondo, come "libertà" (e forse come una liberalità e una generosità più originarie dì ogni libertà), siamo condannati a pensare la libertà come un"'idea" e come un "diritto" puri, per concepire in compenso l'essere-nel-mondo come una necessità assolutamente cieca e ottusa".Uno potrebbe dire che non c'è proprio niente di male nel pensare alla libertà come a una idea; in effetti è la ragionevolissima scelta di Kant (non potremo mai sapere se siamo liberi oppure se siamo delle marionette in mano al destino; però ci conviene pensare che siamo liberi se vogliamo essere morali, o anche se vogliamo iniziare una impresa scientifica: altrimenti si dovrebbe lodare la mela invece che Newton). Inoltre, uno potrebbe obiettare che non si vede perché. la necessità debba essere "cieca", dal momento che il mondo sembra molto più lungimirante delle nostre filosofie.
Soprattutto, credo, uno potrebbe opporre che qui si ha a che fare con una classica confusione tra ontologia e qualcosa che non è ontologia (e può essere tante altre cose: ermeneutica, filosofia della storia, psicologia delle visioni del mondo, storia delle mentalità, teoria della scienza, o al limite animismo, come ai tempi dei druidi). Come dire che si confonde il fatto - del tutto indipendente dalla iniziativa umana - per cui c'è qualcosa, con il fatto che si possa descrivere quel qualcosa in tanti modi, e che in questa descrizione siamo relativamente liberi. E' la confusione che sta alla base dell'idea per cui cambiando paradigma della descrizione cambierebbero anche le cose descritte. Ma quanto poco valga questa idea di libertà lo si può capire se solo si considera che, volenti o nolenti, non ci è affatto possibile pensare a un colore senza estensione. E, allora, che senso ha parlare di ontologia della libertà? Non si finirà per maledire le stelle, come Don Ferrante e gli eroi di Metastasio, o a fustigare il mare, come Serse?
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Metafisica