RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2000
MARIO ROSSI MONTI
Laciate che i folli parlino in prima persona
"Anche se mi ci ero andata avvicinando per settimane e mi rendevo conto che c'era qualcosa di molto sbagliato, ci fu un momento preciso in cui seppi di essere pazza. I miei pensieri si susseguivano con tale rapidità che a metà di una frase mi ero dimenticata l'inizio. Frammenti di idee, di immagini e di frasi mi roteavano nella testa come le tigri di un racconto per bambini, per poi liquefarsi, come quelle tigri, in pozzanghere prive di senso. Niente di ciò che una volta mi era familiare lo era più".
Chi scrive è una paziente psichiatrica. Sì chiama Kay Jamison e ha scritto un libro per raccontare la sua storia (Una mente inquieta, Longanesi, 1995). Ma Kay Jamison non è soltanto una paziente psichiatrica. E' docente di psichiatria alla Johns Hopkins University e autrice, insieme a Frederick Goodwin, di un importante trattato sulla Malattia maniaco-depressiva (McGraw-Hill, 1994). Non ha soltanto studiato la psicosi maniaco-depressiva sui libri o curato persone affette da questo disturbo ma ha vissuto in prima persona l'esperienza della melanconia, della mania e della grave sofferenza mentale.
Non è ovvio che una persona faccia lo sforzo di mettere in parole la propria sofferenza mentale; ancor meno ovvio che si metta a scriverla. Non è ovvio nemmeno che si debba avvicinare la sofferenza mentale attraverso le parole o addirittura con un colloquio.
Nella storia della psichiatria per molto tempo si è data assai più importanza all'osservazione dei comportamenti dall'esterno che non all'ascolto delle esperienze interne delle persone. Anche in parte della psichiatria moderna sembra aleggiare l'idea di una "psichiatria senza colloquio" (quasi fosse una meta ideale); una psichiatria in cui i cosiddetti marker biologici di malattia sarebbero sufficienti a orientare verso la diagnosi e la terapia.
In contrasto con questa strisciante tendenza una delle più prestigiose riviste americane, lo "Schizophrenia Bulletin", da più di 20 anni pubblica una rubrica che si chiama First Person Account. Si tratta di resoconti in prima persona scritti da persone che soffrono di disturbi mentali e che raccontano la loro esperienza. Paolo Bertrando ha il merito di avere selezionato alcune di queste storie e di averle proposte al pubblico italiano (Vivere la schizofrenia, Bollati Boringhieri, 1999). Del resto l'attenzione e la valorizzazione delle esperienze interne nella psicopatologia si inscrive nella grande tradizione della psicoanalisi e della psicopatologia fenomenologica: basta pensare alle memorie autobiografiche del presidente Schreber (Adelphi, 1974) o al caso Wagner (Cargnello, Il caso Ernst Wagner. Lo sterminatore e il drammaturgo, Feltrinelli, 1984).
La prima parte del volume curato da Bertrando raccoglie 22 narrazioni autobiografiche di persone mentalmente disturbate; la seconda parte dà voce a quanto hanno da raccontare i familiari: genitori, figli, fratelli o sorelle, raccontano cosa vuol dire convivere con la follia di un loro caro. Molti dei resoconti scritti in prima persona colpiscono per l'adozione di un linguaggio freddo, distanziante, che ricalca gli stereotipi del linguaggio medico psichiatrico. Nel saggio introduttivo Bertrando ironizza sul fatto che i pazienti descritti dalla psicopatologia fenomenologica parlano come se avessero "passato la vita a leggere e meditare Heidegger". Molti di questi pazienti sembrano invece che abbiano letto soltanto il Dsm IV. Ma ambedue questi modi di raccontarsi vanno visti come espressione del bisogno di mettere in una forma comunicabile una esperienza che è di per sé difficilmente dicibile e soprattutto di sintonizzarla con il linguaggio dell'ascoltatore (una rivista scientifica, in questo caso). Il presidente Schreber scriveva nelle sue memorie: "A questo scopo deve servire il presente manoscritto, con cui tenterò di dare una descrizione... delle cose sovrasensibili la cui conoscenza mi si è dischiusa da circa sei anni. Non posso contare in anticipo su una comprensione piena, trattandosi in parte di cose che non si lasciano assolutamente esprimere in linguaggio umano, perché vanno al di là della facoltà di comprensione dell'uomo".
L'adesione al linguaggio medico, l'importanza attribuita al concetto di malattia, ai meccanismi eziopatogenetici del disturbo e il riferimento obbligato alla diagnosi costituiscono comunque modi per cercare di dare un nome, contenere e rappresentarsi un'esperienza. Il rischio è che questi. modi precludano la possibilità di prendere una diversa posizione rispetto al proprio disturbo, attraverso una elaborazione della propria esperienza. La seconda parte del volume riguarda "la schizofrenia in seconda persona", la schizofrenia raccontata dai familiari. Qui i resoconti sono dominati da un unico tema: l'assenza, la perdita, il lutto. Un lutto che non ha mai fine. Neanche dopo la morte. Come scrive Ennio De Concini in una drammatica testimonianza sul figlio (Mi riguarda, Edizioni e/o, 1994): "Forse questa è l'immagine più terribile che ho di lui. Immagine e voce che continuano a visitarmi quasi ogni notte. Per quell'immagine e per quella sua voce, per mesi e mesi mi sono fatto la barba a occhi chiusi, e ancora oggi mi succede".
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Il mondo dell'uomo