RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2000
EZIO BIANCHI
E' questo il Dio con cui dialoghiamo
La preghiera è "il cuore e il centro di ogni religione" e perciò "è nella preghiera, e non nei dogmi, nelle istituzioni, nei riti, nelle idee morali, che possiamo rinvenire la sostanza della vita religiosa": così si esprime Friedrich Heiler nella sua celebre opera Das Gebet (La preghiera) del 1918. Giudizio forse più seducente che convincente, bisognoso comunque di sfumature in relazione a ciascun differente ambito religioso preso in esame: lo stesso studioso impegnò la propria ricerca nell'individuazione dei motivi del passaggio dalla preghiera spontanea alla preghiera ritualizzata, istituzionalizzata, liturgica; in ogni caso su quel giudizio si riflette il tipico approccio di Heiler ai fenomeni religiosi, il suo tentativo di andare al di là delle forme esteriori per giungere all'essenza della religione stessa, essenza che accomunerebbe tutte le religioni.
Di certo la preghiera è l'ambito in cui Dio diventa un Tu, cessa di essere un Lui o addirittura un Ciò; passa da oggetto di discorso a partner di un dialogo o almeno a destinatario dei quattro registri fondamentali sui quali, secondo l'etnologia, si articola la preghiera: domanda, ringraziamento, adorazione, imprecazione e insulto. La preghiera appartiene al "campo del vocativo" e, in radice, è un fenomeno universale connesso alla capacità linguistica e di simbolizzazione propria dell'uomo.
Secondo Mircea Eliade, la scoperta della trascendenza è stata fatta dall'uomo arcaico grazie alla contemplazione della volta celeste: assunta la posizione eretta, con mani e braccia libere per lavorare e divenire creatore di cultura, l'uomo ha potuto elevare lo sguardo al cielo e lì scorgere il firmamento, simbolo della trascendenza. Lo stesso termine deus, dio, il dio personale, non deriva forse da deivos, radice indoeuropea che significa "giorno luminoso, cielo chiaro"? Verso questo cielo l'uomo può elevare le mani, a questa luce può alzare gli occhi, davanti a questo Essere supremo può prostrarsi in adorazione, riconoscendo il mondo come ierofania, manifestazione del sacro: ha finalmente un'entità alla quale può rivolgere la propria implorazione per essere salvato dalle minacce dell'esistenza e protetto nella precarietà della vita.
Precarietà di cui la parola preghiera custodisce il ricordo nell'etimologia stessa e che in radice, per l'uomo di ieri come di oggi, è connessa all'angoscia di fronte alla morte, all'insicurezza di chi sa di non avere in sé il proprio inizio e di non poter padroneggiare il proprio destino: la preghiera allora è lì per aiutare il passaggio dall'angoscia di fronte all'enigma, all'abbandono di fronte al mistero. "Dalla preistoria fino all'età moderna", ricorda lo storico delle religioni Julien Ries, "l' uomo si è sempre presentato come homo religiosus. Il fenomeno religioso si presenta come un fenomeno primordiale all'interno di ogni cultura e di ogni civiltà; da sempre l'uomo ha vissuto l'esperienza fondamentale dell'incontro con il divino nella sua vita". E la preghiera - contrassegno tipico dell'homo religiosus, di colui che crede nell'esistenza di una realtà assoluta trascendente e fuori dal mondo che dà senso e fondamento al mondo - è al cuore di questo incontro, di questa ricerca di comunicazione tra piano umano e piano divino: in essa, anche nella più semplice delle sue manifestazioni, è sempre coinvolto l' uomo nella sua interezza e nella totalità della sua visione del mondo. La preghiera è rito totale, non semplicemente orale o verbale, anzi, spesso è accompagnata da gesti, da immagini, da oggetti, è scolpita nel legno o sulla pietra, è affidata allo scritto... In ogni caso, sempre essa è l'ambito in cui l'orante fa passare il mondo dal caos al cosmos, perché la preghiera ricrea ordine nel mondo e nella vita dell'orante. Il rito (privato o pubblico, individuale o collettivo che sia) vuole appunto rimettere ordine nel mondo: non a caso l'arcaico termine indoeuropeo ritu, nel Rig-Veda indica l'ordine immanente del cosmo.
Fenomeno antropologico fondamentale, la preghiera assume però caratteri propri e particolari all'interno dell'esperienza cristiana. E appunto a La preghiera dei cristiani (pagg. 680, lire 48.000) è dedicato il volume edito dalla Fondazione Lorenzo Valla e curato da Salvatore Pricoco e Manlio Simonetti: un'antologia di oltre 500 preghiere suddivise in quattro parti: testi greci dal I al V secolo; testi latini dal III al V secolo; ancora testi greci dal V all'XI secolo; e infine testi latini dal VI al XII secolo. Un cammino fra Oriente e Occidente, fra greco e latino (i testi sono sempre riportati sia in lingua originale che in traduzione), attraverso cui si dipana la storia della preghiera cristiana per tutto il primo millennio, cioè fino al momento dell'estraniamento fra Oriente e Occidente, della drammatica divisione della tradizione cristiana sancita con lo scisma del 1054: separazione che preluderà a ulteriori divisioni interne all'Occidente con la Riforma, ma ancora prima con la separazione fra spiritualità e teologia, fra teologia e mistica, "fra teologia fatta in ginocchio e teologia fatta stando a sedere" (Hans Urs von Balthasar). Ma qual è il proprium della preghiera cristiana? Il Dio della Bibbia è Colui che parla all' uomo, sicché la preghiera è ascolto e risposta al Dio che cerca l'uomo e gli parla per instaurare con lui un dialogo: il primato va dunque al Dio che parla all'uomo e non all'uomo che parla a Dio. La preghiera cristiana - radicata in questo alveo biblico e giudaico (sinagogale) che fu anche quello della preghiera praticata da Gesù - non è espressione del desiderio di autotrascendimento dell'uomo, ma risposta di quest'ultimo al Dio che per primo l'ha cercato e gli ha parlato. Relazionali e dialogici sono i termini usati dalla rivelazione biblica per caratterizzare Dio: egli è libertà personale, volontà di relazione e comunione con l'uomo, volontà espressa con le due categorie della Parola e dello Spirito. E ascoltando la Parola e accogliendo lo Spirito di Dio, l'uomo entra nella relazione con Dio, obbedisce alla sua volontà, partecipa del suo soffio, della sua vita. Il Nuovo Testamento presenta Gesù Cristo come rivelazione definitiva di Dio: lui è la Parola da ascoltare, suo è il soffio vitale, lo Spirito da accogliere per entrare nella relazione con Dio.
"Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me", dice Gesù nel IV Vangelo. Questa concentrazione cristologica e il riferimento pneumatologico ("Nessuno può dire "Gesù è Signore" se non per l'azione dello Spirito santo": 1 Corinti 12,3) sono imprescindibili nella preghiera cristiana: la tipica formulazione liturgica orienta ogni preghiera cristiana in senso trinitario rivolgendola "al Padre", "per mezzo di Cristo", "nello Spirito santo". La preghiera cristiana è inoltre partecipazione nella fede alla preghiera di Gesù stesso, cioè partecipazione alla sua relazione filiale con Dio Padre, Abbà. Non a caso la preghiera cristiana trova il suo perenne magistero nel "Padre nostro", la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli (per questo essa apre l'antologia di preghiere di cui ci stiamo occupando) e che sta alla base delle preghiere che tanto il singolo quanto la comunità rivolgono a Dio, sentito, appunto, come Padre non solo di ciascuno, ma di tutti. È all'interno di questa filialità che il cristiano prega, e la sua preghiera è domanda e invocazione, lode e ringraziamento, grido e protesta, sussurro fiducioso e abbandono, silenzio e pianto... Il Dio Padre il cui volto misericordioso, di philánthropos, "amico degli uomini" - espressione cara alla tradizione eucologica orientale e in essa frequentissima - è mostrato agli uomini da Cristo, consente, con la discrezione della sua invisibilità e del suo silenzio, a ogni suo figlio di dirsi davanti a lui, di dispiegare tutta la sintassi delle parole, dei gesti, dei silenzi, per poter leggere la propria vita davanti a Dio e arrivare a vivere facendo la volontà di Dio, non la propria. "Sia fatta la tua volontà": questo il fine della preghiera cristiana, dove questa volontà non è nulla di prefissato da eseguire meccanicamente, ma piuttosto un inedito da creare lasciandosi ispirare dal vangelo nelle differenti situazioni storiche ed esistenziali.
La storia della preghiera cristiana è anche storia delle sue definizioni: normalmente parziali o comunque segnate culturalmente dalle filosofie e dalle tendenze spirituali dell'epoca. Ma, giustamente, non di questo si occupa la nostra antologia, che lascia la parola agli oranti, o meglio, ad alcune preghiere che sono divenute anche testo letterario e fanno ormai parte del patrimonio eucologico d'Oriente e d'Occidente. Forse si può tuttavia azzardare che la preghiera sia il lungo e faticoso cammino di purificazione delle immagini di Dio (sempre necessarie, ma anche devianti e potenzialmente idolatriche) a partire dalla contemplazione di quella che per il cristianesimo è l'unica immagine rivelata di Dio, l'unica icona del Dio invisibile: il Cristo crocifisso e risorto. Questo il centro della preghiera cristiana. Ed è a partire da questa centralità cristologica che si comprendono anche gli sviluppi della preghiera nel senso dell'invocazione a Maria, la Madre del Signore, e ai santi (e tra essi particolarmente i martiri), i somigliantissimi a Cristo, di cui l'antologia fornisce molti esempi.
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vedi anche
Filosofia e Religione