C'era una volta la "libertà comunista" UNA RILETTURA DEL TENTATIVO "REVISIONISTA" DI DELIA VONPE Reinterpretazione di Marx e Hegel,
audace ma non priva di contraddizioni interne |
| Nella intricata vicenda del marxismo italiano del dopoguerra, che rappresenta ormai dietro le nostre spalle un capitolo storico conchiuso, al quale si dovrà prima o poi dedicare una riflessione adeguata, la figura di Galvano della Volpe occupa indubbiamente una posizione di primo piano. Il complesso itinerario di pensiero dellavolpiano, però, non si identifica soltanto con ili contributo di riflessione che egli dette al marxismo italiano a partire dai primi anni Quaranta.
Nato a Imola nel 1895, infatti, Della Volpe, che si era laureato con Rodolfo Mondolfo, si formò, come molti altri pensatori della sua generazione, soprattutto nell'orizzonte teorico dell'attualismo di Giovanni Gentile, al quale dedicò nel 1924 il suo primo libro dal titolo "L'idealismo dell'atto e Il problerna delle categorie". Un utile contributo alla ricostruzione dell'itinerario intellettuale dellavolpiano, dove non mancano anche riferimenti al primo confronto critico con Gentile - se
ne occupa, in un saggio attento, Francesco Saverio Trincia - è ora il volume "Galvano della Volpe. Un altro marxismo", che raccoglie gli atti di un di un convegno promosso dall'assessorato alla cultura del Comune di Roma nel novembre 1995.
Sebbene non manchino, come si diceva, molti riferi menti alla cospicua produzione dilosofica di Della Volpe nel periodo tra le due guerre, e anche ai suoi interventi su "Primato", la rivista diretta da Bottai (ne parla il saggio di Bruno Gravagnuolo), la maggior parte delle riflessioni che nel volume si intrecciano vertono attorno al tema del marxismo di Della Volpe, e tentano di tracciarne un bilancio, che naturalmente non può non risentire tanto del diversi orientamenti ideali che nel volume si incontrano, quanto della difficoltà di trattare vicende, come quelle del marxismo italiano postbellico, che per un verso appartengono a un'epoca ormai tramontata, ma per altro sono ancora troppo incise nel nostro vissuto perché le si possa analizzare col necessario distacco.
Anche tra coloro che si sono formati alla scuola di Della Volpe, le posizioni sono ormai assolutamente differenziate: mentre Nicolao Merker invita a contestualizzare nel suo tempo il pensiero dell'autore di "Rousseau e Marx", e ne rivendica, entro quell'orizzonte, tutto il valore, Lucio Colletti nòn ne disconosce i meriti, ma sottolinea come Della Volpe non abbia spinto fino in fondo quella critica della componente "dialettica" del marxismo che poi Colletti stesso radicalizzò, in senso antimarxista, a partire dalla metà degli anni Settanta. Sebbene, come osserva Gravagnuolo contro Colletti, quella di Della Volpe sia già consapevolmente una "dialettica" non hegeliana di "opposizioni reali", che solo nella coscienza si converte in "contraddizione dialettica".
In realtà, se si prova a guardare con occhio storico a vicende cronologicamente ancora vicine, ma che sembrano oggi appartenere a un passato remoto, il bilancio che si può trarre è abbastanza chiaro: quello di Della Volpe è stato, nelle sue grandi linee, un tentativo piuttosto audace, ma anche non privo di contraddizioni, di modernizzare ed emendare la tradizione 'canonica' del marxismo, su tutti i terreni più rilevanti del dibattito postbellico, da quello epistemologico, a quello estetico, a quello della teoria politica.
Sul piano delle categorie filosofìche portanti, la torsione che Della Volpe impone alla tradizione consolidata del marxismo è effettivamente radicale. Muovendo dall'esigenza di suscitare nei marxisti una maggiore attenzione e apertura verso la scienza moderna, la logica simbolica, lo stesso neopositivismo, Della Volpe propone una sostanziale "ricollocazione" del pensiero di Marx rispetto alle classiche polarità della tradizione filosofica.
Si tratta, in sostanza, di marcare nettamente la frattura rispetto alla tradizione idealistica della dialettica di Platone e di Hegel, e di ridare al marxismo una genealogia concettuale alternativa, centrata sulla "positività" del molteplice sensibile, e in questo senso materialistica: i punti di riferimento diventano perciò la critica antiplatonica di Aristotele, l'antiscolastica di Galileo, e, nella modernità, alcuni aspetti del pensiero di Hume e Kant (si sofferma su questi temi il saggio di Romeo Bufalo). La genealogia tradizionale del marxismo ne esce sconvolta, e con ciò viene respinto anche il materialisino dialettico sovietico di ispirazione engelsiana. E' operazione modernizzatrice, dunque, quella di Della Volpe, ben comprensibile nei suoi fini. Deboli però restano, almeno a mio giudizio, le fondamenta che dovrebbero reggere l'intero edificio, e cioè innanzitutto la critica che Della Volpe rivolge alla dialettica hegeliana. Lo Hegel di Della Volpe, e ancor più quello di Colletti, che su questo punto rivendica le posizioni del maestro e le rafforza, è ridotto alla misura di un moderno Proclo; la sua filosofia è identificata con la narrazione neoplatonica del Logos divino che si aliena nell'irrealtà del molteplice sensibile per poi tornare trionfalmente, e misticamente, a ricongiungersi con sé medesimo. Ora, sebbene abbia trovato anche qualche autorevole sostenitore, questa lettura di Hegel (come osserva con precisione Finelli) resta assolutamente riduttiva e "tendenziosa". Nel Novecento, Hegel è stato letto, a nostro avviso più persuasivamente, anche in tutt'altro senso; e basti ricordare, per esempio, il modo in cui lo comprese la scuola di Francoforte, che non a caso fu anch'essa tra i bersagli preferiti di DellaVolpe.
Altrettanto questionabile (e valgano, anche su questo, le precise osservazioni di Finelli) era la lettura che Della Volpe dava della critica antihegeliana di Marx: la critica della filosofiadel diritto di Hegel elaborata dal Marx venticinquenne e mai pubblicata, è l'espressione geniale ma anche immatura di un pensiero in formazione, e non può essere presa come il manifesto di un nuovo metodo filosofico come invece Della Volpe proponeva.
Non meno interessante, e altrettanto problematico, è il tentativo di rinnovamento della tradizione marxista che Della Volpe intraprende sul terreno della teoria poetica. Nei testi che segnano le tappe principali di questo percorso, dalla "Libertà comunista" del 1946 (se ne occupa Mario Tronti) fino alla polemica con Bobbio degli anni Cinquanta, dalle diverse edizioni di "Rousseau e Marx" (su cui si sofferma Mario Alcaro) fino agli ultimi interventi degli anni Sessanta, quello di Della Volpe ci appare come un pensiero in movimento, impegnato a spostare in avanti quelli che erano dei limiti evidenti della tradizione marxista per quanto riguarda la riflessione sul valore dei diritti (vedi il saggio di Luigi Punzo) e sulle libertà. Non so se sia un un po' troppo affermare, come sostiene nel suo contributo bruno Gravagnuolo, il carattere tendenzialmente "gradualista" e "riformista" degli approdi cui giunge la ricerca teorico-politica dellavolpiana.
Ma non v'è dubbio che il filosofo è impegnato, su questo terreno, in un costante lavoro di "revisione", che nel tempo lo porta molto al di là delle posizioni che aveva sostenuto nel libro sulla "Libertà comunista" degli anni Quaranta. I fili di pensiero che vanno in questa direzione sono molteplici: basti ricordare l'ìmportanza che Della Volpe accorda al tema bobbiano e liberale dei "limiti del potere statale"; l'insistenza, per quanto riguarda lo Stato sovietico, sul punto della "legalità socialista"; il recupero non solo di Rousecau, ma anche diKant, col suo principio che impone di considerare "l'uomo come fine e mai come semplice mezzo". Ma soprattutto quello che resta, nel Della Volpe politico, il punto teorico di maggiore impegno, la ricerca di una "libertà egualitaria" che superi, ma conservandole, le "libertà negative" del liberalismo. |