RASSEGNA STAMPA

17 APRILE 2000
FRANCESCO ROAT
Consigli per un'arte del vivere laicamente
Dario Antiseri, "Credere dopo la filosofia del secolo XX", Armando, pagine 127m l. 20.000
"Mi rifiuto di credere che, dopo l'estremo saluto: recitata l'ultima preghiera, il sipario' sia chiuso per sempre". Con questo annuncio da cui si può cogliere la cifra emblematica di una scelta di campo fideista e al contempo la netta ripulsa nei confronti dell'umana finitudine, si apre la riflessione speculativo-religiosa di Dario Antiseri sul senso che oggi può avere "credere" in Dio dopo la filosofia del ventesimo secolo, gran parte della quale - a detta dell'autore - ha cercato in modo risoluto di abolire lo spazio della fede, riducendo "il tutto-della realtà al tutto-dell'esperienza " e quest'ultima a ciò di cui si occupa la scienza o a ciò che "può essere costruito dall'uomo". Mentre, ribatte Antiseri, non è scontato che i dati empirici e i fenomeni scientificamente verificabili esauriscano "il tutto della realtà", come forse in modo troppo semplicistico sostiene il neopositivismo. Quanto meno essi non riescono certo a far luce su quello che è il grande enigma dell'esistenza del mondo, o sul fatto straordinario che esista la vita piuttosto che l'assenza di essa. E se qualcuno obiettasse che rispetto a tali interrogativi, come in merito a tutte le questioni metafisiche, nell'ottica del nostro disincanto postmoderno non sia più concepibile tentare alcuna risposta - quanto meno da un punto di vista strettamente filosofico -, resta che il fatto stesso di porsi simili domande è pur sempre significativo del bisogno umano di trovare un significato rispetto all'esserci. Un'urgenza che fa confessare in modo assai franco ad Antiseri il perché della sua fede in Dio, del suo dover credere per salvarsi dall'assurdo della mancanza di un "senso assoluto" rispetto alla sofferenza, all'ingiustizia e soprattutto a quell'impensabile che per ognuno di noi rappresenta la morte.
Costretti dunque volenti o nolenti a gettare uno sguardo sulla origine di questa vacuità, di fronte al baratro dell'annichilimento saremmo obbligati a scegliere "tra la disperazione e la speranza".Ma è poi vero che sia questa l'unica scelta possibile? Non vi è invece almeno una terza via che sta nell'accettazione della caducità e del limite? Una via che inviti, piuttosto, a percorrere la nostra breve parabola esistenziale tenendoci lontano dalla supponenza di parole metafisiche come senso o non senso, quando siano usate in modo assolutistico e non relativo. Il problema infatti, non è tanto quello di contrapporre "assoluti terrestri", come li chiama Antiseri, ad assoluti trascendenti, ma di fare a meno di utilizzare tali concetti totalizzanti e alla fin fine fuorvianti. Perché quindi, se - come ammette peraltro egli stesso - un senso ultimo della vita "nella sua totalità non è umanamente costruibile", è necessario invocarlo comunque, ponendoci nella attesa (per dirla con Heidegger), che è poi si riduce soltanto all'attesa di un Salvatore, in mancanza del quale l'universo dei non credenti, lungi dall'essere un cosmo, si ridurrebbe ad una sorta di caos senza scopo o significato alcuno? Perché costringersi ad un coattivo aut aut fra la fede in Dio l'assurdo?
Niente da obiettare alla libera scelta di condividere questa o quella fede religiosa, salvo tollerare la alternativa liceità/dignità di un'arte del vivere laica all'insegna della finitudine, che non comporti vittimisticamente arrendersi ad essa ma semmai prenderla davvero sul serio, assumendola come inevitabile. Salvo accettare un'etica fondata su valori non trascendenti ma umanamente condivisi per un cammino esistenziale al cui orizzonte il venir meno di significati ultimi non appaia più come un male esecrabile ma come una forma di emancipazione.
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Filosofia e Religione