RASSEGNA STAMPA

17 APRILE 2000
GIOVANNI MARIA PACE
Così cambia la nostra intelligenza
Nei Ricordi di scuola Giovanni Mosca racconta di un ragazzo pluribocciato - il classico "asino" - che l'insegnante ritrova dopo anni ai mercati generali, abile e facoltoso grossista di frutta e verdura. Che esistano più tipi di intelligenza è intuitivo, ma lo psicologo Howard Gardner ha dato a questa sensazione dignità scientifica. La sua teoria delle "intelligenze multiple" è diventata una teoria generale dell'educazione che influenza la didattica in molti paesi.
Gardner ha partecipato nei giorni scorsi a un incontro di Reggio Children, il centro nato per valorizzare il lavoro educativo delle scuole d'infanzia di Reggio Emilia. I libri di Gardner, che insegna a Harvard, sono pubblicati in Italia da Feltrinelli.
Professor Gardner, lei ha descritto in un libro le "personalità egemoni". Ieri gli italiani hanno scelto col voto i loro leader.
Quali sono i tratti essenziali di un capo?
"Un capo è una persona che può volontariamente provocare un cambiamento nel suo territorio. E' molto diverso da una manager, il cui scopo è mandare avanti l'azienda senza particolari intenti di rinnovamento generale.
Per cambiare le cose non con la forza ma con la persuasione, il leader deve essere innanzi tutto un efficace affabulatore, uno che sa raccontare com'è il presente, dove vogliamo andare e perché. Ciò significa che il capo deve possedere abilità linguistica ma anche capacità di capire gli altri, di entrare nella mentalità della gente per vedere in che cosa crede e cosa potrebbe farle cambiare idea. Inoltre deve in qualche modo incorporare nella sua vita le cose di cui parla. Se uno dice: dobbiamo imparare a vivere con l'informatica ma non ha mai toccato un computer, appare incoerente e non autentico. Infine, i grandi leader sono in grado di fornire alla gente risposte su questioni fondamentali come: perché siamo al mondo, che cosa ci riserva il futuro, che significa essere un buon cittadino eccetera".
I leader che lei vede in giro corrispondono al modello?
"Negli Stati Uniti la maggior parte di coloro che aspirano a cariche pubbliche sono funzionari ai quali viene insegnato che cosa dire e una volta che hanno ottenuto il posto dividono il loro tempo tra il compensare gli amici e prepararsi la rielezione. Niente di confrontabile con tipi come Jean Monnet, Giovanni XXIII, il mahatma Gandhi, Nelson Mandela, che lavorarono cinquant'anni per operare il cambiamento cui tendevano".
Si vede dall'infanzia se uno diventerà un capo?
"No. La sola qualità predittiva dei primi anni è se il bambino ha molta energia ed è in grado di riprendersi dalle batoste.
Ma l'abilità di espressione e tutto il resto non lo vedi che nella preadolescenza, cioè verso i dodici, tredici anni. Ci sono poi persone come Martin Luther King che non hanno mostrato i tratti del leader prima dei venticinque, trent'anni.
E infine personaggi come Churchill o De Gaulle non privi, certo, di qualità ma che, se non fossero capitati in un contesto come quello della guerra, sarebbero rimasti dei "signor nessuno". Altra caratteristica del capo è dunque capire quand'è il suo momento. Mussolini è simile a Churchill e De Gaulle: un uomo di grande energia, ma nessuno avrebbe potuto immaginare di vederlo per vent'anni capo supremo. Per Mussolini come per Hitler ci fu la concomitanza di una serie di eventi accidentali".
Formae mentis, il suo libro forse più importante, risale al 1983. Che cosa è cambiato nel frattempo nella sua teoria delle intelligenze multiple?
"Mi sono convinto dell'esistenza di una intelligenza "naturalistica" che ci fa riconoscere le cose della natura e forse di una intelligenza esistenziale, per le grandi questioni, la religione, lo spirito e oltre: insomma, una intelligenza "filosofica". Ho poi esplorato i confini tra le varie intelligenze, per esempio tra l'intelligenza musicale e l'intelligenza spaziale, che sembrano in relazione. Ho infine esplorato la relazione tra le intelligenze e i domini di discipline, i corpi organizzati di conoscenze. Mi spiego.
Intelligenze e domini di sapere possono avere gli stessi nomi ma non sono la stessa cosa.
"La matematica è un campo che assumiamo implichi intelligenza matematica, ma può anche richiedere intelligenza spaziale, linguistica, corporea, eccetera. Allo stesso modo, se possiedi intelligenza matematica puoi usarla per fare matematica ma anche per altre scienze come architettura o musica".
Vedo che il cervello umano non smette di sorprenderla.
"Adesso capisco meglio di vent'anni fa quello che per me è il mistero fondamentale e cioè come il chilo di materia grigia che abbiamo tra le orecchie, evoluto un milione di anni fa per farci sopravvivere nelle savane dell'Africa, riesca a imparare la musica classica o la meccanica quantistica. Il mio lavoro di educatore, vedi Sapere per comprendere, è uno sforzo per capire come possiamo afferrare cose per le quali non siamo preparati. L'attitudine mentale che ci consentì di sopravvivere nella savana è molto diversa dal pensare in modo disciplinato, eppure...".
La scuola è in grado di riconoscere il talento?
"La scuola è basata soprattutto su simboli e notazioni. Ma molte persone si trovano a disagio coi simboli. Charles Schwab, fondatore di una delle maggiori società di Borsa, è dislessico, non riesce a leggere. Ciò non gli ha impedito di diventare un gigante nel suo campo. Per avere successo negli affari occorrono doti che vanno oltre l'intelligenza, come una personalità pronta ad assumersi rischi e capace anche di resistere ai rovesci della fortuna. Nessuna di queste caratteristiche è particolarmente importante a scuola".
Se i tipi di intelligenza sono molti, come può la scuola, che è tenuta a fornire una educazione uniforme, coltivarli tutti?
"Educare a essere un buon cittadino significa essenzialmente insegnare a vivere in una comunità di persone che sono diverse da te: questo è il compito della scuola. La domanda allora è: il compito della scuola potrebbe essere svolto meglio e a costi minori da altri "operatori" quali la famiglia, la Chiesa, Internet? La sfida oggi è individuare l'importanza irriducibile della scuola rispetto ad altre occasioni di apprendimento".
Quale tipo di educazione è più adatto a un mondo in cui le professioni cambiano in fretta?
"Questa è la domanda intorno alla quale ruota il mio lavoro in questo momento. Penso che la chiave sia imparare a saper rispondere a nuovi eventi ma nello stesso tempo non perdere i valori centrali. Se, poniamo, una casa editrice come la Feltrinelli decidesse di estendere l'attività ai dischi o altro in risposta alla globalizzazione del mercato, farebbe benissimo purché non tradisse la propria identità: se sei solo un editore di qualità e ignori cosa accade nel mondo, il tuo destino è l'oblio; se viceversa ti preoccupi solo di rispondere alle spinte del mercato e dimentichi che cosa hai realizzato in cinquant'anni di buona editoria, ti confondi coi parvenu della carta stampata".
Quando legge sui giornali titoli come Scoperto il gene dell'intelligenza, che cosa prova?
"L'idea che l'intelligenza dipenda da uno o da qualche gene è ridicola. Può esserci, è vero, un gene che, mutato, causa ritardo mentale, ma non un gene che produce intelligenza, come non può esserci il gene della salute, essendo probabilmente centinaia di migliaia i geni che vi contribuiscono. Tuttavia sono molto interessato alle scoperte in corso, che a mano a mano identificano le dozzine di geni legati alla cognizione. Quindi non rifiuto affatto il lavoro dei biologi molecolari, ma la semplificazione che se ne fa".
Il governo italiano vuole dotare ogni studente di un computer. Come cambiano educazione a apprendimento nell'era dell'informatica?
"Penso che, a differenza di altre tecnologie che non hanno influito granché sulla scuola, il computer rivoluzionerà davvero l'educazione, tant'è vero che per sostanziare la convinzione l'anno prossimo terrò il mio intero corso nel web. La vera ragione è però che voglio imparare, da solo, che cosa si può fare con l'insegnamento a distanza e che cosa non si può fare, ovvero capire quando, come insegnante, sono veramente necessario e qual è il vantaggio del contatto umano tra me e gli studenti e degli studenti tra loro. Se la rivoluzione del computer funziona, ci aiuterà a capire che cosa noi umani portiamo all'apprendimento in più della macchina. Ma non mi nascondo che la rivoluzione informatica potrebbe risolversi in una banalizzazione dell'educazione, in una tecnica per dare la risposta esatta nel più breve tempo e in un modo efficiente per passare al successivo livello invece che approfondire l'argomento.
Immagino comunque che di qui a cinquant'anni le aule saranno molto diverse. Anzi, forse non ci saranno neppure".
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vedi anche
Scienza e bioetica