RASSEGNA STAMPA

16 APRILE 2000
CRAIG VENTER
I geni dell'uomo
Il codice segreto della diversità
Sequenziare il genoma umano è il primo capitolo, e non l'ultimo, di una rivoluzione. Ma perché l'opinione pubblica capisca di quale rivoluzione si tratti, bisogna prima far piazza pulita di molti malintesi. Voglio chiarirne due che mi riguardano entrambi.
Francis Collins, responsabile del Progetto Genoma Umano negli Stati Uniti, e altri hanno dichiarato che noi di Celera Inc. abbiamo chiesto di brevettare il genoma umano. Non è assolutamente vero: ancora non abbiamo chiesto nemmeno un brevetto su un gene umano anche se lo faremo se ne identificheremo qualcuno capace di far progredire la medicina e che le aziende farmaceutiche potranno utilizzare per cercare nuove terapie.
Geni umani sono stati brevettati da molte compagnie e istituzioni tra cui, stando al "Wall Street Journal", l'amministrazione statunitense è quella che detiene di gran lunga il maggior numero. La faccenda sembra ossessionare l'Europa. Da noi, i brevetti sono iscritti nella Costituzione: rientrano in un patto collettivo che la società ha sottoscritto con chi fa scoperte importanti che possono portarle dei miglioramenti. L'alternativa è questa: tenere segreto quanto si è scoperto oppure ottenere un brevetto o un copyright che lo protegga e consenta di condividerlo con chiunque e a chiunque di usarlo, per esempio per lavorare a cure più efficaci e meno tossiche della radioterapia o della chemioterapia. Non c'è nessun altro motivo per brevettare un gene umano.
A uno scienziato, l'ossessione europea sembra bizzarra e fa sospettare che i mezzi d'informazione abbiano fatto ben poco per spiegare all'opinione pubblica che cos'è e che significato ha un brevetto. Nel caso dell'insulina umana, significa che Genentech ha acquisito il diritto di fare dell'insulina umana un prodotto ed è per questo e soltanto per questo che i diabetici ne dispongono oggi per curarsi. Genentech non è titolare del vostro gene o del mio, non ne possiede l'informazione bensì detiene il diritto commerciale di produrre insulina umana.
Il secondo malinteso è nato quando la stampa americana ha annunciato che avremmo tentato di creare un organismo ex novo, dopo la pubblicazione di un nostro articolo su "Science" (10 ottobre 1999). Nel 1995, all'Institute for Genomic Research (Tigr, il centro di ricerca fondato dall'autore nel 1992, ndt) avevamo sequenziato il genoma del Mycoplasma genitalium, un organismo unicellulare che ha poco più di 500 geni. Con Clare Fraser (la genetista cofondatrice e ora presidente di Tigr, ndt) e altri collaboratori ci siamo chiesti se davvero alla cellula servissero tanti geni per autoriprodursi. È una domanda di scienza fondamentale: quanti sono i geni indispensabili alla vita?
Abbiamo soppresso via via dei geni del Mycoplasma coltivandone dei knock-out ed è risultato che ne erano necessari circa 300. Ma la cosa sorprendente è che di quell'insieme minimo almeno 100 geni hanno funzioni ignote. Sarà un bel problema conoscerle anche in organismo così piccolo perché i suoi geni, come quelli di tutti noi, hanno molteplici funzioni. È il cosiddetto "pleotropismo", un concetto che perfino i biologi faticano ad accettare da quando famosi scienziati francesi se ne sono usciti con il "dogma": "un gene = una proteina = una funzione = una malattia".
Non è così che la biologia opera, eppure è quello che viene insegnato ancora oggi a tanti studenti. Ogni gene ha molteplici funzioni e può codificare per molte proteine diverse; ognuna di queste proteine può avere molteplici funzioni e avere nella cellula molti ruoli diversi che a loro volta possono anche portare a malattie diverse. Cercare di capire un gene isolandolo dagli altri significa avere una visione fuorviante della vita.
Noi ora sappiamo che i geni indispensabili al nostro microbo sono circa 300 e allo stesso tempo non ne sappiamo nulla. Non sappiamo se e come collaborino, in assenza degli altri 200, per supplire alle funzioni mancanti. Se non creeremo una cellula contenente quei 300 geni, non saremo scientificamente certi di quale sia il genoma minimo della vita. Voler identificare le basi molecolari della vita non c'entra affatto con la creazione di nuovi batteri, non ha nessuna applicazione concreta: parte dall'esigenza concettuale, filosofica, di capire la vita al suo livello elementare. Questo è lo scopo della nostra ricerca e degli esperimenti che stiamo cercando di progettare ed è, secondo me, lo scopo della stessa genomica.
Per riuscirci occorre elaborare informazioni complesse e perciò, immagino, invece di provare a spiegarle, i media hanno fatto ricorso alla fantascienza. Eppure non ce n'è bisogno, il tema di per sé basta a stimolare la fantasia.
Intanto il nostro cervello sarà capace di capire come i nostri 100 milioni di miliardi di cellule, ognuna con i suoi centomila geni che cambiano attimo per attimo in una dinamica incessante, facciano di ognuno di noi una vita unica e irripetibile? Non sappiamo come avvenga ma so che studiare un solo gene per volta non risponde alla domanda e quindi neppure ci può dire come curare determinate malattie, il cancro per esempio.
La realtà biologica è più straordinaria di quello che la mente può concepire. Non serve evocare né la clonazione umana né gli altri problemi sconvolgenti inventati dai media che esistono nel regno della fantascienza ma non in quello della scienza. L'opera della vita vera è immensamente più affascinante e supera di svariati ordini di grandezza qualunque cosa la fantascienza riesca a immaginare.
(Traduzione di Sylvie Coyaud)
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Biotecnologie