| Stephen J. Gould, "The Lying Stones of Marrakech.
Penultimate Reflections in Natural History", Harmony
Books, Random House, 2000, pagg. 372, $ 25.95. | Il Calandrino tedesco, meno noto del nostro, si chiamava
Johann Bartholomaeus Adam Beringer, di professione
medico e naturalista dilettante nella Würzburg del primo
Settecento. Che fosse noioso lo suggerisce il nome, e la
testimonianza di quei colleghi burloni che gli fecero
trovare dei fossili mai visti prima, come fossero animali
ancora vivi, incastonati, quasi fotografati in una lastra di
pietra. I burloni si spinsero più in là, e gli fecero trovare
una pietra con su scolpiti i caratteri ebraici per Geova. Il
buon professore, come altri ai nostri giorni, trovava troppo
belle le sue scoperte per non escogitare una spiegazione
che le rendesse credibili. E pubblicò un libro eruditissimo
sulle curiosità che la natura produce a elevazione
dell'anima umana. Dopo tutto, la steganografia era stata
un tempo una scienza molto in voga, capace di decifrare
per l'appunto i segni provvidenzialmente tracciati sulle
pietre. Il dubbio atroce gli venne, si dice, quando incappò
in una serie di caratteri impressi che si leggevano come il
suo nome. Che la Provvidenza avesse pensato a lui? Da
uomo pio scartò l'ipotesi, e comprese. Pare si sia rovinato
nel tentativo di ricomprare tutte le copie del libro.
L'autore di questa storia, e di tante altre che scorrono
veloci pagina dopo pagina di Le pietre menzognere di
Marrakech, è Steven J. Gould. Lo si può di solito trovare a
qualche centinaia di metri dal laboratorio di Lewontin, col
quale ha fatto lezione per molti anni. L'edificio, l'Agassiz
Museum of Comparative Zoology, è vecchio, antico per gli
standard di Harvard; invece dei computer, delle
centrifughe e dei potenti microscopi di Lewontin, nel suo
studio trovate centinaia di armadi a cassetti, pieni di
trilobiti fossili (veri), circa centomila. Anche loro hanno
qualcosa da dire in uno dei saggi, ma non giocano qui il
ruolo che ebbero nell'elaborazione della teoria degli
equilibri puntuati che ha reso Gould famoso. Gran parte
del libro riflette una delle sue passioni, la storia della
scienza, che qui, più che nelle altre raccolte di saggi già
pubblicate, prende il sopravvento sul baseball - pure
presente, ma quasi di sfuggita.
Lo stile è quello di sempre: un libro appena uscito, una
scoperta casuale, una fesseria ascoltata a un congresso
offrono lo spunto per il saggio: difficile arte molto
anglosassone su cui Gould si sofferma nell'introduzione
per difendere il suo essere genere "serio" e
profondamente leggero, per annunciare, con dolore dei
suoi ammiratori, che con il prossimo volume la premiata
manifattura di meraviglia e intelligenza, di polemiche e di
denuncie che dal 1973 ha già prodotto 290 saggi,
chiuderà nel gennaio del 2001, col saggio n. 300.
Il povero Professor Beringer-Calandrino è forse il
personaggio che c'entra meno, messo com'è accanto a
Galilei e Stelluti, Buffon e Lamarck, Lavoisier geologo,
Darwin e Lyell, Haldane alle prese coi gas venefici della
Prima Guerra Mondiale, ritenuti un'arma "umana", da
preferirsi a tutto quel sangue che fanno le pallottole. Per lo
studioso di Lamarck, solo rodimento di fegato. Gould non
è riuscito a comperare un'edizione di un'opera di
Lamarck del 1801 - anche a lui qualche volta va male -
appartenuta all'autore, interfoliata per facilitare
annotazioni, e correzioni. Il ricco acquirente è tuttavia
generoso - torna ad andargli bene - e permette a
Gould di portarsi la reliquia a casa per qualche giorno.
La descrizione manoscritta di un animaletto appartenente
al gruppo che chiamerà "annelidi", fa comprendere a
Lamarck la differenza tra i vermi intestinali e quelli che
vivono per conto loro. Il che lo porta a pensare che forse
la vita è cominciata due volte almeno: la prima, in tiepide
acque, ha portato alla formazione di quegli animaletti
trasparenti e mobilissimi che si intravedono a volte negli
stagni; il secondo inizio prese la forma di vermi parassiti
generatisi in corpi di altri animali. E gli esseri umani,
Lamarck concluse, discenderebbero proprio da loro. Tesi
che a leggere le cronache politiche pare trovare
quotidianamente conferma.
Il saggio su Darwin è davvero consolante. Per anni Gould
non ha voluto credere al Darwin che nell'autobiografia
dichiara di stupirsi per il successo delle proprie idee, vista
la sua intelligenza appena passabile, e le sue quasi
deplorevoli abilità matematiche. Davvero modesto; un po'
troppo per un accademico vissuto come Gould. E invece
si è ricreduto. Darwin, come molti scienziati di allora e di
oggi, era sinceramente convinto che scienza fosse solo
quella esprimibile in termini matematici, implacabilmente
certa nella concatenazione dei suoi enunciati. Anche per
lui il determinismo di Laplace, eroe scientifico dei suoi
tempi, era la massima ambizione di ogni impresa
conoscitiva. Mentre tutto il suo edificio teorico si basava
su intuizioni e su infiniti perché che passava a schiere di
amici e corrispondenti sparsi per tutto l'impero britannico,
e in quel poco di altrove che restava, in attesa di una
risposta, di un altro fogliolino di carta da aggiungere ai
suoi faldoni di appunti. La sua opera, lo diceva lui stesso,
era un "lungo argomento", non un teorema matematico. E
se si poteva sempre arrivare a capire o a immagine un
"perché", era impossibile prevedere la prossima mossa
della vita. Il che spiega forse la grande simpatia che
suscita in molti lettori, e in molti poveri storici. |