RASSEGNA STAMPA

16 APRILE 2000
PIETRO CORSI
Il fossile di Calandrino
Stephen J. Gould, "The Lying Stones of Marrakech. Penultimate Reflections in Natural History", Harmony Books, Random House, 2000, pagg. 372, $ 25.95.
Il Calandrino tedesco, meno noto del nostro, si chiamava Johann Bartholomaeus Adam Beringer, di professione medico e naturalista dilettante nella Würzburg del primo Settecento. Che fosse noioso lo suggerisce il nome, e la testimonianza di quei colleghi burloni che gli fecero trovare dei fossili mai visti prima, come fossero animali ancora vivi, incastonati, quasi fotografati in una lastra di pietra. I burloni si spinsero più in là, e gli fecero trovare una pietra con su scolpiti i caratteri ebraici per Geova. Il buon professore, come altri ai nostri giorni, trovava troppo belle le sue scoperte per non escogitare una spiegazione che le rendesse credibili. E pubblicò un libro eruditissimo sulle curiosità che la natura produce a elevazione dell'anima umana. Dopo tutto, la steganografia era stata un tempo una scienza molto in voga, capace di decifrare per l'appunto i segni provvidenzialmente tracciati sulle pietre. Il dubbio atroce gli venne, si dice, quando incappò in una serie di caratteri impressi che si leggevano come il suo nome. Che la Provvidenza avesse pensato a lui? Da uomo pio scartò l'ipotesi, e comprese. Pare si sia rovinato nel tentativo di ricomprare tutte le copie del libro.
L'autore di questa storia, e di tante altre che scorrono veloci pagina dopo pagina di Le pietre menzognere di Marrakech, è Steven J. Gould. Lo si può di solito trovare a qualche centinaia di metri dal laboratorio di Lewontin, col quale ha fatto lezione per molti anni. L'edificio, l'Agassiz Museum of Comparative Zoology, è vecchio, antico per gli standard di Harvard; invece dei computer, delle centrifughe e dei potenti microscopi di Lewontin, nel suo studio trovate centinaia di armadi a cassetti, pieni di trilobiti fossili (veri), circa centomila. Anche loro hanno qualcosa da dire in uno dei saggi, ma non giocano qui il ruolo che ebbero nell'elaborazione della teoria degli equilibri puntuati che ha reso Gould famoso. Gran parte del libro riflette una delle sue passioni, la storia della scienza, che qui, più che nelle altre raccolte di saggi già pubblicate, prende il sopravvento sul baseball - pure presente, ma quasi di sfuggita.
Lo stile è quello di sempre: un libro appena uscito, una scoperta casuale, una fesseria ascoltata a un congresso offrono lo spunto per il saggio: difficile arte molto anglosassone su cui Gould si sofferma nell'introduzione per difendere il suo essere genere "serio" e profondamente leggero, per annunciare, con dolore dei suoi ammiratori, che con il prossimo volume la premiata manifattura di meraviglia e intelligenza, di polemiche e di denuncie che dal 1973 ha già prodotto 290 saggi, chiuderà nel gennaio del 2001, col saggio n. 300.
Il povero Professor Beringer-Calandrino è forse il personaggio che c'entra meno, messo com'è accanto a Galilei e Stelluti, Buffon e Lamarck, Lavoisier geologo, Darwin e Lyell, Haldane alle prese coi gas venefici della Prima Guerra Mondiale, ritenuti un'arma "umana", da preferirsi a tutto quel sangue che fanno le pallottole. Per lo studioso di Lamarck, solo rodimento di fegato. Gould non è riuscito a comperare un'edizione di un'opera di Lamarck del 1801 - anche a lui qualche volta va male - appartenuta all'autore, interfoliata per facilitare annotazioni, e correzioni. Il ricco acquirente è tuttavia generoso - torna ad andargli bene - e permette a Gould di portarsi la reliquia a casa per qualche giorno.
La descrizione manoscritta di un animaletto appartenente al gruppo che chiamerà "annelidi", fa comprendere a Lamarck la differenza tra i vermi intestinali e quelli che vivono per conto loro. Il che lo porta a pensare che forse la vita è cominciata due volte almeno: la prima, in tiepide acque, ha portato alla formazione di quegli animaletti trasparenti e mobilissimi che si intravedono a volte negli stagni; il secondo inizio prese la forma di vermi parassiti generatisi in corpi di altri animali. E gli esseri umani, Lamarck concluse, discenderebbero proprio da loro. Tesi che a leggere le cronache politiche pare trovare quotidianamente conferma.
Il saggio su Darwin è davvero consolante. Per anni Gould non ha voluto credere al Darwin che nell'autobiografia dichiara di stupirsi per il successo delle proprie idee, vista la sua intelligenza appena passabile, e le sue quasi deplorevoli abilità matematiche. Davvero modesto; un po' troppo per un accademico vissuto come Gould. E invece si è ricreduto. Darwin, come molti scienziati di allora e di oggi, era sinceramente convinto che scienza fosse solo quella esprimibile in termini matematici, implacabilmente certa nella concatenazione dei suoi enunciati. Anche per lui il determinismo di Laplace, eroe scientifico dei suoi tempi, era la massima ambizione di ogni impresa conoscitiva. Mentre tutto il suo edificio teorico si basava su intuizioni e su infiniti perché che passava a schiere di amici e corrispondenti sparsi per tutto l'impero britannico, e in quel poco di altrove che restava, in attesa di una risposta, di un altro fogliolino di carta da aggiungere ai suoi faldoni di appunti. La sua opera, lo diceva lui stesso, era un "lungo argomento", non un teorema matematico. E se si poteva sempre arrivare a capire o a immagine un "perché", era impossibile prevedere la prossima mossa della vita. Il che spiega forse la grande simpatia che suscita in molti lettori, e in molti poveri storici.
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