RASSEGNA STAMPA

16 APRILE 2000
CARLO OSSOLA
MARIA ZAMBRANO Un chiarore nel bosco del moderno
Maria Zambrano, "Delirio e destino", Raffaello Cortina, Milano 2000, pagg. 304, L. 42.000
Maria Zambrano, "Persona e democrazia. La storia sacrificale", Bruno Mondadori, Milano 2000, pagg. 200, L.24.00O
Maria Zambrano, "L'agonia dell'Europa", Marsilio, Venezia, pagg. 116, L. 18.000.
Molto, del pensiero di Maria Zambrano (1904-1991), si trova ricapitolato in questa proposizione che anima il suo saggio Verso un sapere dell'anima (1996): "La Filosofia e il Cristianesimo hanno tracciato il cammino attraverso il quale l'istinto erotico si trasforma in amore, in cammino di salvezza. Platone nel Simposio e nel Fedone mostra il duplice cammino della fecondità e della conoscenza, cammino duplice che è in realtà unico. L'amore è fame, furia, ma di generare... e nella bellezza. Trova compimento quando genera, fisicamente o intellettualmente, creando un corpo o una conoscenza; l'amore è un dio intermedio che serve all'immortalità".
Allieva di José Ortega y Gasset e influenzata dal pensiero di Unamuno, dei quali traccia un commosso ritratto nel fulgido capitolo "La Spagna si risveglia sognandosi" in Delirio e destino, Maria Zambrano ha stretto, con sapienza, i fili che legano poesia e filosofia (come da noi, in forma ancor più discreta, Cristina Campo). Ha reagito al pensiero heideggeriano, opponendo ai Sentieri interrotti i Chiari del bosco (1991), la "clairière" ove l'intrico di tenebra si dirada, ove raggia - a tratti e barlumi - la preesistenza dell'amore. ""Sarà stata più o meno l'alba quando Don Chisciotte iniziò il cammino": ecco, di tutta la storia di Don Chisciotte, cos'è che produce più sorpresa. Iniziò un cammino che lui solo conosceva, ma senza nemmeno averne coscienza, senza saperlo. Lo guidava Dulcinea, l'inesistente, che egli doveva far esistere a forza di gloria conquistata con l'impegno di un amore che si prodigava. In tal modo Alonso Quijano cessava di essere quello conosciuto, quello già visto, l'inalterabile, e cessava di assomigliare a una cosa" (I beati, 1992).
Maria Zambrano reagisce così a due aporie: quella, oggi vincente ribaltata in totalità, che fa dell'uomo cosa misurabile e riproducibile; e quella, non meno presente e insinuante, che fa della singolarità della persona un inciampo da eradere in un pettinato giardino di sole forme silenti. Essa difende la specificità dell'eredità d'Europa: "L'uomo europeo non è disposto a lasciarsi divorare dal rovo ardente; è l'unico uomo che vivendo in una religione non si lancia in pasto agli dei, neppure al Dio che si offrì in pasto per lui.
Al contrario, ha voluto prima di tutto fondare la sua storia, la sua propria creazione. E la massima violenza mai immaginata ... Tutte le religioni, meno una, si rassegnano, spingono a rassegnarsi e persino ad amare la scomparsa dell'uomo nel seno senza fondo dal quale era venuto. E a concepire la vita umana come un errore che bisogna cancellare il più presto possibile, un tremendo equivoco che bisogna far sparire. L'uomo si sogna a essere come se non fosse, si precipita verso il suo desnacimiento" (L'agonia dell'Europa).
L'uomo europeo, al contrario, è l'uomo del Rinascimento; egli non fa che celebrare la sua continua rinascita sopra le rovine della violenza ch'egli stesso genera come "animale biotico" ("la storia è figlia della massima violenza"), e cerca di restaurare nella perfezione di città sognate: architetture erette a custodire le comunità dai loro abomini: l'Europa delle cattedrali, delle fontane d'acqua pura al centro di cui convergono tutte le vie, i cammini, gli sguardi della città perfetta, e del senso ultimo, della "fede ultima" come la definisce la Zambrano) sopra la cenere del corpo della storia. E qui soccorre la poesia della sua Spagna, poesia che oggi tendiamo a smarrire - dell'irrinunciabile : "anima della quale un Dio è stato prigione, / vene che hanno dato soffio tanto fuoco, / midolla che hanno gloriosamente arso, / il corpo , non la cura: / saranno cenere, ma avranno un senso" Francisco de Quevedo, citato nell'Agonia dell'Europa).
L'irrinunciabile e l'inatteso: la persistenza della finalità e il rovesciamento della "datità': ancora soccorre la grande mistica possibile che si dia una notte oscura senza, prima, illuminazioni che trasformano la chiarezza abituale in oscurità?" (I beati). Sembra riaffiorare in Maria Zambrano quella tradizione, tutta spagnola, dell'alumbradismo (alumbrar è rischiarare, ritrovare i Claros del bosque, ma anche "cercare le acque sotterranee"). E ancora quella "Coscienza del mondo" che stata insieme biografica: giovinezza tra Malaga e Madrid, assistente all'Università tra il 1931 ed il 1936 (di quel tempo è la significativa tesi di dottorato su La salvezza dell'individuo in Spinoza), nel 1939 inizia un esilio che la porterà prima a Parigi, poi a New York, L'Avana, Puerto Rico, nuovamente Parigi (1946-1949) e L'Avana (1949-1953), infine Roma (1953-1964); dal 1964 al 1977 sarà a La Pièce sul lago di Ginevra e infine nel 1984 rientra in Spagna ove la sua opera comincia a essere diffusa e amata; ma sarà anche libertà e conquista intellettuale, con una fedeltà ai classici (belassimo il suo Seneca, 1998, e il suo Agostino: La confessione come genere letterario, 1997) pari all'ascolto dei contemporanei: Machado, Cioran, Octavio Paz, ma su tutti Ortega: "Ortega usava spesso, a lezione, la metafora della rete per parlare della ragione quando pretende di catturare la realtà molteplice; la rete che impone la sua struttura, quel minimo di struttura indispensabile perché la ragione è indispensabile alla vita umana".(Delirio e destino).
Dopo le prime traduzioni degli anni Sessanta, il pensiero della Zambrano si è diffuso da noi a partire dalla sua morte, 1991, ogni anno con almeno una traduzione; e se presto ci fosse anche la sua Para una historia de la piedad (Malaga, Torre de las Palomas, 1989), la sua parabola apparirebbe ancor più prossima alla grande tradizione dell'umanesimo agostiniano - dì confessione e compassione - di cui è stata l'ultima grande interprete.
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