RASSEGNA STAMPA

16 APRILE 2000
GIOVANNA PAJETTA
Un Touraine con nostalgie stataliste
Alain Touraine, "Come liberarsi del liberismo", Il Saggiatore, Milano 2000, pagg. 158, L. 22.000.
Alain Touraine è un ottimista. Una specie decisamente rara, soprattutto nella sinistra europea degli anni 80 e 90, e soprattutto se, come fa il sociologo francese nel suo ultimo libro, si vuole riaffermare la vitalità dei movimenti sociali. Ovvero di quello che è stato il cuore della politica delle sinistre di ogni tempo. Ma Touraine ha una battaglia da combattere e non si fa spaventare dall'idea di essere controcorrente. Anzi, ì suoi nemici sono proprio le idee che più vanno oggi per la maggiore, a partire dalla ossessione per la globalizzazione. Sia che questa prenda l'aspetto del migliore dei futuri possibili, sia che venga rappresentata come il peggiore di tutti i mali.Due visioni opposte ma accomunate, per l'autore di Come liberarsi del liberismo, dalla proclamazione dell'impotenza dell'azione politica.
Immerso fino al collo nel dibattito sulla "transizione liberista" francese, Touraine scansa così con fastidio le fosche previsioni di Vivianne Forrester ("né proposte, né analisi"), i militanti del "contro-pensiero unico", ma anche chi rimpiange il passato, ovvero i "repubblicani". Eredi e sostenitori, ancora oggi, di una concezione dello Stato come tutore della società e gestore dell'economia. La loro colpa però non è solo quella dì voler conservare a tutti i costi un modello che impedirebbe alla Francia di entrare a pieno titolo nell'Europa comunitaria e nella competizione globale. Proprio per la loro pervicace nostalgia, al pari dei populisti (e catastrofisti) dell'ultrasinistra, i "repubblicani" si dimostrano incapaci di vedere il nascere dei nuovi movimenti. Figli del processo di progressiva esclusione di alcune fasce sociali che scaturisce dalla globalizzazione, ma, secondo il sociologo francese, niente affatto marginali. Né socialmente, né politicamente.
Al centro della scena ecco allora comparire le lotte dei "senza". Dai disoccupati organizzati, ai senza casa e, soprattutto, ai "sans papiers", gli immigrati privi di permesso di soggiorno che si guadagnarono l'onore delle cronache occupando le chiese parigine di Saint Ambroise e Saint Bernard. Rifiutando già nella scelta del nome dì battaglia (non più "aliens" o clandestini ma individui in cerca di una comune cittadinanza) quel ruolo di puri oppressi, di vittime da riscattare così amato (non solo in Francia) dai loro fans dell'ultrasinistra. Per questo, come per la capacità di costruire alleanze e suscitare il favore di un'opinione pubblica non certo spontaneamente simpatetica verso lo "straniero", quella dei "sans papiers" è una lotta ben diversa dalla classica rivolta dei disperati. Anzi, sostiene Touraine, è l'esempio di un movimento sociale capace, qui sta la novità e l'attualità, di rivendicare e proporre i diritti. Diritti di cittadinanza, ma soprattutto "diritti culturali" come dimostrerebbe un'altra battaglia condotta nella Francia degli anni 90. Quella dei gay e dell'Aides di Daniel Defert, prima contro l'Aids e poi per il riconoscimento delle coppie di fatto. E se ancora si tratta di germi, di indizi di nuovi scenari di lotte sociali, è solo perché la sinistra si dimostra miope. Non vede cioè che esiste una "via del due e mezzo", che potrebbe portarla fuori dalle secche dello scontro tra il conservatorismo repubblicano e il neoliberismo del labour di Tony Blair.
Peccato che per questi nuovi scenari, animati come nel secolo scorso dai movimenti sociali, Alain Tourain non riesca a trovare né un contesto, né degli strumenti di riferimento adeguati. Dopo aver tanto criticato i "repubblicani", il sociologo francese torna infatti ad affidare allo Stato nazionale un ruolo fin troppo centrale. Rifiutando il "vecchio sistema di gestione", ma difendendo poi a spada tratta, uno Stato "anticipatore, mediatore e animatore dei cambiamenti", che si faccia garante di piena occupazione e difesa del lavoro. Una visione per tanti versi antica, e che costringe Touraine, per sostenerne la praticabilità ancora oggi, a mettere tra parentesi i processi di globalizzazione in atto. Fino a definirli con giudizio decisamente troppo tranchant "una bolla ideologica" o addirittura "una trappola ideologica".
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