RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2000
SERENA PALIERI
La libertà "scomoda" di Sartre
PAOLA DECINA SULL'ATTUALITA' DEL FILOSOFO A CENT'ANNOI DALLA MORTE
La letteratura - diceva - serve a svelare gli uomini ad altri uomini
Fu un narratore con l'ambizione di essere scrittore. Rimane un maître à penser
Gennaio 1947, Giulio Einaudi edita "Il muro": sono i cinque racconti che Jean-Paul Sartre ha pubblicato in Francia nel '39 e coi quali ha raggiunto un record di vendite, quarantamila copie. Tre mesi dopo a Torino si celebra un processo per oltraggio al pudore: imputato, Einaudi. E, con lui, quel libro in cui il fìlosofo-narratore-drammaturgo ha trattato l'impotenza e la frigidità, l'assassinio e la follia. Il processo fa un tale scalpore che provoca - nell'Italia ancora senza tv - un corto circuito mediatico di potenza analoga a quelli che sperimentiamo oggi se i giornali arrivano a dare la notizia (poi smentita) che, a seguire, si prepara un sequestro giudiziario postumo per un paio di romanzi flaubertiani vecchi di novant'anni, "Madame Bovary" e "Salambò"... Paola Dècina Lombardi, francesista, ha ricostruito la vicenda, e un vividissimo ritratto del nostro paese in quegli anni, nell'introduzione alla nuova edizione del "Muro" che, cinque anni fa, ha pubblicato Einaudi. Dove, tra l'altro, leggeva in modo inedito le motivazioni addotte dall'arringa della difesa (una paradossale apologia del moralismo che, osservava, sembrava un trucco ben riuscito, allestito dietro le quinte dall'einaudiano Cesare Pavese). E leggeva maliziosamente in filigrana anche l'appoggio pubblico dato in quei mesi al libro da Alberto Moravia: un articolo sulla "Fiera letteraria" dove il romanziere degli "Indifferenti" riusciva a non parlare mai, in concreto, dei racconti del "rivale" francese. Con lei parliamo del Sartre affidato a quattro romanzi, "La nausea" e i tre del ciclo "Le vie della libertà", e a quel volume di racconti: il Sartre romanziere che operò fino al '49. Parliamo anche del Sartre drammaturgo che, invece, continuò a produrre molto più a lungo: "Le mosche" è una pièce del '43, "I sequestrati di Altona" del '60. Del Sartre insomma che, anche più del filosofo, sembra aver scontato post-mortem, in un limbo di distratto oblio, l'incomparabile peso esercitato sulla cultura europea per una trentina d'anni.
Jean-Paul Sartre, Nobel per la letteratura 1964 - premio al quale oppose un gran rifiuto - moriva vent'anni fa. Pochi scrittori hanno tematizzato, come lui, il rapporto tra l'autore e l'invenzione letteraria. Ma Sartre è stato poi un narratore vero? Resiste al tempo?
"Non credo abbia troppa importanza chiedersi se sia stato più narratore, filosofo o autore di teatro. O quanto "La nausea" e "Il muro" siano dei capolavori letterari rispetto a "Le vie della libertà", considerata dalla critica una trilogia ideologica. Sartre era uno scrittore e un maître a penser che nel bene e nel male si è imposto molto più di altri grandi francesi a livello mondiale. Che avesse l'ambizione di uno di essere uno scrittore e un artista è indubbio. E' un bambino quando comincia a scrivere storie, anzi a "plagiare", come dice lui stesso, incoraggiato dall'ambiente familiare, ed è un autore affermato che già si è misurato in vari campi, quando si consuma sulle 2800 pagine dell'"Idiota della famiglia, cioè i tre volumi su Flaubert.
Dunque la letteratura è stata una sua preoccupazione costante. E Sartre è narratore non solo nei romanzi e racconti. Lo è pure nella bella, serrata autobiografia, "Le parole", che meriterebbe di essere più nota, ma anche in "Baudelaire" e in molti saggi critici, penso a "Situation" e alla prefazione ad "Aden Arabia" di Paul Nizan. E il narratore rispunta in tante pagine del 'Flaubert' e del 'Saint- Genet'. Sono testi di uno scrittore, o se si vuole di un critico-scrittore, che affronta l'opera altrui per una interrogazione su se stesso. "Chi sono, come posso saperlo e capirlo?" recita l'incipit dell' "Idiota della famiglia". Ed è lo stesso interrogativo che si pone Roquentin nella 'Nausea', al contrario delle cinque storie del 'Muro'. Il primo riuscirà a superare la crisi col "sentirsi finalmente esistere" e l'accettarsi, gli altri restano abbarbicati alle loro menzogne, debolezze e fughe dalla realtà".
I racconti del "Muro" esploravano una morale borghese compatta negli anni '30.Messa in crisi nei successivi sessant'anni. Con quale spirito possiamo leggerli oggi?
"Con lo stesso con cui da sempre si legge un'opera che obbliga a pensare. Per quanto al limite, e oggi alcune non più così trasgressive come all'epoca, le cinque scene di vita irrisolta che comportano impotenza, frigidità, follia, assassinio, malafede, perversione. I cinque casi di "'disfatta" non sono affatto anacronistici. Se guardiamo intorno, le stanze dove si annida un universo più o meno "putrido", non mancano. E soprattutto non mancano l'antisemitismo e il fascismo che Sartre ha denunciato con grande efficacia narrativa nell' "Infanzia di un capo". E anche "Erostrato", il racconto di un intellettuale in crisi, voyeur piuttosto che grande amatore, che per affermare il suo rifiuto degli uomini spara tra la folla, ci fa meditare. Come non pensare all'assassinio di Marta Russo? Ma non sono queste le uniche considerazioni a proposito di un capolavoro"
Quando si poneva la domanda "che cos'è la letteratura" Sartre quale risposta si dava?
"In grossolana sintesi, che la letteratura è conoscenza. Quanto è stato ininterrotto l'interrogativo, tanto articolata è stata la risposta. In effetti, cominciata nel 1947, con un lungo articolo su "Les Temps Modemes", prosegue attraverso una lunga serie di testi critici, monografie su temi e autori - da Dos Passos a Faulkner, ai Surrealisti e a Gide, Mauriac, Camus, tra gli altri. La letteratura - dice Sartre - serve a svelare e far conoscere gli uomini ad altri uomini. L'imperativo estetico è fondamentale ma in esso deve essere implicito, a suo parere, un atteggiamento etico, e cioè la volontà di far prendere coscienza della realtà che sta al di là delle convenzioni e degli interdetti, ovvero la libertà e la responsabilità dell'individuo, la sua autonomia e i suoi diritti. La sua nozione di letteratura "impegnata" e cioè rivolta al presente e attenta all'Europa, al socialismo e alla pace", ha dato e può seguitare a dare adito ad equivoci. Per Sartre 1'impegno non deve mai tradire la natura dell'arte e non ha nulla a che vedere con il realismo socialista. La domanda di Sartre nasce dall'opposizione alla flaubertiana arte per l'arte, all'idea della letteratura come "punto di vista della morte sulla vita". Per lui la letteratura deve servire a scegliere la vita. "Che cos'è la letteratura" è un testo teorico importante anche per gli spunti metodologici. Sartre passa in rassegna la forma, lo stile, i generi letterari e fa un'analisi magistrale della critica. Contro quella accademica, soprattutto, avvezza a dissezionare le opere come cadaveri da seppellire in altrettanti 'colombai', e rivendica una lettura che restituisca vita ai testi come ad organismi viventi. E questa lezione, che è stata fondamentale per la "Nouvelle critique", non solo resiste ma resta a mio parere una delle più valide di Sartre".
La prima metà del Novecento, particolarmente in Francia, era stata un'epoca di avanguardie. Sarte usa modalità classiche o già sperimentate da altri: come il Cèline al quale rivolge esplicito omaggio nell'epigrafe alla "Nausea". Perché?
"Direi il contrario. A Sartre lo stile importava, e molto, come pure la sperimentazione delle forme. Prima della "Nausea" ci sono stati racconti di apprendistato e se "La nausea" è un diario frammentato da contrapporre al romanzo precedente, dalla 'Recherche' proustiana al romanzo storico a quello d'avventura di Malraux, lo stile del "Muro" è serratissimo. Direi che procede alla liquidazione dell'impianto romanzesco tradizionale in nome di una forma che sia sostanza e di uno stile che sia non sornione, accattivante, ma "arma di combattimento", come dice a proposito di Nizan".
Perché dal '49 si dedica solo alla scrittura per il teatro?
"Considera il teatro un "fenomeno religioso collettivo", più efficace per andare verso gli altri".
Sartre, in Italia, non sembra più avere posto nel dibattito culturale. I suoi libri continuano a essere pubblicati e letti ma sembrano rimossi dalla coscienza degli intellettuali. Perché?
"Le ragioni della rimozione sono varie. Ha pesato il giudizio sull'ultimo Sartre, quello ostinatamente maoista, e ha lasciato perplessi quello privato rivelato dalla corrispondenza. La generazione che ha guardato alla coppia Sartre Beauvoir come a un modello, credo che abbia pagato un po' cara l'illusione della parità e del rapporto aperto, scoprendo poi quanto fossero deboli i presupposti e i risvolti. C'è anche un oblio psicologico, tipico di ogni generazione. Ma credo che se da parte di alcuni c'è rimozione, come lei dice, questo dipenda dalla scomodità di Sartre: nonostante gli errori, nonostante la ricetta di letteratura impegnata, cioè "problematica e morale", certo rigida e schematica, non è un buon segno che non ci si confronti. Cattiva coscienza?"
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