RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2000
CLAUDIO TOGNONATO
Il filosfo della rive gauche
" Mi ero ucciso in anticipo perché solo i defunti godono dell'immortalità". Così il Sartre maturo di Le Parole ricordava gli anni dell'infanzia quando il piccolo Poulou aveva deciso che sarebbe diventato il grande Jean-Paul Sartre. Allora il mondo era custodito negli scaffali della libreria del nonno Charles Schweitzer, fratello di Albert, che più tardi, nel 1952, sarebbe stato insignito con il nobel per la pace. In tutti quelli oggetti preziosi il bambino aveva trovato il suo posto e la sua religione: nulla più importante di un libro. Un universo si apriva e lo avrebbe proiettato molto in alto, "ogni uomo ha il suo posto naturale; né l'orgoglio né il valore ne stabiliscono l'altezza: è l'infanzia a decidere. Il mio posto - senza nascondere l'alterigia, concludeva Sartre - è un sesto piano parigino con vista sui tetti".
Il 15 aprile 1980 Sartre lasciò la sua città per sempre. Non era così frequente negli ultimi tempi vederlo in quei caffè e bistrò che furono negli anni Cinquanta i luoghi di culto dell'esistenzialismo, ma la notizia della sua morte fu per molti la fine di un'epoca, la rive gauche spegneva le sue luci. Il suo funerale si trasformò in una vera e propria manifestazione: un corteo di migliaia di persone, lungo e silenzioso, invase inaspettatamente le strade di Parigi. Giovani e vecchi, stranieri e francesi arrivati in città per accompagnare la salma fino al cimitero di Montparnasse. La filosofia ritornava ai suoi argini, Jean-Paul Sartre era morto.
Accade molto di rado che la nascita di una filosofia o l'uscita di un libro si trasformi tempestivamente in un vasto movimento di opinione. Ma quando a metà degli anni '40 la suadente voce di Sartre, le sue conferenze, le interviste, i saggi, i romanzi, le sue pièce teatrali, la sua rivista si sono abbattuti sulla Parigi da poco liberata dall'occupazione tedesca si parlò dell'offensiva esistenzialista. Non si trattava però di una manovra militare ma di un'ambiziosa impresa intellettuale sulla quale Sartre aveva puntato tutte le sue armi: fornire un'ideologia al dopoguerra.
Vent'anni fa si chiudeva una porta, ma anche chi si trovava sulla sponda opposta al pensiero di Sartre, come Valerie Giscard d'Estaing, allora presidente della repubblica, volle esprimere il suo rammarico: "la morte di Sartre rappresenta la perdita di una delle intelligenze più lucide dei nostri tempi. Jean-Paul Sartre ha rifiutato tutti gli onori e non voglio contraddire i suoi intimi desideri, lo saluto non in quanto presidente ma come quel suo lettore che da giovane sono stato". O altri meno lontani come François Mitterrand, che dichiarava: "Sartre ha dato agli uomini le ragioni per esistere, dei mezzi per comprendere, dei motivi per combattere...".
Uscito di scena, non ci fu per Sartre quel periodo di silenzio che di solito segue la scomparsa di personaggi troppo esposti. Non ci fu il cosiddetto "purgatorio" perché poco dopo la sua morte cominciarono a uscire, uno dopo l'altro, una vera e propria valanga di inediti. Sartre tornava a stupire con lavori estremamente interessanti come le Ouvres romanesques, Les Cahiers pour une morale, Les Carnets de la drôle de guerre, il secondo volume della Critique de la raison dialectique, lo scenario Freud, il Mallarmé, Vérité et existence, La Reine Albemarle ou le dernier touriste, Les écrits de jeunesse. Un insieme di lavori che da soli costituirebbero la più che "normale produzione di un intellettuale medio". Ma non era il caso di Sartre che ne Le Parole confessava la sua disciplina di scrittore: "non un giorno senza una riga".
Oggi si parla di "ritorno di Sartre" o di "Sartre Renaissance" anche perché la copiosa uscita degli inediti ha stimolato una nuova serie di studi. Si sono aperti nuovi scenari e interrogativi che hanno segnato le ricerche a partire dagli anni '80. Testimoniano di questo interesse le oltre 6.000 segnalazioni di e su Sartre raccolte da Michel Contat e Michel Rybalka, che nel 1993 hanno pubblicato una ricerca bibliografica internazionale (Sartre, Bibliographie 1980-1992, Cnrs Editions) da cui risulta come egli sia l'intellettuale francese più studiato in tutto il mondo.
Due mesi fa, in Francia è uscito il suggestivo lavoro di Bernard-Henri Lévy, Le siècle de Sartre (Grasset, pp. 663, 148 F). L'incipit racconta proprio quel pomeriggio d'aprile di vent'anni fa, davanti al cimitero di Montparnasse in una Parigi senza macchine. In quel funerale che "era cominciato con un aria di festa e che ora si concludeva troppo velocemente, come una manifestazione troppo breve" c'era anche Lévy che ora considera Sartre "la figura dominante, nel bene e nel male, di tutte le speranze e delusioni, le utopie e gli accecamenti che hanno attraversato il nostro secolo". Il libro, frutto di sei anni di lavoro, scinde Sartre in due: il Sartre mondano, ribelle, anarchico, scintillante avventuriero della libertà, e quel militante sempre impegnato che dal socialismo passa allo stalinismo per concludere infine con i maoisti. Quel Sartre dei mille errori politici che comunque è seguito da tanti che "preferiscono sbagliare con Sartre che aver ragione con Raymond Aron", come all'epoca si diceva. Il primo è un Sartre nietzscheano, letterato e filosofo a cui piace giocare con le parole e schernire la serietà. E' il Sartre de La Nausea e L'Essere e il Nulla quello che considera l'uomo "una passione inutile". Il secondo è invece quello marxista, che non vuol essere integrato nel Pc come "intellettuale organico", che preferisce definirsi "compagno di strada". E' il Sartre di Che cos'è la letteratura? e della Critica della ragione dialettica. Alla tesi, non nuova, dei due Sartre Lévy aggiunge l'ipotesi che questi due momenti, più che successivi siano alternativi, o addirittura simultanei offrendoci l'immagine di un Sartre vivo e mutevole, in perenne lotta contro se stesso.
Degna d'interesse è anche la scelta di Philippe Petit che ne La cause de Sartre (Puf, pp. 251, 125 F) vuole mettere in discussione il "Sartre politico". Consapevole di trovarsi davanti a un intellettuale, uno scrittore, un filosofo e non a un uomo politico, l'autore sostiene che l'impegno in Sartre non è riducibile alla dimensione politica. "La filosofia non arriva dopo la politica ma la precede". E' sintomatico che La Critica della ragione dialettica, una delle opere più vicine al marxismo ,abbia nel titolo un chiaro riferimento a Kant e alla filosofia. La cause de Sartre analizza i diversi scritti di Sartre attraverso una sequenza storica che si chiude nel momento in cui quella successiva non è ancora aperta. Petit, che definisce il funerale di Sartre "l'ultima manifestazione del '68", centra la sua analisi su uno degli ultimi lavori di Sartre, il monumentale studio su Gustave Flaubert, L'Idiota della famiglia. Da qui partono le ricerche per capire l'insieme degli scritti politici e letterari come "universali-singolari" cioè, come delle totalità storiche che si manifestano individualmente e allo stesso tempo come delle singolarità che esprimono una totalità universale. Il singolo è irripetibile ma è anche espressione dell'universo di cui è parte, anzi l'intero universo si esprime in quella sintesi unica che è l'esistente.
Sono molti i lavori che si sono dati appuntamento per il ventennale della morte, come L'Adieu à Sartre, di Michel-Antoine Burnier, Les Trois Aventures extraordinaires de Jean-Paul Sartre di Olivier Wickers, il Sartre di Denis Bertholet, Littérature et engagement, de Pascal a Sartre di Denis Benoît, e La Lettre à Mathilde sur Jean-Paul Sartre di Jeannette Colombel. E Libération ha annunciato per oggi la pubblicazione del dossier Sartre, riproponendo le oltre cinquanta pagine uscite 20 anni fa dopo la morte del filosofo e oggi introvabili, un classico. Si avvera, dunque, la Sartre Renaissance prospettata già due mesi fa dal Nouvel Observateur? Probabilmente si tratta più di un desiderio che di una constatazione. Non è facile prevedere cosa avrebbe detto Sartre di questo ritorno, forse, semplicemente, che è lo stesso ritorno a essere impossibile. Il cambiamento interviene, infatti, modificandoli, tanto sull'oggetto quanto sul soggetto di ogni eventuale e dunque impossibile ritorno.
Nell'intervista a Le Nouvel Observateur Lévy diceva di aver scritto il suo libro anche per riparare l'offesa che ha fatto di Sartre il capro espiatorio di tutte le follie del XX secolo. Proprio per questo, e a vent'anni dalla scomparsa, credo sia giusto ricordare quell'uomo che si cela dietro le migliaia di pagine colme d'idee, quell'avventuriero della libertà che scriveva: "Dopo aver applaudito alla vittoria del militante è verso l'avventuriero che mi rivolgo... egli è testimone dell'esistenza assoluta dell'uomo e della sua assoluta impossibilità. Meglio, egli dimostra che questa impossibilità d'essere è la condizione della sua esistenza e che l'uomo esiste perché è impossibile".
inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche