RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2000
ANTONIO GNOLI
Mille voci per raccontare la fine della politica
Esce l'"Enciclopedia del pensiero politico"
Intervista con i curatori Roberto Esposito e Carlo Galli
Quattro anni di lavoro, tanto è il periodo impiegato da Roberto Esposito e Carlo Galli per confezionare questo sguardo di insieme sulla filosofia politica. Quattro anni per produrre all'incirca mille voci, la cui stesura è stata affidata a un centinaio di collaboratori. Il risultato è una Enciclopedia del pensiero politico (Laterza, pagg.789, lire 130.000), che si segnala, malgrado la mole, per l'agilità con cui attraversa vari territori del sapere e la chiarezza del risultato.
Roberto Esposito è uno studioso del comunitarismo, in particolare quello che proviene da Jean-Luc Nancy, e ha un suo punto di vista sulla politica che egli ama definire "impolitico". Il termine può apparire oscuro o fuorviante.
Diciamo, un po' alla buona, che l'impolitico non è il contrario del politico, ma la sua decostruzione. Immaginate una casa nella quale troverete suppellettili, quadri, infissi, pareti ecc. La politica, in quanto filosofia o teoria, è una specie di casa costruita sui concetti, sulle opposizioni. Il punto di vista dell'impolitico è non tanto di demolire i concetti - per esempio "sovranità", "rappresentanza", "democrazia" ecc. - ma vedere la loro instabilità, coglierne la implausibile fondatezza.
Carlo Galli è il migliore studioso italiano di Carl Schmitt.
Dire Schmitt significa, in qualche modo, alludere a qualcosa che ha a che vedere con la tradizione del realismo politico (con Machiavelli e Hobbes, per intenderci), con l'idea di politico che decide, che sceglie, che immagina la scena abitata dal conflitto. Ma Galli è andato oltre. Dopo aver portato per anni la croce di Schmitt, si è defilato da questo scenario, cogliendo nella filosofia politica, e nelle teorizzazioni che si fanno su di essa, una grande precarietà.
"I concetti che la politica ci mette a disposizione sono contingenti", dice. E nel dirlo viene da pensare che qualche punto in comune fra Galli ed Esposito esiste.
Allora siete partiti da sponde teoriche diverse e ora approdate a una impresa comune...
Esposito: "E' vero col tempo siamo diventati complementari.
Pur partendo da esperienze culturali differenti siamo giunti alla stessa conclusione, cioè sfondare la prospettiva storico concettuale che la politica ci ha fornito".
Sfondare cosa?
Esposito: "Diciamo decostruire".
Galli: "Quello a cui allude Esposito è che nonostante tutta la storia del pensiero politico occidentale sia un immenso tentativo di costruire fondamenti metafisici alla politica, in realtà noi vediamo un'assenza o una precarietà di quei fondamenti. Bisogna cominciare a pensare ai concetti della politica come a qualcosa di contingente".
Da un po' di tempo tutti i discorsi filosofici puntano il dito accusatore contro la metafisica. C'è, o almeno sembra ci sia, una rincorsa generale a uscire dalla metafisica, da questa bolla speculativa. Non è anche questa una moda?
Galli: "Nessuno di noi vuole uscire dalla metafisica. O meglio nessuno di noi pensa che esista oggi un oltre su cui fondare le proprie speranze filosofiche. Io credo che la filosofia politica non possa uscire dalla propria epoca, come ciascuno di noi non si può staccare dalla propria ombra".
Esposito: "Del resto anche Heidegger, Derrida, Nancy - critici della metafisica - non hanno mai pensato di oltrepassarla. Hanno semplicemente disegnato una linea, oltre la quale nessuno si è mai davvero avventurato".
Forse non esiste un "oltre", forse nessun attraversamento di confine oggi si dà veramente...
Galli: "Questo dimostra la nostra storicità. Il nostro essere qui e ora, il saperlo avendo la consapevolezza che non possiamo andare oltre, e che perciò siamo consegnati all'epoca e alle sue derive".
Esposito: "La stessa idea di storia è un concetto maturato nel XVIII secolo. Perciò nessuno può pensare di assumerla come un concetto assoluto".
Tutto sembra enormemente precario, in che modo questa sensazione si è riflessa nel vostro lavoro?
Esposito: "Abbiamo cercato di uscire dal genere "filosofia politica" tentando di inserire voci che normalmente non ti aspetti, come "Heidegger" o "nichilismo", abbiamo seguito i concetti fin dentro la loro degenerazione, il loro esaurimento di senso o il passaggio da un genere a un altro".
Galli: "Quello che abbiamo cercato di fare è stato di allargare il campo dei lemmi non solo ai grandi concetti e correnti di pensiero, ma anche a tutti quegli autori che abbiamo supposto facciano parte di una sorta di canone occidentale della politica"
In questo canone è possibile cogliere dei punti di riferimento?
Esposito: "Diciamo che ci sono vari modi di pensare la politica. E da questo punto di vista distinguerei almeno tre grandi famiglie. Quella che deriva dal modello anglosassone e lavora molto sull'idea di scienza; quella che appartiene al modello tedesco, all'ermeneutica per intenderci, e che assume come centrale l'idea di storia; infine c'è il modello decostruttivo alla francese che mette al proprio centro l'idea di scarto, di differenza".
Visto che comunque si coniughi la politica deve porsi il problema dell'individuo, mi chiedevo che fine fa il soggetto nelle tre grandi tradizioni.
Galli: "Risponderei che l'individuo è evanescente in tutte e tre le famiglie. Non dimentichiamo infatti che sia la costruzione che il mantenimento della macchina del capitalismo è qualcosa che ha bisogno dei soggetti e che tuttavia li trascende potentemente".
Ma non avete l'impressione che il liberalismo, perché è di questo che si parla, dato spesso per morto oggi trionfi, sotto varie forme, un po' ovunque?
Esposito: "Non c'è dubbio che il lessico liberale è stato in questi anni una grande risorsa linguistica di cui hanno provato a impadronirsi un po' tutti. Ma il fatto che oggi l'intero, o quasi, arco politico italiano si dichiari liberale, vuol dire che il liberalismo non significa più niente".
Galli: "Non c'è più né il soggetto trascendentale delle filosofie razionalistiche né il borghese indipendente che era il vero soggetto del liberalismo. E' da qui che occorre ripartire".
Per dire che cosa?
Galli: "Per dire che libertà e liberalismo sono due cose diverse".
Esposito: "Oggi il potere del mercato è immenso, le concentrazioni finanziarie enormi, vasta e imprevedibile la ramificazione del sistema di telecomunicazioni. In tutto questo dov'è la libertà dell'individuo a cui si richiamano i teorici del liberalismo?" Galli: "Quei teorici, e ci metterei dentro gli entusiasti delle nuove tecnologie, come Negroponte, sostengono che la libertà è navigare in Internet".
Non trovate che Internet, le reti telematiche ecc., pongano in modo diverso il problema della libertà, rispetto alle declinazioni classiche?
Galli: "Per me Internet è uno strumento, non un fine".
Davvero pensate sia solo uno strumento?
Galli: "Al meglio è uno strumento, al peggio un mondo virtuale in cui ti perdi".
Esposito: "In quello che diciamo non c'è nessuna polemica antitecnologica, nessun rimpianto per i mondi scomparsi.
Ma solo la constatazione che avevano già visto Nietzsche e Heidegger e cioè che nella tecnica si dà qualcosa che non è più declinabile secondo quelle categorie di soggetto, individuo, libertà individuale a cui oggi si richiamano gli apologeti del liberalismo".
Implicitamente toccate un punto delicato: i rapporti tra tecnica e democrazia oggi. C'è un rischio totalitario, c'è un lato oscuro nella democrazia?
Esposito: "Rousseau diceva che una vera democrazia si potrebbe applicare solo a un popolo di dèi e non di uomini.
Io credo che il rischio di una democrazia oggi sia nel suo compimento, nella sua perfetta realizzazione, nella sua assoluta trasparenza. Tutti questi elementi che vanno salvaguardati nella loro approssimazione, se pensati come assolutamente compiuti, si rovesciano nel loro contrario. La democrazia si trasforma in totalitarismo".
Voi dite la democrazia è tale solo se è incompiuta, solo se è imperfetta.
Galli: "Esposito ha colto il lato esplosivo della democrazia, che si autocostituisce trionfalmente come unicità e totalità.
Ma aggiungerei che questo motivo è oggi storicamente lontano. C'è un altro aspetto oscuro nella democrazia, ed è il suo lato implosivo, cioè l'inerzia. Le nostre società di massa oscillano tra violente ondate di odio, di timore e tremore e la inerzia totale, l'opacità, il silenzio greve".
Non avete l'impressione che la filosofia politica abbia dedicato gran parte della sua più recente riflessione per capire le ragioni del tramonto dell'individuo e poco abbia riflettuto sul concetto di massa?
Esposito: "Una forte riflessione sul tema della massa si è data in questo secolo con autori quali Le Bon, Freud, Canetti, Ortega Y Gasset. E' da considerare sufficiente? Penso di sì. In fondo il fatto che ogni individuo in un certo senso sia uguale a un altro, prevedibile nei suoi comportamenti, significa che l'individualismo contemporaneo è già un'esperienza di massa".
Galli: "Freud capì perfettamente la questione quando disse che la massa si costruisce sulla medesima nevrosi che governa l' individuo. Però io credo che un problema oggi esista. L'attuale società di massa è considerata un dato sociologicamente scontato. Nessuno a più voglia di studiarlo. Che la grande massa contenga in sé il piccolo individuo anomico è una cosa che Riesmann ci ha spiegato nel suo libro La folla solitaria. Non escludo che oggi una ridefinizione dell'individuo porti anche a una ridefinizione della massa, del modo in cui un soggetto vive, pensa, agisce in mezzo a milioni di altri suoi simili".
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vedi anche
Filosofia (e) politica