RASSEGNA STAMPA

11 APRILE 2000
MASSIMO NOVELLI
Steiner al diavolo l'elettronica
A colloquio con il critico inglese "Come lettori viviamo una grande crisi per colpa delle nuove tecnologie"
Viene considerato l'erede di Walter Benjamin, sebbene abbia detto a proposito del proprio lavoro culturale che "se Benjamin fosse vissuto più a lungo, gran parte della mia opera non sarebbe stata necessaria". Mai come in questi tempi, tuttavia, appare indispensabile e vitale il pensiero di George Steiner, nato a Parigi nel 1929, docente di letteratura comparata a Ginvera e a Oxford, fellow del Churcill College di Cambridge, autore di numerosi saggi che incrociano filosofia, critica letteraria e narrativa. Nel cuore dell'era virtuale, nell' epoca del Web e di altri sconvolgimenti mondiali in rete, Steiner ha infatti il coraggio morale e civile di andare controcorrente, affermando che "il libro deve resistere all'elettronica" e che "uno dei nemici della cultura è la volgarizzazione della ricchezza". Ma se il libro è in crisi, minacciato com'è dalla globalizzazione e dalla massificazione tecnologica, con il rischio di sopravvivere solo per gli specialisti accademici, ciò non toglie che "i libri siano la password per diventare migliori di quelli che siamo".
Incontriamo Steiner, che iera ha tenuto la prolusione della serata inaugurale della Fiera del Libro, al Turin Palace Hotel, in un pomeriggio torinese grigiocenere e piovoso. Nella luce incerta di una sala silenziosa e dalle ampie vetrate, il professore innamorato dell'Italia affronta subito il nocciolo della questione che gli sta a cuore e che ha trattato nella lezione all'Auditorium del Lingotto. "Il libro", esordisce, "vive una doppia crisi. La prima è provocata dalla tecnologia, dal mondo del cyber-space, di Internet, dalla realtà virtuale. La seconda crisi è data dal fatto che la lettura, in particolare la lettura di testi difficili, ha bisogno di silenzio, di concentrazione, di privacy. Oggi questo è possibile solo per una piccola élite, soltanto pochi possono avere quegli spazi di silenzio, quelle capacità di avere riferimenti culturali, di avere certe cognizioni: ma così diventa una specializzazione accademica".
Un grande testo ha bisogno di lettori, di un dialogo reciproco, "il lettore lavora insiene allo scrittore". E "il potere dei libri è incalcolabile, lo stesso libro può esaltare o avvilire, incitare alla virtù o alla barbarie, i suoi effetti sulla stessa persona variano col tempo", ha detto Steiner ieri sera. "Ma oggi chi legge e stampa più i classici? Sono nelle mani degli specialisti". Il "paradosso affascinate", prosegue lo studioso, è rappresentato "dalle migliaia di libri che giacciono nelle grandi biblioteche, come quei preziosi e antichi violini cremonesi chiusi dietro le vetrate della Libreria del Congresso di Washington. Avrebbero bisogno di essere suonati, credo che uno strumento lasciato in silenzio sia un'oscenità. Dunque quelle biblioteche sono ormai obsolete, sono immagini cimiteriali del libro: la vita del libro è esiliata nel museo delle grandi biblioteche nazionali".
Come fare, allora, a resistere a Internet e a salvare i libri che "sin dagli antichi Sumeri furono i testimoni e i messaggeri dell'appuntamento dell' uomo con Dio, o svolsero la funzione di corrieri d'amore, ben prima di Catullo"?. E possibile che l'elettronica sia una porta d'accesso alla lettura? "Con la musica questo accade, è chiaro che si può fare musica elettronica. E l'elettronica può anche svelare benissimo la grande architettura, penso per esempio a certi meravigliosi ologrammi". Ma il libro? "Credo invece che il libro debba resistere all'elettronica. L' invenzione di Gutemberg fu un'accelerazione tecnica ma non un cambiamento ontologico. L'elettronica, insomma, è un cambiamento metafisico totale". Una salvezza possibile forse è racchiusa in un altro paradosso: "Se cadono i Bill Gates, se entra in crisi l'incomprensibile prosperità americana basata sulla Borsa", esclama Steiner con un sorriso, "allora la cultura può approfittarne immensamente. Uno dei momenti più alti e intensi del leggere, quando si leggeva con più passione i grandi testi classici, lo si è avuto ai tempi del Blitzkrieg di Hitler.
Ovviamente non auspico un Blitzkrieg, ma credo che uno dei nemici della cultura sia la volgarizzazione economica della ricchezza".
Per il libro, del resto, Steiner è disposto anche ad accettare una realtà inaccettabile in teoria. "Se per non far morire o per far scoprire ai giovani un personaggio come Amleto, è necessario raccontarlo in un fumetto, allora, va bene, lo si faccia, sebbene sia terribile. In fondo, magari dopo aver letto quel fumetto, uno ha poi voglia di andare a leggersi Shakesperare, vedere un po' com'è, dire "perché non provare a leggere?"". L'incontro col libro, ha ricordato Steiner al Lingotto, "può essere accidentale. Il libro che cambierà la nostra vita è magari rimasto su uno scaffale a impolverarsi per anni. Ma, come dice Borges, un libro autentico non è mai impaziente: può aspettare secoli per risvegliare un'eco vitale".
Nella ragnatela di luce che frastaglia la tranquilla sala dell'albergo torinese, la speranza civile e morale di George Steiner è la speranza di un' intera esistenza: "Ho trascorso tutta la mia vita a dire ai miei studenti: "Aprite quel libro". È vero che troppo spesso critici e colleghi hanno contribuito a far "chiudere quel libro". Ma io resto fedele alla mia invocazione: "Aprite quel libro, aprite quei libri"". I libri, ha detto nella sua prolusione di mercoledì sera, "incarnano la finzione suprema di una possibile vittoria sulla morte, sopravvivono ai loro autori".
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