RASSEGNA STAMPA

11 APRILE 2000
MICHELE RANCHETTI
Heidegger al tempo delle svastiche
Mentre esce in questi giorni in Germania il XVI volume delle opere di Heidegger, il cui titolo suona Discorsi e altre testimonianze del cammino di una vita, anche in Italia una rinascita di interesse investe il filosofo tedesco, non tanto per il suo pensiero sull'essere - l'Heidegger ormai consacrato fra i grandi della speculazione del Novecento - quanto per le sue riflessioni politiche. Dopo l'edizione italiana degli Scritti politici pubblicati da Piemme, che ricalca l'edizione già apparsa in Francia ma non in Germania, è uscito da Marsilio Martin Heidegger, Hans Georg Gadamer. L'Europa e la filosofia, al quale si aggiunge, fresco di stampa, il volume Storia della filosofia politica curato da Leo Strauss e Joseph Cropsey (Il Melangolo) che dedica a Heidegger il saggio finale, riproponendone la riflessione non immediatamente filosofica. E' mutato il tempo, e sembra anche finita la stagione della controversia sul nazismo di Heidegger, scandalo o conferma del suo pensiero, inveramento o improvvisa e breve aberrazione. Ora sembra piuttosto che l'interesse si rivolga proprio a quelle parti della sua opera che più direttamente riguardano il suo presente storico, e in particolare le sue idee sul comunismo, storico e reale, anche se Heidegger ha l'avvertenza di porre il nome "comunismo" sempre fra virgolette, come fosse una citazione letteraria, oppure volesse svincolare il termine da una fastidiosa coincidenza con la realtà. Questo rinnovato interesse sembra confermare, a distanza di alcuni decenni, la famosa affermazione di Heidegger il quale, interrogato da un discepolo sulle motivazioni della sua adesione al movimento nazista e persino al partito, si era prima rifiutato di rispondere - inframezzando alcune divagazioni sul sapere filosofico che avevano rinnovato nel vecchio scolaro l'antica stupefazione ammirata per il maestro - per poi sussurrargli, mentre lo accompagnava alla porta: "E poi, sa, non è ancora detta l'ultima parola". Heidegger non intendeva riferirsi a un'insensata rinascita del nazismo dalle ceneri della sconfitta, e neppure a una sua postuma rivincita, ma è possibile pensare che in quella frase, e anche nell'intenzione oracolare che in modo perfettamente consapevole la ispirava, Heidegger volesse invitare il discepolo di una volta a ripensare "filosoficamente" la storia recente, rifiutando o mettendo da parte l'accidentalità degli avvenimenti, per quanto tragici. Per questo, forse, lo aveva intrattenuto su questioni filosofiche diverse, quodlibetali , rinviando al commiato la risposta alle interrogazioni dirette. In ogni caso l'allievo Heinrich Schlier - che racconta l'episodio in occasione dell'ottantesimo compleanno di Heidegger, in un postscritto - invita il lettore a una estensione del significato di quella frase, per comprendervi l'esito tragico di quella sospensione di giudizio, e per attribuire a Heidegger la stessa certezza di un possibile ripensamento. Che forse, allora, non ebbe luogo, ma poté essere suggerita al devoto scolaro dal silenzio di Heidegger sulla propria colpa. Qualcosa di simile, non so quanto consapevole, ispira, forse, il rinnovato interesse per il pensiero politico del filoso tedesco. Eliminata la "fastidiosa" verifica delle ragioni del suo nazismo ("si è limitato ad accettare controvoglia un incarico, sperando, ingenuamente, di guidare il Führer verso un rinnovamento radicale della cultura") si tratta di vedere che cosa il grande metafisico aveva da dirci sulla storia e sulle sue componenti (nazismo, comunismo) ora che esse sono sepolte con il secolo.
Come se, esaurite le ragioni "storiche" della storia, scomparse le ideologie che le sostenevano (anche il cattolicesimo politico nel silenzio di Pio XII) si potesse rivolgersi a chi aveva strutturato il conoscere nella riflessione su essere e tempo, e in questa fissazione aveva forse potuto dare un senso alla storia. Era inutile, quindi, ricorrere a confronti iperreligiosi nella speranza di ricomporre un quadro di senso perlomeno etico in cui orientare il presente, o considerare tutta la storia del secolo come un percorso verso il traguardo della Shoah: bisognava ripartire da Heidegger, interrogarlo di nuovo, un Heidegger redivivus che - come al tempo della Lettera sull'umanesimo - avendo riconosciuto la crisi di quell'uomo humanus, non aveva ritenuto necessario discolparsi per i suoi errori.
Li aveva previsti come necessari e questo bastava. Quanto la sospensione del giudizio corrisponda a una necessità di ripensamento o quanto serva, invece, a eliminare qualsiasi giudizio all'origine e soprattutto nelle sue conseguenze, è illustrato da un altro confronto: quello fra Heidegger e Paul Celan. Anche allora Heidegger non aveva risposto allo straziato invito a parlare che Celan gli aveva rivolto, e in una lettera recentemente riscoperta e pubblicata, aveva osato scrivergli di "reciproci sottaciuti" silenzi, invitando Celan a rivolgersi al linguaggio.
La lettera è del 1968. I fatti erano avvenuti. Ma, per Heidegger, negli Scritti politici ora pubblicati in italiano, è sempre e ancora necessario riconoscere che "la storia è affidata alla meditazione dei tedeschi", come scriveva nel 1938.
Quando poi si leggono questi testi, ci si chiede come sia possibile conservare qualsiasi disposizione ad intenderli. Essi, infatti, appaiono subito redatti in una insopportabile gergalità che ne impedisce la comprensione, tanto più quando ci si rende conto che è proprio la fraseologia a sostenerne il ductus, quando si vede che essi tendono, letteralmente, a trasformarsi in vaneggiamento. In questi scritti, per ogni nome di cosa e di persona che vi figuri (il nome Stalin, la parola comunismo) interviene subito il proposito, non esplicitato, di assumere la persona e la cosa in una dimensione non verificabile, quasi che una preventiva distruzione del senso precedesse ogni indagine, in modo tale da consentire il procedere delle asserzioni. Asserzioni che risultano tanto più perentorie quanto più estraniate dal senso comune, storico, e affidate a una "essenza" che dovrebbe dare ad esse una evidenza diversa e superiore: le necessità della storia sono così ascritte a regole del linguaggio, astoriche, ad una grammatica dell'essere che non riguarda altro che se stessa, che ha in se stessa la verifica. E la verifica è l'annullamento della storia in una zona dell'essere in cui è assente ogni forma possibile dell'esistente. Questo "trascendimento" permanente consente un apparente ordinamento superiore, libero dai condizionamenti degli ordinamenti visibili. Per questo sembra che ogni giudizio risulti inferiore, e trascurabile, se non insensato. L'esito, per chi riesca a non soprassedere con raccapriccio alla lettura, è di non stupirsi più delle asserzioni aberranti che figurano nel testo: protette dalla loro appartenenza a un ambito superiore, esse finiscono per sembrare logiche e naturali. La conseguenza è anche di persuadere chi legge che solo ad un livello di riflessione soprannaturale si troveranno le vere motivazioni di ciò che accade nel mondo e che quel che accade, qualunque cosa sia, o è intellegibile a quel livello di astrazione o non è comprensibile, né vero.
Scrive Haidegger nel 1938, in un passo del LIX volume delle opere complete "Geschichte des Seyns", tradotto sul n. 4/1999 di "Micromega": "Se il "comunismo" è la costituzione metafisica dei popoli nell'ultima fase del compimento dell'età moderna, allora sta in ciò il fatto che esso già all'esordio dell'età moderna deve porre la sua essenza, anche se in maniera nascosta, nel potere. Dal punto di vista politico ciò accade nella storia moderna dello Stato inglese. Questo - pensato riguardo all'essenza a prescindere dalle attuali forme di governo, sociali e di credo - è la stessa cosa dello Stato delle repubbliche sovietiche unite, con la sola differenza che là una gigantesca contraffazione nella parvenza della moralità e dell'educazione del popolo rende innocuo e ovvio ogni dispiegamento della forza, mentre qui la "coscienza" moderna con più mancanza di riguardo, anche se non senza richiamarsi alla felicità del popolo, smaschera se stessa nella propria essenza del potere. La forma cristiano-borghese del "bolscevismo" inglese è la più pericolosa. Senza il suo annientamento, l'età moderna continua a mantenersi. L'annientamento definitivo può però avere solo la forma dell'autoannientamento essenziale". E' difficile trattenersi dall'immaginare il piccolo gigante del pensiero che nella solitudine della sua casetta di Todtnauberg costruisce e scompone la storia nella sua mente, compiacendosi della devastazione a cui l'ha sottoposta. E questo all'insaputa del mondo stesso che crede di procedere alle proprie stragi e non sa che vi è chi le ha previste e iscritte nel suo sistema, non distribuendo premi, ma incorporandone il significato.
Nessun orrore sembra sconfiggere la certezza della sua mente, nessuna ragione.
E' anche difficile non ravvisare in questa configurazione la perversione di un percorso mentale che ha creduto di riconoscere nell'avvento salvifico della rivoluzione hitleriana il proprio compimento, e si è accompagnato ad essa per qualche tempo, non sottraendosi neppure alle forme più aberranti della sua liturgia. Ma il fatto grave è che cedere alla fascinazione di questo pensiero, anche solo nel ricordo del primo procedere della riflessione teologica che l'aveva condotto dalla esegesi delle lettere paoline ai Tessalonicesi alla costruzione di Essere e Tempo, significa abbandonare ogni possibile riferimento, ogni connessione, ogni nome di cosa e di persona, e consentirsi solo una allucinata disperazione per l'esistente che giustifica e assolve ogni possibile presente storico.
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