RASSEGNA STAMPA

8 APRILE 2000
TIZIANA MIAN
La nausea di un mito troppo celebrato
A vent'anni dalla morte del guru dell'esistenzialismo Parigi ricorda il maitre-à-penser che esercitò per anni il suo dispotismo culturale: ma il saggista Marc Fumaroli ha qualcosa da dire
"Si pensava d'aver cambiato millennio e girato pagina. Invece, di Saint-Germain-des-Près-ombelico-del-mondo, ne avremo ancora per mille anni" intona Marc Fumaroli dall'alto della sua rigorosa aristocratica compostezza, nonché della sua cattedra di retorica al Collège de France, dove l'abbiamo incontrato. Saggista, spirito enciclopedico, oratore eccellente, storico delle idee e delle forme artistiche dell'Europa. E' una delle maggiori figure intellettuali in Francia e si dice esasperato dall'impostura quotidiana che anziché commemorare anniversari di grandi personalità del passato, ci propina false risurrezioni e sempre targate anni Cinquanta.
"Gli intellettuali commemorati sono sempre gli stessi, naturalmente - rincara Fumaroli, autore tra l'altro de Lo Stato culturale (Adelphi) -. E' una memoria selettiva che gestisce gli anniversari. Diciamo pure amnesica e anche pigra, giacché arriva fino a ieri o al massimo a ieri l'altro, non più indietro. Sono sempre gli stessi ad essere ricordati, i Malraux, gli Aragon, gli Eluard... quest'anno c'è Sartre. Ma Jouhandau, Bataille, Morand: chi parla di loro oggi? Montherlant era ancora vivo in quegli anni, eppure non ci sono anniversari che tengano".
Marc Fumaroli contempla le macerie del disastro compiuto dalla "cultura" statalizzata, omogenea, sinistrese, sovvenzionata, onnipotente che ha steso una coltre su tutto. Professore, come giudica lo scrittore Sartre?"Sartre è stato un grande scrittore all'inizio. Considero La Nausea un grande romanzo che continua la tradizione del romanzo sulla malinconia. Ma dopo la guerra s'è trasformato in una sorta di mostro di vanità. Fu un filosofo certamente brillante ma di un'originalità assai debole. La versione che ha dato di Heidegger è una versione banalizzata ad uso del grande pubblico. Ma in Francia ci sono voluti trent'anni per capirlo. Il suo libro sugli ebrei è un insulto. Il suo teatro oggi non ci dice più nulla. E che ora ci facciano di Sartre l'eterno astro della letteratura pessimista mi sconsola davvero". Allora parliamo dell'ideologo. "E' stato di una tale volgarità politica! C'era in lui il despota da quartiere, al quale si doveva perdonare tutto. Un vero e proprio guru, non solo un maitre-à-penser, ma un maitre-à-vivre, un maitre-à-tout. Non le pare un po' troppo?". Istrionismo giunto a teorizzare la necessità filosofica, oltre che umana, di cambiare idea e quindi bandiera. "Una onnipotenza che pensavamo di avere ormai alle spalle. Si credeva di avere il diritto di appassionarci d'altro, di un'Europa, per esempio, che uscisse finalmente da un tragico secolo di guerra civile. Invece no. Siamo ancora qui alle prese con il secolo della guerra civile franco-francese e con un filosofo che ha usurpato il ruolo di Voltaire postmoderno. Anzi voglio farle una rivelazione: siamo di fronte ad un vero e proprio Lazzaro, perché Sartre s'è incarnato in un bel signore in camicia bianca che si fa chiamare Bernard-Henri Lévy, nuovo demiurgo nel famoso chilometro quadrato delle caves esistenziali".
Marc Fumaroli continua nella sua polemica ironica: "Tutto sta scritto lì, nel suo ultimo libro - come al solito controcorrente (si fa per dire) - Le siècle de Sartre (Grasset).Attraverso Bernard-Henri Lévy Parigi ha ritrovato il suo Sartre: trasfigurazione, staffetta mistica, intesa infernale. Il libro di questo prigioniero di Saint-Germain-des-Près, ex nouveau philosophe, non è un'analisi su un autore che è irrimediabilmente sbiadito nonostante tutti i tentativi, con tonnellate di pagine compiacenti, di tenerlo in vita, ma la volontà di risuscitare un uomo che esercitò una sorta di despotismo intellettuale a Parigi, quando Stalin e Mao erano al potere. Ora i tempi e l'Europa sono cambiati. E i Bernard-Henri Lévy cercano d'insabbiare le enormi responsabilità di Sartre, la sua conformistica prudenza durante l'occupazione tedesca, il Sartre delle liste di proscrizione al momento della liberazione, quello ultrastaliniano e addirittura quello istigatore del terrorismo. Questi signori giocano sul pretesto che tali licenze morali erano autorizzate dalla sua buonafede metafisica, fanno di tutto insomma per riabilitarlo ma temo che fra due mesi già non si parlerà più dell'autore di L'Etre et le Néant".
Siamo ancora di fronte a delle contraddizioni di questo tipo: a Sartre ci si guarda bene dall'imputare il suo innamoramento per Stalin o Mao, mentre il collaborazionista Lucien Rebatet, autore de Les deux E'tendards e de Les Décombres, dopo più di mezzo secolo è ancora un proscritto. Perché sempre due pesi e due misure? Risponde Fumaroli: "Sartre è il bambino viziato dalla sinistra e, come dice il mio amico Alain Besançon, si perdona alla sinistra ciò che non si perdona alla destra. Ci si dimentica, con un'agilità da acrobati, le sue enormi responsabilità che hanno avvelenato una o due generazioni. Si tratta di piroette clamorose del tipo "Sono un uccello: guardate che ali! Sono un topo. Viva i sorci!". Sentivo dire, l'altro giorno, in un salotto." Ma questi errori non contano! dopotutto era un uomo piacevole con cui stare in compagnia, non avaro, dalle idee aperte, che amava le donne"... Ecco quel che dicono gli amici di Lévy. Su Sartre colpi di spugna a volontà, ma su Barrès, Morand, Péguy, Bernanos, nel migliore dei casi, una spessa coltre di silenzio. E' il solito gioco di due pesi e due misure. Ma in letteratura, in arte, in musica esiste un elemento estetico, che non dipende dalla politica e che continua a non essere preso in considerazione. Secondo questo principio dovremmo allora rivedere le posizioni di Virgilio e anche di Omero che magari frequentarono la mensa di questo o quel tiranno. Gli artisti dovrebbero beneficiare di un'altra forma di giudizio. Francamente questi legislatori del "pensiero unico", tanto più occhiuti verso gli altri, quanto indulgenti con se stessi, instaurando la piattezza assoluta, hanno fatto sì che a Parigi non si sappia più essere né seri né veramente divertirsi".
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