RASSEGNA STAMPA

7 APRILE 2000
ROBERTO BERETTA
Ma l'intelletto non chiuda quel cancello
La figura dell'attesa del padre marca in modo sorprendente la riflessione del filosofo torinese
"C'è un cancello nella storia di un bambino felice, che aspetta il suo papà nella casa di campagna: il papà arriva, il cancello s'apre, si festeggia. E c'è un cancello nella storia di quel bambino diventato vecchio e fattosi maître-à-penser per generazioni di "laici"; è il cancello della morte, oltre il quale non s'agita alcuna manina d'infantile speranza, nessun'illusione d'eternità. Nessuna figura di padre". Così avevamo scritto, rifacendoci all'"inferriata assai freudiana" che sembrava affiorare dall'articolo del senatore Bobbio su Micromega: "Qualche volta, pensando alla morte di una persona particolarmente cara - mio padre, ad esempio - so che quella persona che ho amato ora non c'è più. E che ci sia qualche cosa di lui in un altro luogo - che non so dove sia - a me non importa assolutamente nulla. La persona che ho amato era quel particolare modo di sorridere, di farci giocare, di raggiungerci in campagna alla fine della settimana quando eravamo in vacanza, la nostra attesa sul cancello di casa per aspettarlo e poi salutarlo affettuosamente: questo so per certo che non c'è più". Il professore torinese ora conferma: il cancello schiuso dell'infanzia c'entra, e c'entra la figura del padre. Non a caso - forse - il filosofo tornava sull'argomento in altro luogo di quel testo micromeghiano, quando si dedicava a smontare razionalmente la pretesa delle fedi rivelate, e specificamente di quella cristiana: "La religione è una creazione umana... Cosa c'è di più antropomorfico di un Dio padre? Padre nostro che sei cieli...
Dio padre, attribuirgli questo nome benefico e benevolo: non c'è nulla di più umano che dire "Padre nostro", "Padre mio". Dunque, anche la sicurezza che hanno i cristiani, che il loro Dio sia radicalmente diverso dagli altri, solleva dubbi". Già. Perché il punto è proprio qui: c'è, ci sarà un Padre dietro l'estremo cancello? Questo - ha ragione il senatore - la ragione non può e non potrà mai dimostrarlo. È questione di fede. E non è neanche detto (Bobbio ci azzecca ancora) che una religione possa provare come più vera delle altre la sua personale visione sull'aldilà. Bisogna poi "prendere sul serio la morte"? Eccome no: sono già troppe le teorie che rendono "virtuale" e "reversibile" l'ultimo passo (però la resurrezione cristiana è ben altra cosa). Ma - il filosofo insegna - che qualcosa non sia dimostrabile all'umano raziocinio, non significa sempre che sia impossibile. O irrealizzabile. O inesistente. In fondo, anche quando Bobbio bambino stava in attesa su quella soglia, non poteva dimostrare che il padre sarebbe indefettibilmente arrivato.
Eppure stava lì lo stesso, ogni fine settimana, fidando al massimo nel calcolo delle probabilità; e nell'affetto. Il professore potrà dire adesso che appunto per questo non è più bambino: perché con l'avanzare degli anni ha dismesso l'età dei desideri per assumere l'abito della ragione; il quale non permette divagazioni velleitaristiche, né ama illudersi con miti consolatori e favolette a lieto fine. Il cancello si è chiuso e tutti - credenti e non credenti - dobbiamo comunque scegliere. È vero, niente garantisce che un qualche Padre onori poi l'appuntamento eterno; ma forse il bambino che fu meriterebbe che il vecchio di oggi si fermasse almeno al confine dell'ineffabile. Che l'aldilà esista rimane un'ipotesi, per gli umani intelletti da soli. Ma che non esista è ugualmente indimostrabile. I giochi non sono fatti, ancora; nemmeno per il probo scettico che qualche nostalgia per il padre segnala - non volendo - di averla.
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