DALL'INCONSCIO ALLA POLITICA UN
CARTEGGIO INEDITO CON ARNOLD ZWEIGSigmund Freud lettere
dall'Europa infelice Esce domani un epistolario curato da David Meghnagi Il fondatore della psicoanalisi
giudica con lucidità
le questioni del suo tempo |
| Chi l'ha detto che Freud era un intellettuale fuori del mondo,
incapace di osservare e giudicare gli avvenimenti - terribili -
del suo tempo? Questa immagine del fondatore della
psicoanalisi - cara a una certa vulgata che ama vedere in
Freud un entomologo della psiche avulso da ogni interesse
politico - è stata coltivata anche da quegli specialisti
esclusivamente impegnati nella difesa della scientificità del
Verbo freudiano e della sua clinica, e perciò incapaci di
restituire interamente la portata culturale di un Maestro di
tutti, e non solo dei suoi più stretti seguaci.
A sfatare un luogo comune, interviene ora il carteggio tra
Sigmund Freud e lo scrittore Arnold Zweig, intitolato
Lettere sullo sfondo di una tragedia (1927-1939), che esce
domani da Marsilio (pagg. 224, lire 36.000). La cura del
volume è affidata a David Meghnagi, ordinario della Società
psicoanalitica e professore a Roma di Psicologia dinamica,
che firma un'eccellente Introduzione. In qualche modo è
un'opera in famiglia: la traduttrice - dall'edizione tedesca
apparsa nel '68 - è sua sorella, Miriam Meghnagi,
psicoterapeuta, musicologa e interprete di musica ebraica.
Scorrendo l'epistolario, è lo sguardo politico di Freud a
risaltare con prepotenza. E' un uomo anziano che scrive,
ormai nella parabola finale della vita, ma è comunque la
penna di un intellettuale ancora forte e capace di guardare
con lucidità al presente, alla tragedia incombente sull'Europa
e sul popolo ebraico. Il suo interlocutore è uno scrittore
tedesco di successo (in quegli anni), l'autore del Sergente
Grischa, un ebreo impegnato a sinistra, sulle grandi
questioni dell' antisemitismo, della socialdemocrazia, del
comunismo fino alla tragedia dello stalinismo. Dopo l'ascesa
di Hitler al potere, nel '33 Zweig abbandonerà l' Europa per
emigrare ad Haifa, in Palestina.
Come altri personaggi dell'epoca, è lui - uno Zweig
quarantenne, con un'analisi alle spalle - a indirizzare a Freud
una prima lettera nel segno dell'ammirazione più viscerale,
chiedendo "il permesso" di dedicargli il suo Caliban, un
saggio sugli affetti umani attraverso l'antisemitismo. E' il 18
marzo del '27, due giorni dopo Freud - che già conosce
l'autore di Novellen um Claudia - gli risponde con poche
righe molto cordiali e una chiusa tra l'amaro e l'ironico:
"Realizzi la promessa di farmi visita un giorno (non attenda
troppo a lungo, avrò presto 71 anni)". Comincia così un
fitto scambio di lettere, che dura dodici anni. I due si
vedranno in diverse occasioni, e per l'ultima volta alla fine
del '38, a Londra. La lettera conclusiva di Freud è del
marzo del '39, Zweig gli scrive ancora, fino a un paio di
settimane prima della scomparsa del suo "carissimo Padre",
che morirà il 23 settembre di quell'anno.
I problemi quotidiani e quelli psicoanalitici, i grandi
sentimenti, la storia, la religione, la letteratura, sono i temi
che percorrono questo straordinario carteggio. La politica,
intesa come scelta di campo e di valori innanzitutto etici, è il
Leitmotiv di quasi ogni pagina. Freud è entusiasta di
sostenere un'organizzazione a favore degli scrittori ebrei -
profughi, rifugiati politici, esiliati privi di tutto, anche della
cittadinanza. Entra a far parte volentieri del "comitato
d'onore", che può vantare le adesioni di altre firme illustri,
come quella di Einstein. Rifiuta invece di sottoscrivere un
"Manifesto" di critica ai processi staliniani; non è il
contenuto del documento, è il linguaggio nel segno dell'anticapitalismo che non piace a Freud, un liberal della
vecchia guardia ma con le idee chiarissime, impegnato in
senso democratico ma senza nessuna tentazione totalitaria.
"E' senz'altro uno dei grandi carteggi freudiani - dice David
Meghnagi - paragonabile a quello tra Freud e Fliess, che
descrive la nascita della psicoanalisi; tra Freud e Jung, che
racconta i conflitti tra i due giganti della psicologia del
profondo; tra Freud e Ferenczi, l'allievo geniale, con tutte le
incomprensioni che ci sono state... O anche all' epistolario
tra Freud e Abraham, altro allievo di grande originalità, mai
pubblicato in italiano solo per un certo provincialismo della
nostra cultura".
A proposito, per quale motivo le lettere che si sono
scambiate Freud e Zweig escono da noi solo ora, mentre
l'edizione tedesca e quella inglese risalgono a più di
trent'anni fa? Meghnagi è polemico: "I motivi sono due. Il
primo è di natura contingente. L'epistolario tra Freud e
Zweig non era considerato abbastanza importante rispetto a
quello che non era stato ancora pubblicato, tenendo conto
che l'uscita delle opere complete di Freud si conclude alla
metà degli anni Ottanta. Ma c'è un'altra ragione, tutta
politica: il Freud attento alla problematica sionista non
veniva digerito dalla cultura italiana di sinistra, il Freud
ebreo è stato accettato poco alla volta, seppure in maniera
moderata, in contrasto con l'immagine trionfante, ma in
buona parte falsa, del Freud astratto e illuminista. Si può
dire anche così: siccome i razzisti da sempre hanno
considerato la psicoanalisi "una scienza ebraica", ha
prevalso lo stereotipo culturale di un sapere
"universalizzato"...".
Di lettere inedite - di un grafomane come Freud - ce ne
sono del resto ancora moltissime, e lo stesso epistolario con
Ernest Jones uscirà da Bollati Boringhieri solo entro
quest'anno, per ragioni senz'altro diverse da quelle che
appassionano Meghnagi - autore tra l'altro di un saggio su
Freud e l'ebraismo, Il padre e la legge (Marsilio, 1997).
Nelle pieghe del carteggio, da domani in libreria, si coglie
piuttosto il grido disperato di un'epoca che tramonta per
sempre. Freud rappresenta la grandezza della cultura a
metà tra Otto e Novecento, Zweig è un intellettuale
angosciato da un mondo incomprensibile, dallo smarrimento
del senso della vita. Il loro rapporto nasce come legame
idealizzato, seppure pieno di ambivalenze. "Come tra un
padre e un figlio", spiega Meghnagi. "Un padre non
sconfitto, capace ancora d'indicare delle strade, e un figlio
che - seppure schiacciato dall'imago paterna - a tratti
manifesta una sua penetrante indipendenza di giudizio fino
ad aprire il pensiero freudiano a nuove prospettive... Sono
lettere dense, ricche, sanguigne, e possono anche essere
viste come un dialogo clinico".
Carissimo Padre, il rapporto transferale di Zweig è
dichiarato. Più curioso, e anche divertente, è quel Caro
Maestro Arnold, per la sua singolare ragione: l'appellativo
viene scelto da Freud, quando scopre di non poter
chiamare dottore Zweig che mai ha concluso gli studi
letterari. Sentirsi chiamare "Maestro" da Sigmund doveva
essere per Arnold una gigantesca gratificazione.
Non manca qualche conflitto, tra i due, ma sempre ben
contenuto. Freud non incoraggerà il progetto di un saggio su
Nietzsche, soprattutto perché Zweig azzarda un
accostamento culturale tra il filosofo e il fondatore della
psicoanalisi, e Freud è terrorizzato che si possa indagare su
di lui in modo patografico. A torto, perché in realtà Zweig
vede la follia di Nietzsche come una metafora della tragedia
tedesca. "C'è uno scambio intenso", è ancora Meghnagi a
parlare. "Zweig, che nel '33 pubblica un Bilancio del
giudaismo tedesco, avrà un ruolo non secondario nella
scelta dei temi che Freud analizza in relazione alla figura di
Mosè. Il progetto freudiano di riscrivere la storia della
Bibbia è ambizioso, ma il risultato sarà discutibile, per la sua
dimensione da "romanzo storico". Zweig muove un piccolo
rimprovero a Freud, che mai trova lo spazio di citarlo, ma si
pente subito di aver ferito l' uomo che più venera... E poi
Freud sta morendo".
Freud muore e non vedrà come si scioglie l'ambiguità
irrisolta di Zweig, coltivata negli anni con una crescente
simpatia per l'Unione Sovietica e sempre prudentemente
taciuta. Nel '48 lo scrittore slesiano si stabilisce nella
Germania orientale, e lì ricopre importanti incarichi
politico-culturali, ottenendo riconoscimenti come il Premio
Lenin. Al prezzo - è ovvio - di un silenzio complice e
colpevole sull' orrore staliniano. |