RASSEGNA STAMPA

3 APRILE 2000
PIER GIORGIO BETTI
"La ricerca scientifica? Una vera Cenerentola"
Parla lo storico della scienza Enrico Bellone
La cultura dominante è umanistica. Molti pregi, alcuni difetti ...
Una tradizione nazionale che risale alla fine dell'Ottocento
Gli sviluppi dell'elettronica e del software fanno presagire meraviglie. Secondo Hans Moravec, esperto del settore, entro il 2040 verranno costruite delle macchine-robot capaci di muoversi autonomamente e dotate delle capacità intellettuali di un essere umano. In pratica, la simulazione del cervello. Se la previsione è fondata (ed è bene sottolineare quel se), si tratterà di una rivoluzione colossale, motore di mutamenti culturali, economici, sociali e politici di dimensione inimmaginabile. E' ipotizzabile che progressi scientifici sensazionali si avranno parallelamente anche nella fisica, nella chimica, nella medicina, nella matematica. Ma chi disporrà dei saperi scientifici indispensabili per concorrere a queste "scoperte"? La Scienza italiana sarà tra i protagonisti di quest'eccezionale partita? Avrà ruolo e peso adeguati, e prestigio pari a quello dei partners europei e occidentali anche quando si dovrà decidere uso e finalità delle nuove conoscenze? La scienza, si sa, non nasce dal nulla, ha radici nella ricerca, e lì occorre trovare risposta agli interrogativi. Enrico Bellone, docente di storia della scienza all'Università di Padova e direttore di "Le scienze", la principale rivista italiana di divulgazione scientifica, fa confronti e chiama in causa un ritardo che definisce grave.
Professor Bellone, l'immagine che viene usata frequentemente parlando di ricerca scientifica è quella di Cenerentola. Non sarà una esagerazione?
"No, Cenerentola è la parola giusta. Le statistiche internazionali collocano l'Italia al terzo posto per i tassi di motorizzazione, ma in umilianti posizioni di classifica per quanto riguarda i finanziamenti alla ricerca scientifica e tecnologica. Per farla breve, spendiamo in ricerca meno della metà degli altri paesi dell'Unione europea, per non parlare dei giapponesi e degli americani. E manca anche una oculata politica nella spesa delle poche risorse attribuite".
Per quali ragioni è così scarsa l'attenzione che viene dedicata a un settore di tale importanza? Insufficienze culturali?
"E' una tradizione nazionale che risale ancora ai tempi dell'unità d'Italia. Verso la fine dell'Ottocento, Gran Bretagna, Germania e Francia hanno cominciato a fare grossi investimenti sulla ricerca sia fondamentale, di base, sia sulla tecnologia, sapendo bene che non c'è sviluppo della tecnologia e quindi degli apparati industriali se non c'è una forte ricerca di base. In Italia si è percorsa la strada a rovescio: si è trascurata la ricerca di base già allora, e si è ottenuto un risultato che la nostra tecnologia era sempre indietro rispetto a quella delle grandi potenze occidentali".
Si, ma vorrei riproporle la domanda sulle cause che hanno portato a quella strategia errata. Perchè?
"Il ritardo nacque da due tipi di valutazioni politiche fatte dai rappresentanti sia della borghesia italiana di fine Ottocento, sia dal movimento socialista di allora. I primi ritennero che la modernizzazione del paese fosse possibile con le tecnologie esistenti o con quelle di importazione, che per linee ferroviarie, canali d'irrigazione, interventi nell'agricoltura non fosse utile la ricerca di base. Il movimento socialista aveva un interesse diverso, del tutto legittimo, cioè alfabetizzare i contadini e gli operai, gli strati più deboli, e per questo obiettivo fu messa in subordine la necessità di potenziare la ricerca fondamentale. Oggi stiamo pagando il prezzo di quella scommessa. Abbiamo, per esempio, una situazione industriale caratterizzata da una forte presenza di tecnologie vecchie".
E' però trascorso più di un secolo, sono vicende e scelte remote quelle a cui lei fa riferimento. Cosa è cambiato nella cultura corrente?
"Vede, là cultura diffusa tra gli italiani aveva allora, e continua ad avere oggi un atteggiamento che si riassume in una domanda: queste ricerche sono utili a tempi brevi? Va aggiunto che sempre nella cultura più diffusa nel nostro paese si trovano componenti tradizionali di diffidenza e a volte di aperta ostilità verso ciò che accade nelle frontiere della ricerca. Basti pensare alle paure sui cibi transgenici, sulla biologia molecolare, sull'ingegneria genetica?
Ma ai livelli più alti chi ha la possibilità di decidere può andare in una direzione diversa. C'è qualche segnale di un mutamento di rotta?
"Chi decide, nella sfera del politico, deve pur tenere conto del consenso. Quando il consenso non c'è, e i grandi mezzi di comunicazione, stampa, televisione, radio, insistono nel diffondere paure, anche i vertici della politica incontrano difficoltà nella scelta di investire più denaro pubblico nella ricerca. Per questo occorrerebbe un grande coraggio politico e bisogna dire che alcuni segnali incoraggianti dalle istituzioni e dal governo sono venuti. E' molto positivo che Bankitalia, il presidente della Repubblica, il presidente del consiglio dei ministri e una parte rilevante del sindacato stiano battendo sulla necessità di un'opera di alfabetizzazione scientifica e tecnologica della popolazione come condizione per restare in Europa, nello stesso momento in cui si cerca di modernizzare scuola e università".
E' possibile che la prolungata sottovalutazione della cultura scientifica, e quindi della ricerca, sia stata in qualche misura effetto di una dimensione preponderante della cultura umanistica?
"In Italia la cultura umanistica è per fortuna molto ricca, ed è un bene da non disperdere. Tuttavia è innegabile che una parte degli intellettuali umanisti ha contribuito, e contribuisce ancora, a trattare l'impresa scientifica solo nell'ottica secondo cui la conoscenza è utile o dannosa. Un dilemma sbagliato perché la ricerca fondamentale è imprevedibile, per sua stessa natura, da secoli".
Imprevedibile nel senso che la ricerca ha potenzialità che sfuggono ai suoi creatori?
"Certo. L'utilità di certe scoperte di base può rivelarsi a distanza di decenni. In matematica ci sono scoperte che furono effettuate nella prima metà dell'Ottocento e hanno trovato applicazione solo nella prima metà del Novecento.
Vedi la logica "booleana" che oggi è fondamentale per grandi settori dell'informatica o le geometrie non euclidee, preziose nella teoria generale della relatività. Oppure l'invenzione del telescopio, grazie alla quale fu spazzata via una concezione generale del mondo che stava in piedi da duemila anni. Un dato interessante è che poi i telescopi e i microscopi si sono evoluti e ci mettono oggi in grado di vedere e capire cose alle quali il puro pensiero non può arrivare. L'errore che si commette è quello di chiedersi se certe ricerche di base servono subito per migliorare la fabbricazione di un motociclo o la coltivazione del pomodori.
Ma se adottassimo il criterio dell'utilità immediata taglieremmo i finanziamenti per il 95 per cento delle ricerche fondamentali. E di fatto spesso accade".
Condivide l'opinione di chi sostiene che la democrazia deve misurarsi con le formazioni scientifiche e tecnologiche? In altre parole, vede un rapporto tra ricerca e istituzioni della democrazia?
"C'è sicuramente un rapporto. Oggi i cittadini sono sempre più chiamati ad esprimere il loro parere su questioni fondamentali. Ma se i cittadini non hanno le informazioni per esprimere democraticamente le loro preferenze, le stesse istituzioni della democrazia rischiano di svuotarsi. Da una parte, il cittadino rinuncia a votare perché non gli è chiaro su cosa deve pronunciarsi. Dall'altra, può anche votare, ma il suo voto non è basato su dati precisi. Fa, cioè, una scelta non consapevole. Mi vien fatto di ripensare al referendum sul nucleare: abbiamo affossato una parte delle nostre capacità tecnologiche e industriali sull'onda della paura, facendo nello stesso tempo un grande favore a chi controlla la produzione di energia con mezzi altamente inquinanti come il petrolio. Il risultato è che l'82 per cento dell'energia dobbiamo comprarlo all'estero".
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