RASSEGNA STAMPA

3 APRILE 2000
FRANCO VOLPI
Parole in forma di poesia
Storia di una lenta fortuna
Signora della parola più che amica del concetto, Maria Zambrano fa cominciare la filosofia là dove per altri essa finisce. Dopo avere circoscritto l'isola dei problemi che la filosofia scientifica può risolvere, insegna Wittgenstein, ci accorgiamo dell'oceano di questioni importanti per la vita su cui il concetto è impotente. Il fragile legno su cui la Zambrano si avventura in quell'oceano è la parola, con la sua forza simbolica e la sua capacità di avvicinare, nel rischio dell'ineffabile, il pensiero e la poesia. Insieme al suo argomentare delicato, ciò che caratterizza la sua opera è il coraggio di toccare le grandi questioni dell'uomo: il divino, la natura, la storia, il politico, l'esilio, la tradizione, la finitudine, il dolore, la morte, tutte affrontate nella consapevolezza della crisi della filosofia tradizionale.
Il suo fascino discreto fece effetto solo lentamente. Benché già nel 1956 l'ispanista Alain Guy (Les philosophes espagnoles d'hier et d'aujourd'hui) si accorgesse di lei, passarono altri dieci anni prima che la filosofia ufficiale le dedicasse attenzione. Nel 1982 Malaga, sua città d'origine, le dedicò un intero volume (M. Zambrano o la metafìsica recuperada) e l'università locale le assegnò la laurea ad honorem. Da allora in poi fu un succedersi di riconoscimenti, tra i quali il Premio Cervantes di letteratura (1989) e l'importante congresso internazionale sulla sua opera e il suo pensiero (1990).
Con l'Italia la Zambrano instaurò un rapporto speciale. Per un decennio, dal 1953 al 1964, visse a Roma con la sorella Araceli, e in italiano pubblicò I sogni e il cielo nella versione di E. Croce (Quaderni di pensiero e di poesia, 1960). Poi quasi trent'anni nel silenzio, finché improvvisamente l'interesse si infiammò grazie a un paio di articoli in Leggere, in cui Franco Marcoaldi esortava gli editori italiani a tradurla. Francesco Cataluccio, allora alla Feltrinelli, raccolse l'invito e pubblicò Chiari del bosco (1991) e I beati (1992), curati da Carlo Ferrucci. Passato alla Bruno Mondadori, ha continuato con La confessione come genere letterario (1997), Seneca (1998) e ora Persona e democrazia. Ferrucci ha tradotto anche La tomba di Antigone (La Tartaruga, 1995) e ha scritto la prima monografia italiana sulla pensatrice malaghegna (Le ragioni dell'altro, Dedalo, 1995). L'ulteriore sequela di traduzioni testimonia di un interesse ormai diffuso: l'importante Filosofia e poesia (a cura di Lucio Sessa e Pina De Luca, Pendragon, 1998), L'agonia dell'Europa (Marsilio, 1999), e da Cortina Verso un sapere dell'anima (a cura di Rosella Prezzo, 1996) e Delirio e destino (2000), una sorta di attraversamento autobiografico dell'oscuramento politico della ragione nell'Europa del Novecento.
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