Parole in forma di poesia| Storia di una lenta fortuna |
| Signora della parola più che amica del concetto, Maria Zambrano fa cominciare la filosofia là dove per altri essa
finisce. Dopo avere circoscritto l'isola dei problemi che la
filosofia scientifica può risolvere, insegna Wittgenstein, ci
accorgiamo dell'oceano di questioni importanti per la vita su
cui il concetto è impotente. Il fragile legno su cui la
Zambrano si avventura in quell'oceano è la parola, con la
sua forza simbolica e la sua capacità di avvicinare, nel
rischio dell'ineffabile, il pensiero e la poesia. Insieme al suo
argomentare delicato, ciò che caratterizza la sua opera è il
coraggio di toccare le grandi questioni dell'uomo: il divino,
la natura, la storia, il politico, l'esilio, la tradizione, la
finitudine, il dolore, la morte, tutte affrontate nella
consapevolezza della crisi della filosofia tradizionale.
Il suo fascino discreto fece effetto solo lentamente. Benché
già nel 1956 l'ispanista Alain Guy (Les philosophes
espagnoles d'hier et d'aujourd'hui) si accorgesse di lei,
passarono altri dieci anni prima che la filosofia ufficiale le
dedicasse attenzione.
Nel 1982 Malaga, sua città d'origine, le dedicò un intero
volume (M. Zambrano o la metafìsica recuperada) e
l'università locale le assegnò la laurea ad honorem. Da allora
in poi fu un succedersi di riconoscimenti, tra i quali il Premio
Cervantes di letteratura (1989) e l'importante congresso
internazionale sulla sua opera e il suo pensiero (1990).
Con l'Italia la Zambrano instaurò un rapporto speciale. Per
un decennio, dal 1953 al 1964, visse a Roma con la sorella
Araceli, e in italiano pubblicò I sogni e il cielo nella versione
di E. Croce (Quaderni di pensiero e di poesia, 1960). Poi
quasi trent'anni nel silenzio, finché improvvisamente
l'interesse si infiammò grazie a un paio di articoli in Leggere,
in cui Franco Marcoaldi esortava gli editori italiani a
tradurla. Francesco Cataluccio, allora alla Feltrinelli,
raccolse l'invito e pubblicò Chiari del bosco (1991) e I
beati (1992), curati da Carlo Ferrucci. Passato alla Bruno
Mondadori, ha continuato con La confessione come genere
letterario (1997), Seneca (1998) e ora Persona e
democrazia. Ferrucci ha tradotto anche La tomba di
Antigone (La Tartaruga, 1995) e ha scritto la prima
monografia italiana sulla pensatrice malaghegna (Le ragioni
dell'altro, Dedalo, 1995). L'ulteriore sequela di traduzioni
testimonia di un interesse ormai diffuso: l'importante
Filosofia e poesia (a cura di Lucio Sessa e Pina De Luca,
Pendragon, 1998), L'agonia dell'Europa (Marsilio, 1999), e
da Cortina Verso un sapere dell'anima (a cura di Rosella
Prezzo, 1996) e Delirio e destino (2000), una sorta di
attraversamento autobiografico dell'oscuramento politico
della ragione nell'Europa del Novecento. |