RASSEGNA STAMPA

2 APRILE 2000
DONATO FASOLI
Affetti e politica: la logica del delirio
L'ultimo libro di Bodei
Le patologie mentali come paradosso per comprendere i comportamenti quotidiani
Remo Bodei ha appena pubblicato, per Laterza, "Le logiche del delirio" (sottotitolo: "Ragione, affetti, follia") che presentò nella forma delle "Lezioni italiane, organizzata dalla Fondazione Sigma-Tau presso l'università di Pavia. Lo spirito che informa questo libro piuttosto complesso è quello di considerare il delirio come uno straordinario banco di prova per saggiare le principali categorie del pensiero filosofico: nientemeno che "ragione" "verità" "realtà" "emozione" Ciò significa mostrare come si articolino le forme di concettualizzazione e di ragionamento delirante, nonché come funzionino gli schemi alterati di orientamento spaziale e temporale.
"Individuare tali strutture nella loro specifica paradossalità - afferma Bodei - porta a comprendere meglio gli scarti rispetto al nostro pensiero "corretto" e ai nostri desideri quotidiani".
"Le logiche del delirio" si situa alla confluenza di due programmi di ricerca intrapresi da lungo tempo. Il primo (al quale Bodei ha dedicato il volume "Geometria delle passioni", edito da Feltrinelli) riguarda l'analisi di quei fenomeni, come gli affetti o le ideologie politiche, in cui la razionalità sembra assente. Il secondo (che trova una sua prima formulazione in "Scomposizioni. Forme dell'individuo moderno", del 1987) esamina la natura dell'identità personale e collettiva nei loro conflittuali processi di crescita e di possibile collasso. Più in generale, aggiunge Bodei, "cerco di recuperare all'intelligenza e alla vita "coltivata" quei terreni, lasciati spesso incolti, da cui spuntano selvaticamente, in maniera brada, passioni, fantasie, credenze o deliri". Secondo lo psicoanalista di origine argentina, Salomon Resnik (un autore presente nel testo), Artaud ci ricorda che la vita è un'avventura, imprevedibile, e che quello di normalità e patologia è un concetto formale, con una certa funzione classificatoria e basta. Nessuno è assolutamente psicotico e nessuno è assolutamente sano, e soprattutto nessuno di noi è Dio e può sentirsi così onnipotente da credere di "guarire" qualcuno. Per Bodei, il delirio è il tentativo di rendere vivibile una vita diventata insopportabile, di riedificare un proprio mondo dalle macerie. Ciò avviene secondo una 'logica' che è cognitiva e affettiva insieme, ossia in base a una peculiare e anomala modalità di connettere percezioni, sentimenti e pensieri che una "ragione ospitale', ma rigorosa, è in grado di comprendere senza demonizzare o tentare di "prosciugare". Le allucinazioni e i deliri, spiega Bodei, "proprio con la loro impermeabilità a ogni prova logica o di realtà, tendono a riplasmare e a sigillare il fragile mondo neonato in cui il malato si rifugia. Il lato del "guarire" non è compito mio. Mi sono invece sforzato di capire come i deliranti percepiscano il mondo, costruiscano i loro concetti, dispongano i loro ragionamenti e intreccino desideri e paure a percezioni e idee".
Ne "L'eclissi del corpo. Una ipotesi psicoanalitica" (Borla, 1992), già Armando B. Ferrati richiamava l'attenzione sull'importanza e sul ruolo della fisicità essa deve eclissarsi perché la mente possa funzionare. E tuttavia non si vuol dire con ciò che debba essere negata, ignorata o, peggio ancora, combattuta, perché la sua relazione con la psiche deve tendere a essere funzionale in senso armonico. Altrettanto, per Remo Bodei, "occorre respingere le concezioni che dichiarano il corpo 'prigione dell'anima' e pensare che non soltanto si ha un corpo, ma si è un corpo (sessuato), il quale costituisce il centro del nostro orizzonte, il luogo da cui gli organi di senso e la mente, si affacciano sul mondo, la sede del piacere, del dolore e di tutte le emozioni". Nello stesso tempo, è anche necessario chiedersi in che misura, tuttavia, il corpo ci appartenga. Al pari delle nostre emozioni, anche le nostre cellule si moltiplicano e muoiono o le funzioni organiche si svolgono senza bisogno di aspettare del nostro permesso.
L'interrogativo se siamo ospiti o padroni del nostro corpo e del nostri sentimenti, ci rammenta Bodei, viene oggi modificato dall'avvento delle biotecnologie: "esse sono infatti in grado non solo di modificare l'organismo dell'individuo, ma di incidere anche su quello delle generazioni future. Quando la "natura umana" diventa virtualmente costruibile, quando i nostri sentimenti nei confronti della nascita, della morte, delle malattie, dei genitori biologici cambiano radicalmente, quando ciò che è artificiale finisce per coincidere con ciò che è naturale, allora anche la grana delle nostre passioni è destinata a cambiare". Allorché infine chiediamo a Bodei se gli sembra che a tutt'oggi la cultura continui ad adottare un atteggiamento difensivo nei confronti della psicoanalisi (così come lo riscontrò Eugenio Gaddini, a metà degli anni Ottanta), la sua risposta non si fa attendere: "da qualche decennio è effettivamente aumentata la diffidenza nei confronti della psicoanalisi. E questo per un insieme di ragioni, alcune buone o, almeno, plausibili, altre sbagliate. Fra le prime si possono porre il suo stesso diffondersi a macchia d'olio, con conseguente perdita di rigore e professionalità; il suo carattere spesso "selvaggio", con l'elaborazione di teorie tanto cervellotiche da ricordare il detto di Karl Kraus, per cui il malato di mente sta al suo terapista come la pazzia concava a quella convessa ... ". Tra le cattivi ragioni, conclude Bodei "vi è ancora il diffuso timore nei confronti delle lacerazioni profonde - di origine storica, sociale e indìvi4duale - che la psicoanalisi mette scandalosamente allo scoperto".
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