RASSEGNA STAMPA

2 APRILE 2000
HANNA ARENDT
Lessing, umanità contro verità
Una riflessione della Arendt sulla tolleranza e l'amicizia secondo l'autore di "Nathan il saggio"
Il 28 settembre 1959 ad Amburgo Hannah Arendt, in occasione del conferimento del premio Lessing, pronunciò un discorso su "L'umanità nei tempi oscuri. Riflessioni su Lessing", dove i "tempi oscuri" sono quelli in cui la sfera della discussione pubblica diventa impraticabile (come accadde al tempi del nazismo). Pubblicato in Germania nel 1960 il testo viene proposto per la prima volta in italiano dalla rivista "La società degli individui" (Franco Angeli). Ne pubblichiamo uno stralcio dal quale emerge con chiarezza la relazione tra verità e dimensione pubblica della conoscenza.
Lessing aveva delle opinioni ben poco ortodosse sulla verità. Rifiutava di accettare una verità quale che sia, fosse anche quella fornitagli dalla Provvidenza; non si sentiva mai costretto dalla verità, che essa fosse imposta dai ragionamenti propri o altrui. Se lo si fosse messo a confronto con l'alternativa platonica della doxa e dell'aletheia, dell'opinione e della verità, la sua decisione non avrebbe lasciato dubbi.
Era felice - per usare la sua parabola raccontata in Nathan il saggio, ndr - che l'anello autentico, se pure mai esistito, fosse andato perduto; se ne rallegrava per amore dell'infinità delle opinioni possibili in cui si riflette il dialogo degli uomini sulle questioni di questo mondo. Se l'anello autentico fosse esistito, ciò avrebbe comportato la fine del dialogo, quindi dell'amicizia e infine dell'umanità.
Nello stesso senso, gli bastava di appartenere alla razza degli "dei limitati", come una volta chiamò gli uomini; e pensava che la società umana non pativa "di quelli che sono più indaffarati a fare le nuvole che a dissolverle", mentre rischiava di "soffrire molto a causa di quelli che aspirano ad assoggettare tutti i modi di pensare degli uomini al loro proprio". Ciò ha ben poco a che fare con la tolleranza nel senso ordinario (di fatto Lessing stesso non fu una persona particolarmente tollerante), ma ha molto a che vedere con il dono dell'amicizia, con l'apertura al mondo e infine con l'amore genuino per il genere umano.
Lessing si è rallegrato di ciò che - almeno da Parmenide e Platone - ha gettato i filosofi nella disperazione: che la verità, non appena enunciata, si trasforma immediatamente in un'opinione tra le altre, viene contestata, riformulata, portata a essere nient'altro che un oggetto di conversazione come tanti. La grandezza di Lessing non consiste soltanto nell'intuizione teorica che non può esserci una verità unica nel mondo umano, ma nella sua gioia per il fatto che non ne esista nessuna e che quindi il dialogo infinito degli uomini tra di loro possa continuare incessantemente finché esisteranno gli uomini. Un'unica verità assoluta, se fosse esistita, avrebbe significato la fine di tutte le controversie in cui questo padre e maestro di tutte le polemiche in lingua tedesca era così a suo agio e in cui prese sempre partito in modo totalmente chiaro e definito. Ciò avrebbe significato decretare la fine dell'umanità.
Per noi oggi è difficile identificarci con il conflitto drammatico ma non tragico di Nathan il saggio, come avrebbe voluto Lessing. In parte perché, per quanto riguarda la verità, una condotta tollerante è diventata ovvia, sebbene per ragioni che hanno ben pochi legami con le ragioni di Lessing. È possibile che qualcuno oggi imposti, sia pur occasionalmente, la questione nello stile della parabola lessinghiana dei tre anelli - per esempio, nella mirabile sentenza di Kafka: "È difficile parlare della verità, perché, sebbene ce ne sia una sola, è vivente, e ha quindi un volto che cambia con la vita". Anche qui nulla è detto relativamente al punto politico dell'antinomia lessinghiana - ossia in relazione al possibile antagonismo tra verità e umanità. Da tale antagonismo deriva la stupefacente mancanza di obiettività dell'atteggiamento politico di Lessing, la sua parzialità sempre vigilante e che non ha niente a che vedere, in nessun caso, con la soggettività, poiché non si riferisce a se stessa, ma agli uomini nel loro rapporto con il mondo, alle loro posizioni e alle loro opinioni. Nessuna idea sulla natura dell'Islam, dell'Ebraismo o del Cristianesimo avrebbe potuto impedirgli di allacciare un'amicizia o di dialogare con un maomettano convinto, un ebreo pio o un cristiano credente.
La sua coscienza tanto ferma quanto integralmente libera sarebbe bastata a smascherare "obiettivamente", come un errore, ogni dottrina che rendesse impossibile in via di principio l'amicizia tra gli uomini. Si sarebbe messo subito dalla parte degli uomini, senza preoccuparsi troppo degli argomenti, più o meno eruditi, dell'uno e dell'altro campo.
Questa era l'umanità di Lessing.
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