RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2000
MAURIZIO CECCHETTO
Il mondo è ormai solo rappresentazione?
Un saggio di Goody
L'altra faccia dell'immagine svela l'idolatria dell'uomo
Dalla critica di Platone ai simulacri dell'era virtuale
Jack Goody, "L'ambivalenza della rappresentazione", Feltrinelli. Pagine 320. Lire 55.000
Può darsi che ai più appaia scontato che nella "civiltà dell'immagine" sia l'immagine a dettare le regole della percezione di ciò che è reale. La questione, oggi, non è più se l'immagine sia reale o virtuale e se la nostra cultura sia sempre più una cultura di finzioni e convenzioni. Questo è assodato. Oggi la questione si riassume piuttosto nella domanda: che cosa è l'immagine? Dopo tutte le scommesse intellettuali e le divinazioni estetiche, la risposta potrebbe essere questa: l'immagine è immagine. Che non è affatto una risposta tautologica: avrei dovuto scrivere, in questo caso, l'immagine è l'immagine. La necessità di scrollarsi di dosso i sofismi intellettuali, i distinguo capziosi, le presunte ontologie, gli eccessi di strutturalismo e di formalismo, dovrebbe comunque portarci a riconoscere infine che l'immagine non può sostituire il reale, non è fatta di carne e sangue, ma non è neppure quel surrogato su cui si sono accanite schiere di pensatori più o meno grandi, da Platone a Baudrillard. Ne è pienamente convinto anche Jack Goody che in questo saggio complesso, un po' riepilogativo del pensiero storico sull'immagine, ma un po' anche indicativo nel prefigurare paradossi, sviluppi e conflittualità nei diversi modi culturali, le diverse "mentalità", affronta appunto il discorso dell'"ambivalenza della rappresentazione". Non è il caso, qui, di riprendere etimologie, diatribe storiche, concettualità, troppo ampie e articolate per poterne dare una giusta sintesi, è invece opportuno riflettere sulla questione dell'ambivalenza. Se Platone condanna il pittore che dipinge il simulacro di qualcosa che è già una riduzione simulacrale dell'idea primigenia partorita dalla mente divina, è pur vero che l'immagine dipinta non pretende di essere la "cosa" e neppure l'"idea della cosa". Essa è, appunto, immagine. Cioè qualcos'altro rispetto alla realtà da cui ha preso spunto ma che, in certo modo, rappresenta. La rappresentazione, in effetti, è il trait-d'union tra immagine idea e cosa. Qui cominciano i guai. Perché, come rileva inizialmente Goody - che ha all'attivo numerosi saggi di antropologia e di estetica - il divieto di rappresentazione è tra i più arcaici: non soltanto nei monoteismi (dove sembra emergere come antidoto all'idolatria politeista), ma anche nelle religioni asiatiche e nel paganesimo tribale africano. È, insomma, una costante. E le costanti spesso ne producono altre di segno contrario, per cui l'iconoclastia non è una conseguenza e un momento antitetico soltanto al culto delle icone cristiano, ma uno sviluppo si può dire necessario delle premesse date: Dio vieta di farsi immagini di qualsiasi cosa, ma soprattutto di Lui stesso; il divieto di raffigurare gli dèi è abbastanza generale; e l'immagine, non da oggi, ma fin dall'antichità, tende a caricarsi di sacralità, fino a scalzare l'oggetto della devozione, il divino e il sacro; dunque l'immagine è potenzialmente antagonistica e antinomica. Rappresentare vuol dire far presente qualcosa che non lo era ma esiste; ma se la rappresentazione diventa il mondo stesso - come mostrò Heidegger - ecco che il nodo da sciogliere è ancora quello del valore concettuale e ontologico della rappresentazione: simbolo, simulacro o manifestazione consustanziale della realtà, sia essa terrena o celeste? Il rappresentato che diventa mondo, può essere un prodotto della cultura, ma può degenerare anche nella tirannia dell'idolo, che sostituisce il vero e il reale. È qui che intervenne il II Concilio di Nicea nel 789, cercando di risolvere la disputa iconoclasta (che pure continuò fino all'843); c'è soltanto spazio per notare che tra iconoclasti e iconoduli intervenne subito dopo il concilio una terza posizione, quella espressa dai Libri Carolini redatti probabilmente tra il 790 e il 793. Una posizione che criticava l'idolatria, ma riconosceva valore sostanziale alla rappresentazione e al simbolo. A Goody si può obiettare uno sguardo implicitamente "comparativo" che rischia di assimilare troppo le diverse attitudini alla rappresentazione in un arco diacronico molto vasto, senza approdare a un giudizio orientativo netto. Ma questo approccio "aperto" è, credo, una scelta fondamentale per questo lavoro che probabilmente avrà un seguito nei prossimi studi dell'autore.
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