RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2000
GIOVANNI RABONI
I TRAPIANTI E LA COSCIENZA
Donazione degli organi, non condannare chi non se la sente
Fra le persone in attesa di ricevere il trapianto di un organo, una su tre, in Italia, muore perché non è disponibile - non è disponibile in tempo - l'organo di cui ha bisogno per sopravvivere. Si aggiunga che nel nostro Paese il numero delle donazioni, oltre ad essere drammaticamente insufficiente, è nettamente inferiore alla media degli altri Paesi europei, e che c'è anche una forte differenza fra ciò che avviene in alcune regioni e ciò che avviene in altre. Sono dati tanto conosciuti quanto inequivocabili, di fronte ai quali ogni esitazione e persino, in un certo senso, ogni riflessione può sembrare superflua e in qualche modo indebita. Qualsiasi misura, purché non sia lesiva dei diritti fondamentali della persona o troppo sommariamente impositiva, dev'essere accolta con favore se contribuisce a salvare delle vite, annullando o almeno diminuendo il divario tra i vantaggi potenziali del progresso scientifico e tecnico e i suoi benefìci effettivi. E ben vengano, dunque, sia la richiesta di consenso preventivo alla donazione (evidentemente postuma) dei propri organi, cui tutti gli italiani saranno invitati a rispondere fra poche settimane, sia la nuova legge sugli espianti, che sta per entrare in vigore e che prevede, fra l'altro, il cosiddetto silenzio-assenso, cioè una norma che dà per scontato il consenso alla donazione da parte di chi sia stato debitamente informato del problema. E invece, forse, qualcosa si può dire e vale la pena di dire, soprattutto per evitare che una questione tanto delicata, e tanto vicina alla sensibilità profonda di ciascuno di noi, si risolva in una contrapposizione schematica fra cultura e incultura o, peggio ancora, fra "civiltà" e "oscurantismo": naturalmente da addossare, come d'abitudine, i primi al Nord, i secondi al Sud (dell'Italia e del mondo). Che cosa, in effetti, può trattenere un essere umano da un gesto di solidarietà che, oltretutto, non "costa" nulla, visto che ciò che viene donato non ha più, per il donatore, alcuna utilità? Ho formulato apposta la domanda in un modo così semplicistico e brutale per suggerire che la risposta - non dico la giustificazione - è da cercare su un piano che non è né quello della conoscenza razionale né, tantomeno, quello del buon senso. A nessuno di noi, credenti o non credenti, è estraneo il sogno della resurrezione dei corpi: un sogno che non riguarda tanto il nostro, di corpo (del quale, del resto, è difficile se non impossibile immaginare la non-più-esistenza), quanto quello delle persone che abbiamo amato e che non ci sono più. Fra credenti e non credenti c'è, in questo, una sola anche se, certamente, essenziale differenza: che ciò che per i secondi è un sogno, per i primi è una speranza o, almeno, la volontà di una speranza.
E io credo che da questo sogno o da questa speranza discenda il desiderio struggente di "salvare" non, ripeto, il proprio corpo, ma quello dei propri cari appena scomparsi, di difenderne l'integrità, di sentire come un ulteriore strazio, come un'ulteriore separazione, come un'ulteriore perdita il fatto che esso venga immediatamente - e, come la scienza e la tecnica esigono, a morte cerebrale accertata, ma a cuore ancora battente - lacerato, diminuito, privato di sé. È giusto sforzarsi di andare, con la ragione, oltre questi impulsi o sentimenti, e fare il possibile per persuadere il maggior numero possibile di nostri simili a fare altrettanto? Sì, credo che sia giusto; e che sia giusto, dunque, pronunciarsi per il consenso alle donazioni di organi e a favore di ogni provvedimento che possa renderle più numerose. Ma credo anche che sarebbe estremamente ingiusto trattare da egoista o da incivile chi, a questi assennati convincimenti, a queste nobili intenzioni, non potesse o non volesse allinearsi. Un po' come ai tempi della battaglia per la legge sull'aborto, rispettare le ragioni di chi non la pensa o non sente come noi è quasi altrettanto importante, a mio modo di vedere, che difendere le proprie.
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