RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2000
FERNANDO SAVATER
Se la ricchezza è democratica
Nell'era della deregulation, è ora di pensare a una rendita base per tutti
Siccome non credo che il futuro sia già scritto e sia pertanto immodificabile, il compito di divinare o di profetizzare ciò che sarà mi è completamente alieno. L'unica cosa che so con certezza è che il domani sarà fatto della congiunzione tra le libere scelte degli esseri umani e il caso, proprio come è stato per lo ieri. E nemmeno mi pare stimolante l'impegno malinconico di segnalare quali siano le linee più probabili di sviluppo delle nostre società, perché tali previsioni presunte scientifiche non hanno di solito più fondamento del pessimismo istintivo o della fede in una qualche illusione tecnodemocratica del nostro tempo. In compenso potrebbe non esser male il parlare del possibile . Perché realizzare il possibile dipende in gran parte dell'efficacia con cui lo desideriamo, e per desiderare qualcosa, mettendo poi in pratica i metodi per raggiungerlo, bisogna imprescindibilmente essere riusciti prima a immaginarlo. Non parlo di un'immaginazione utopica , nei confronti della quale nutro serie riserve storicamente fondate, ma di un'immaginazione al servizio dei nostri ideali. È possibile che l'ideale sociale che oggi mi pare più importante sia quello della cittadinanza . Con cittadino intendo il membro cosciente e attivo di una società democratica: quello che conosce i suoi diritti individuali e i suoi doveri pubblici, e non rinuncia a intervenire nella gestione politica della comunità, né delega automaticamente agli specialisti del dirigere tutti gli obblighi che questa impone. D'altronde la formazione di cittadini responsabili ha un'importante base educativa, e cioè una formazione intellettuale nei valori condivisi e negli usi del pensiero critico razionale (che comprendono tanto la capacità di persuadere argomentando, quanto quella di essere persuaso da argomentazioni, escludendo quindi a priori il fanatismo di principi assoluti), così come ho cercato di spiegare in alcuni dei miei libri. Però, pur essendo molto importante, l'educazione da sola può servire unicamente a cementare un'autentica cittadinanza democratica. È necessaria anche una determinata base economica che garantisca l'autonomia effettiva di ciascuno dei soci della comunità.
La miseria totale, la mancanza assoluta di mezzi di sussistenza, e anche la precarietà abusiva dei mezzi per conseguirla, escludono chi ne è colpito da qualsiasi partecipazione civica che non sia mera burla o rimedio servile. È segno distintivo di ogni democrazia, a cominciare da quella ateniese, il preoccuparsi in un modo o nell'altro per alleviare la condizione di chi è sfavorito rendendo possibile la sua partecipazione civica. Se non sbaglio fu Tom Paine, l'autore dei Diritti dell'uomo , che già nel 1792 teorizzò per la prima volta nell'era moderna l'urgenza di garantire una serie di aiuti a gruppi o situazioni sociali economicamente compromessi, intendendo tale sostegno sociale non come mero sussidio all'indigenza, ma come autentico diritto dei cittadini. Credo che questa sia l'idea che oggi dovremmo recuperare e approfondire con decisione. Nella società tecnologicamente iper-sviluppata in cui oggi viviamo, dove gli strumenti automatici hanno sostituito vantaggiosamente tanti posti di lavoro, siamo preda di un circolo infernale: il liberalismo richiede ogni volta maggiore deregolamentazione della legislazione del lavoro, che aumenta il livello di povertà reale esistente ed esclude una crescente quantità d'individui dalla protezione sociale, mentre la socialdemocrazia tenta solo di promuovere leggi che frenano l'iniziativa privata, la scelta d i lavoro part time e le attività non rimunerate ma socialmente utili. Sarebbe ora di pensare a una rendita base per tutti i cittadini, intesa non come sussidio ai bisognosi, ma come diritto democratico generale. Un tal reddito dovrebbe garantire la sussistenza minima della persona, in modo da trasformare il lavoro in una opzione libera o temporanea, da rafforzare la pratica delle attività umanitarie o creative che il mercato attualmente non ricompensa, e da facilitare i negoziati su eque condizioni di lavo ro tra padroni e dipendenti. Da dove verrebbero i fondi per realizzare questo reddito base? Senza dubbio occorrerebbe riformare gli attuali sussidi sociali, gravare di qualche tassa il lavoro rimunerato e, con assai maggior ragione, gli speculatori finanziari, ma soprattutto bisognerebbe prendere coscienza del fatto che, per quanto lo sviluppo economico debba indubbiamente molto all'iniziativa personale di alcuni, la ricchezza è fondamentalmente sociale e non può disinteressarsi dei suoi obblighi comunitari, ovverossia democratici . D'altra parte questa iniziativa comporta difficoltà pratiche e perfino morali: come bilanciare la sparizione del sentimento di necessità reale che oggi stimola l'attività sociale? Come evitare che la vocazione di essere utile sia sostituita dal diritto passivo a ricevere la manna di Stato? E tuttavia mi pare che valga la pena di affrontare e discutere questi temi, se non vogliamo continuare a scivolare per un pendio che conduce le nostre democrazie alla dittatura oligarchica dei grandi finanzieri e alla meritocrazia dell'assistenza pubblica, sempre più avara di prestazioni egualitarie.
Ovverossia: la fabbricazione industriale di cittadini che non potranno agire davvero come tali, o che non potranno mai più riuscire a esserlo davvero, se non di nome.
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