RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2000
CRISTINA BICCHIERI
L'irrazionale che aiuta a decidere
I risultati delle ricerche più recenti sul cervello dimostrano che sentimenti e ragione non sono in contrapposizione, ma possono potenziarsi reciprocamente
Paura, rabbia, tristezza: così le emozioni completano i processi della conoscenza
I Persiani facevano le scelte importanti in stato di ebbrezza
Erodoto racconta che i Persiani, prima di prendere una decisione importante, ne discutevano in stato di lieve ebbrezza e il giorno dopo, di nuovo sobri, riconsideravano la decisione. Se la approvavano ancora, veniva adottata. Se invece una decisione veniva presa da un gruppo di persone sobrie, queste ne riparlavano più tardi in stato di ebbrezza e, se sembrava loro ancora valida, la adottavano.
Evidentemente i Persiani attribuivano un certo valore a quelli che oggi chiameremmo stati mentali alterati. Nella nostra cultura, invece, non solo una decisione presa in questo stato non ha valore, ma tendiamo anche a sottovalutare tutte le scelte che facciamo in condizioni non certo alterate, ma più semplicemente emotive. Molti infatti pensano che una buona scelta debba essere per definizione razionale, e che ascoltare le proprie emozioni non possa che confondere le idee e farci prendere decisioni sbagliate. Questa separazione tra ragione e passioni, e una certa diffidenza per queste ultime, ha una lunga storia e la troviamo riflessa non solo nelle scienze sociali, ma anche nella psicologia cognitiva. Qui le emozioni sono state fino a pochi anni fa poco studiate e comunque relegate a un ruolo secondario rispetto a funzioni mentali serie come la percezione, il linguaggio o il pensiero, e perlopiù concepite come intrusioni o interruzioni del processo normale, e cioè non emotivo, di ideazione e conoscenza.
In realtà, le emozioni sono centrali nella vita mentale. Questo è quanto ci dicono gli studi più recenti di psicologia cognitiva. Non solo emozioni come rabbia, tristezza, paura o gioia hanno un effetto determinante sulla memoria, sul giudizio e sulle percezioni, ma tali emozioni vengono soprattutto utilizzate come una fonte primaria di informazione nel valutare rapidamente situazioni nuove e inattese.
Quello che forse non sapevamo è che emozione e cognizione non sono affatto processi indipendenti e che senza emozioni probabilmente la razza umana non avrebbe potuto sopravvivere. Sappiamo ad esempio che quando una lesione ai lobi frontali causa al paziente enormi difficoltà nel pianificare la propria vita, essa induce anche un deficit emotivo. Questo accade perché le emozioni svolgono un ruolo centrale nell'organizzare la nostra esistenza. Ad esempio, non ci capita mai di considerare, prima di decidere, ogni possibile alternativa; molte possibilità vengono eliminate emotivamente, nel senso che non prendiamo nemmeno in considerazione alternative che ci farebbero sentire in colpa, o causerebbero vergogna e imbarazzo. Chi ha una lesione ai lobi frontali spesso diventa incapace di agire moralmente, il che suggerisce una connessione importante fra emozioni e capacità morale. Le emozioni dunque ci guidano in un mondo pieno di incertezze e di imprevisti. La ragione è limitata non solo dal fatto che le nostre conoscenze sono parziali e le risorse limitate, ma anche a causa del nostro perseguire fini talvolta incompatibili, come ad esempio una carriera brillante e una vita tranquilla e rilassata. Inoltre interagiamo continuamente con altre persone, di cui sappiamo ben poco e che spesso hanno obiettivi diversi dai nostri. Pensare che sia possibile prendere una decisione dopo una ricerca logica accurata ed esaustiva è un'illusione. Anche se limitati, dobbiamo però agire e scegliere e, come i grandi drammaturghi hanno sempre saputo, proprio questa è la radice delle nostre tragedie. Anche se limitati, siamo comunque responsabili delle nostre scelte e ne soffriamo le conseguenze. Le emozioni sono come un ponte che ci permette di attraversare l'inaspettato e l'ignoto. Esse guidano la ragione, e non le sono affatto, come si è spesso pensato, opposte. Nel guidare e organizzare il pensiero, ne complementano le carenze.
In un mondo complesso e difficile da interpretare, le emozioni possono essere viste come cognitive: ogni emozione ci fa concentrare molto rapidamente sul problema che l'ha generata, e ci suggerisce interpretazioni e soluzioni. Emozioni diverse però hanno effetti molto diversi sulle nostre capacità di giudizio. Ad esempio, si è scoperto che il buonumore riduce la complessità dei processi decisionali e ci induce a scegliere in modo rapido. In altre parole, chi è contento semplifica di più e se raggiunge le stesse decisioni di un altro lo fa con meno sforzo, più rapidamente e usando meno informazioni. La tristezza invece ci induce a riflettere di più e a non sopravvalutare la nostra capacità di controllare la situazione. Il ruolo delle emozioni è particolarmente importante in situazioni ambigue e aperte a più interpretazioni, come ad esempio le interazioni sociali. Di fatto, gran parte delle nostre decisioni ha una componente sociale: decisioni legali, politiche o economiche si basano su giudizi e inferenze che riguardano intenzioni, disposizioni e attribuzioni di responsabilità. Questi giudizi, che riguardano percezioni sociali ambigue e complesse, richiedono processi cognitivi estremamente sofisticati. Le emozioni sono una componente indispensabile di questi processi. Il complimento che riceviamo è genuino oppure è un tentativo di manipolarci? E quel sorriso, sarà sincero o forzato? La medesima frase può essere percepita come uno scherzo o un insulto, come ostile o invece enfatica. La stessa azione può rivelare orgoglio e sicurezza, oppure solo incoscienza. A seconda delle circostanze, le nostre emozioni influenzeranno in modo indiretto attenzione, memoria e associazioni, facendoci concentrare su dettagli di una situazione congruenti con il nostro umore. Se la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di rispondere in modo adeguato a eventi inattesi e di fare dei piani per il futuro, allora le emozioni sono essenziali, perché ci spingono a concentrarci su un problema che va risolto prontamente. Questo non significa che le emozioni che proviamo siano sempre adeguate, o non presentino rischi. Un rischio da non sottovalutare è quello della generalizzazione: cioè trasferire automaticamente la stessa risposta ad avvenimenti che non sono affatto connessi con quello che ha dato origine a una particolare emozione. Quando siamo arrabbiati, ad esempio, giudichiamo qualcuno direttamente responsabile di qualcosa che ci colpisce negativamente e siamo relativamente certi di quanto è accaduto. Il rischio diventa quello di attribuire responsabilità individuali e giudicare in modo punitivo anche in situazioni che potrebbero benissimo essere intese in modo più benevolo. Quando invece siamo tristi, attribuiamo la responsabilità di quanto di negativo ci accade al destino o alle circostanze, ma questo può rivelarsi pericoloso in situazioni in cui sarebbe bene rendersi conto che esistono responsabilità individuali. Quando abbiamo paura, tendiamo a sopravvalutare tutti i rischi, non solo quello delle circostanze che hanno attivato la paura. Di converso, quando siamo arrabbiati tendiamo a sottovalutare i rischi, il che può condurci a compiere scelte dannose. Per fortuna, sappiamo anche che esistono meccanismi che moderano l'influenza delle emozioni sul giudizio. Ad esempio, se qualcuno ci fa riflettere sui nostri giudizi, la tendenza a valutazioni da un contesto a un altro (che è un processo del tutto inconscio e automatico) verrà deattivata. Così come la soluzione del problema che ha indotto ansia, rabbia o tristezza bloccherà la tendenza a valutare nuove situazioni sotto l'influenza dell'emozione che abbiamo provato (o stiamo ancora provando). Conviene quindi dare più spazio alle nostre emozioni nel prendere decisioni? La domanda è probabilmente retorica, visto che le emozioni ci guidano quotidianamente nelle scelte grandi e piccole, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.
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