Numeri e forme, ecco il segreto dell'arte modernaChe rapporto c'è tra la matematica e un quadro? Una
risposta nella mostra sui cento capolavori dell'Ermitage |
| Chiedere a un matematico di commentare dei quadri è
come chiedere a un pittore di dipingere dei numeri: un
evento a prima vista piuttosto improbabile, che a uno
sguardo approfondito risulta però possibile. Anzi, tanto
possibile da essersi già verificato più volte. Basta ricordare
l'esoterica Malinconia di Albrecht Dürer (1514), in cui di
numeri ne compaiono addirittura sedici, disposti in forma di
quadrato magico: un'opera sulla quale il professor Nanni
Moretti espresse tutta la sua sorpresa in un'imbarazzante
lezione del film Bianca (1976).
Altri esempi sono i telescopici Numeri innamorati di
Giacomo Balla (1925), in cui vengono raffigurati i primi
termini della misteriosa successione di Fibonacci che
descrive le simmetrie della natura, e il Cinque dorato di
Charles Demuth (1949), che rappresenta appunto ciò che
dichiara: un enorme e luccicante cinque. Quest'ultimo fu
tanto influente da essere stato ripetutamente citato e ripreso,
per esempio nel Cinque di Demuth di Robert Indiana
(1963): un artista che deve la sua fama al celeberrimo Love
(1967), di cui si appropriarono i Beatles per la copertina di
un loro disco. Per quanto riguarda noi e oggi, basta citare
Ugo Nespolo, che ha fatto dei numeri il soggetto preferito
della propria ispirazione e dei propri acrilici su legno. Se i
pittori si permettono di dipingere numeri, i matematici
potranno dunque ben azzardarsi a commentare quadri.
Avviamoci quindi a curiosare insieme nella mostra dei cento
capolavori dell'Ermitage, alla ricerca di elementi di
riflessione scientifica più che artistica. Il gioco è difficile,
perché i quadri in esibizione alle Scuderie Papali del
Quirinale appartengono a un periodo e a pittori non
particolarmente sensibili al razionalismo matematizzante che
ci interessa in questa sede. Poiché però i giochi facili
divertono poco, di questo saremo più felici che preoccupati.
Quasi all'inizio della mostra, il primo dipinto ad attirare la
nostra attenzione è il numero 23: La Chiesa di Santa Maria
degli Angeli di Henry Edmond Cross (1909), un tipico
esempio di "puntillismo". Questa tecnica, scoperta o
inventata da Georges Seurat nel corso dei suoi studi sui
colori e da lui chiamata "divisionismo", rappresentò una vera
e propria rivoluzione euclidea nell'arte: il riconoscimento,
cioè, che come lo spazio geometrico è costituito di punti
immateriali e senza dimensione, così lo spazio pittorico si
compone di punti colorati ai quali è possibile ridurre ogni
figura.
Oggi siamo tutti puntillisti senza neppure accorgercene,
perché sappiamo benissimo che le immagini degli schermi
televisivi o informatici sono appunto composte di cosiddetti
pixel colorati: più grande è il numero dei pixel usati,
maggiore è la risoluzione dello schermo e delle relative
immagini. I puntillisti non erano invece interessati alla
risoluzione, ma al suo esatto contrario: il loro obiettivo non
era nascondere la natura atomica dello spazio visivo, ma
esibirla.
Proprio negli stessi anni in cui gli artisti decostruivano le
immagini pittoriche in punti colorati, i matematici e i fisici
decostruivano le curve geometriche in funzioni sinusoidali e
gli atomi materiali in particelle elementari. In tutti i casi si
trattò di una medesima riduzione della realtà a fenomeni
ondulatori (ottici, trigonometrici o quantistici) rimasti fino ad
allora nascosti: come disse Einstein, si era finalmente
"sollevato un lembo del grande velo" che cela la dinamica
essenza del divenire dietro la statica apparenza dell'essere.
La parte centrale della mostra riguarda artisti, da Gauguin a
Matisse, alla cui opera poco si addice un'analisi matematica.
La cosa cambia invece quando ci imbattiamo, verso la fine,
in una serie di quadri cubisti di Pablo Picasso (1907-1917).
Se il puntillismo atomizzava le figure in singoli punti, il
cubismo decompone i contorni in tratti rettilinei e gli interni
in tasselli triangolari, che nella geometria euclidea sono
rispettivamente determinati da coppie o terne di punti.
Si tratta di un duplice processo di approssimazione, di
curve mediante segmenti e di superfici mediante triangoli,
che ammette illustri precursori matematici. Già i Greci
sapevano infatti che un cerchio si può approssimare a
piacere con poligoni regolari, e ne La dotta ignoranza
(1440) il cardinal Cusano arrivò all'ardita concezione del
cerchio come poligono a infiniti lati di lunghezza infinitesima.
Quanto alla possibilità di approssimare superfici curve
mediante poligoni, l'architettura moderna ci ha assuefatti
all'idea mediante le famose cupole geodesiche di
Buckminster Fuller, e il pallone da calcio ci ricorda che una
sfera non è troppo diversa da una combinazione di dodici
pentagoni e venti esagoni. I due esempi convergono nel
cosiddetto buckminsterfullerene, un composto superstabile
le cui molecole sono appunto costituite da sessanta atomi di
carbonio disposti nei vertici dei poligoni che formano il
pallone da calcio.
Per tornare all'arte, puntillismo e cubismo effettuarono una
rivoluzione linguistica della pittura, ma non ne mutarono il
soggetto: i dipinti di Cross e di Picasso in esibizione
rappresentano ancora i soliti paesaggi e personaggi, sia pure
raffigurati con una tecnica diversa. E questo destino
accomuna non solo l'arte, ma anche la letteratura, la
filosofia, la scienza e la matematica. Anzi, è proprio perché
ogni epoca narra spesso le stesse storie, sia pure
raccontandole con un suo linguaggio diverso, che noi
possiamo continuare a godere anche oggi delle opere del
passato.
A ricordarci che a volte però le cose cambiano non solo
nella forma ma anche nella sostanza, è il dipinto numero 99
al termine della mostra: il Violino e chitarra di Ferdinand
Léger (1924). Nonostante il titolo, di violini e chitarra qui
non c'è l'ombra. O meglio, rimane soltanto una letterale
ombra, cioè un'astrazione: sulla tela non si vedono infatti
altro che figure geometriche, ossia le forme astratte degli
oggetti concreti.
Il quadro di Léger non è certo rappresentativo né
dell'artista, né della mostra, e all'interno della collezione dei
capolavori dell'Ermitage è forse uno dei meno interessanti.
Svolge però il ruolo essenziale di puntatore verso l'esterno,
verso quella forma intellettuale e sofisticata dell'arte
moderna che è l'astrattismo di gruppi quali il Bauhaus o il
De Stijl, e di artisti quali Mondrian o Kandinskij.
Siamo qui finalmente approdati a ciò che i Greci
chiamavano "idee", e che noi faremmo meglio a tradurre
con "forme". La teoria platonica delle idee, sfrondata della
metafisica di cui si è ammantata nei secoli, si riduce infatti
alla constatazione che la vera essenza di questo imperfetto
mondo è la perfetta geometria. E l'arte moderna, nel suo
percorso alla ricerca della forma pura ed essenziale, non
poteva che approdare alla stessa conclusione e diventare
matematica. Scopriamo dunque che le attività del
matematico e dell'artista non sono poi così diverse, perché
comuni sono gli oggetti delle loro ricerche, e le forme delle
loro rappresentazioni: la prossima volta si potrà allora
chiedere a un artista di commentare delle formule. |