RASSEGNA STAMPA

19 MARZO 2000
GIOVANNI SANTAMBROGIO
Le buone argomentazioni cercatele nei classici
Storia della letteratura italiana, storia della letteratura latina, storia della letteratura greca, storia di una letteratura straniera, storia dell'arte e naturalmente storia: antica, medievale, moderna e contemporanea, politica, militare, sociale ed economica. E storia della filosofia. In pratica, nei licei italiani si studia una sola materia, con pochi svaghi. Per il futuro, si dice, tutto dovrà cambiare, a cominciare dalla storia della filosofia. Nel 1997 anche una commissione di saggi nominata dal ministro della Pubblica istruzione aveva detto che la filosofia devono studiarla tutti, ma "non nella sua forma attuale di ricostruzione storica".
Sono pronto a scommettere che non succederà niente del genere, qualunque cosa decida la nuova commissione ministeriale che sta concludendo ora i lavori. Sono scettico non solo perché l'università non prepara gli insegnanti a insegnare la filosofia invece della storia della filosofia; non solo perché gli stessi saggi del 1997 raccomandavano di insegnare perfino le scienze sperimentali "in una prospettiva storico-epistemologica", perfino la geografia e l'arte "per far maturare il senso storico"; ma soprattutto perché affermavano - così, senza tante cerimonie - che la scuola deve impegnarsi ad "assumere un impianto formativo che riconosca il valore imprescindibile della tradizione storica".
Di quella commissione facevano parte tre filosofi; gente che di argomentazioni se ne intende. Se non sentivano il bisogno di argomentare questa impegnativa affermazione, vuol dire che sapevano che sarebbe stata accettata senza batter ciglio. Naturalmente avevano ragione. Ma con questa assunzione, non si capisce davvero perché rinunciare a insegnare la storia della filosofia. Si può ripiegare per ragioni di opportunità o per mancanza di tempo su percorsi didattici più brevi o su una presentazione della materia che non segua un ordine strettamente cronologico, ma se l'obiettivo è riconoscere quel valore imprescindibile è la storia della filosofia e non altro che si deve studiare.
In realtà quell'assunzione sul valore imprescindibile della tradizione io non l'ho mai sentita argomentare e non sono nemmeno del tutto sicuro di capirla bene. Che cosa vuol dire esattamente? Non certo che i classici della filosofia hanno un valore imprescindibile: questo è vero ma riguarda i classici, non la tradizione. Forse vuol dire che quei filosofi sono importanti non solo in sé, ma perché appartengono a una tradizione che è la nostra, che ci definisce? Di nuovo non capisco: noi chi? Noi italiani, noi europei, noi occidentali? È la nostra cultura che si vuole contrapporre o anche solo distinguere dalle altre, la nostra etnia o che cosa? La nozione di tradizione è irrimediabilmente oscura.
A me sembra, molto semplicemente, che la grandezza dei classici della filosofia - l'unica ragione per studiarli - sia che sono splendidi tentativi di capire cose che val la pena di capire: come dobbiamo vivere, che cos'è la conoscenza, e così via. Nei contenuti delle loro idee le tracce delle loro origini storiche, delle circostanze in cui sono state proposte per la prima volta hanno un'importanza molto limitata. Questo perché, a differenza delle opinioni che si contrappongono nei dibattiti in televisione, le idee dei filosofi sono ben argomentate, sono sorrette da ragioni anche quando capita che siano sbagliate. E le ragioni non sono buone per un pubblico e cattive per un altro, conclusive in una cultura e deboli in un'altra: sono buone o cattive in assoluto. Naturalmente si può scoprire che quella che era apparsa a molti una ragione conclusiva in realtà non è tale, ma appunto questo presuppone la nozione assoluta. Se non fosse così, se le argomentazioni fossero sempre per qualcuno, si arriverebbe a pensare che anche la logica può variare da un secolo all'altro, da una cultura all'altra, o addirittura che ciascuno ha la sua logica. Questo è il relativismo. Certo, anche il relativismo può (forse) essere sostenuto con buoni argomenti, ma appunto questi argomenti bisogna darli e non basta appellarsi ai sacri valori della storia, che nella nostra etnia sembrano essere articolo di fede.
Detto questo, il problema di come insegnare la filosofia non è difficile, almeno nella scuola superiore. In primo luogo la logica sarà - è ovvio - uno strumento utilissimo. In secondo luogo, invece di inventarsi una storia per problemi di cui non esistono i manuali, si potranno leggere direttamente i classici della filosofia. Non i più difficili, certo, e non senza qualche intelligente (e breve!) introduzione. Ma, se possibile, da cima a fondo e non per riassunti e brani scelti: molti classici della filosofia sono costruzioni magnifiche anche da un punto di vista letterario e si preoccupano di chiarire i termini che usano e il senso delle posizioni avverse meglio di tanti glossari e manuali. Niente può sostituire l'esperienza della lettura diretta e non c'è altro modo di cogliere il senso dei ragionamenti e delle argomentazioni. Certo, il manuale potrebbe ricostruirli, ma sarebbe come studiare Michelangelo su copie mediocri in bianco e nero.
Questa non originale proposta solleva spesso un'obiezione: i classici della filosofia sono difficili! Faccio osservare in primo luogo che anche alcuni classici della letteratura lo sono, eppure insistiamo a farli leggere (ma poi, chissà perché, non diamo Musil ai ragazzini). In secondo luogo, l'argomento della difficoltà è stato usato contro la lettura diretta e individuale della Bibbia, che non è un testo facile. Eppure i fedeli di diverse religioni la leggono e la rileggono (forse la resistenza ad affrontare direttamente i testi ha qualcosa a che vedere con le nostre "tradizioni storiche"?). Infine, non è ben chiaro se la difficoltà, in questa discussione, abbia una connotazione positiva o negativa. A molti l'oscurità di certi filosofi piace, forse perché la prendono per un segno di profondità. Ai miei tempi il manuale di filosofia più diffuso, il Lamanna, era così oscuro che c'era da dubitare che avesse un senso. Invece dovremmo preoccuparci per prima cosa di insegnare a pensare e a scrivere con chiarezza.
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Filosofia e scuola