RASSEGNA STAMPA

18 MARZO 2000
MARCO BELPOLITI
Dalla lettura alla visione, cambiano le forme del sapere: dobbiamo piangere la fine dell'Homo sapiens
Un saggio di Simone, "La terza fase", denuncia i "pericoli" di un passaggio a una intelligenza basata su occhio e orecchio, su immagini e chiacchiera, con il dominio di tv e pc
UNA PREOCCUPAZIONE PEDAGOGICA CHE NASCONDE PREGIUDIZI NEI CONFRONTI DELL'IMMAGINE: SI DIMENTICA LA LEZIONE DI LEROI-GOURHAN SUL PENSIERO MITICO
Raffaele Simone, "La Terza Fase" Laterza, pp. 152, L. 22.000
Franco Fabbroni, "Didattica generale" Bruno Mondadori, pp. 158, L. 20. 000
Quando alcuni anni fa si cominciò a pensare a una radicale riforma della scuola media e superiore - cicli, materie, contenuti disciplinari - l'ultimo tipo di scuola interessato al mutamento fu l'istruzione artistica. I programmi per gli Istituti d'Arte e per i Licei Artistici italiani furono enucleati per ultimi, quasi che la preponderanza degli aspetti visivi di quel tipo di scuole costituisse una difficoltà teorica e pratica.
Oggi, a quasi dieci anni di distanza, i temi visivi sono diventati invece preponderanti nella definizione dell'intera scuola italiana del futuro. Cosa è accaduto? Dopo la televisione e il personal computer è arrivato internet, e di colpo psicologi, pedagogisti, linguisti, gli stessi esperti a cui è stata affidata la riforma della scuola italiana, hanno scoperto che l'immagine è diventato il baricentro della formazione, mettendo alle corde quella fondata sulla lettura e il libro. La stessa parola "istruzione" è andata in soffitta, a favore di un nuovo termine passe-partout, "formazione", come spiega in un recente libro programmatico, Didattica generale, Franco Fabbroni, docente di Pedagogia e presidente dell'Irrsae dell'Emilia-Romagna.
L'idea che circola è che stiamo passando da una forma di sapere ad un'altra, e che in questo passaggio non solo si acquisiscono nuovi vantaggi, ma si subiscono evidenti perdite. Raffaele Simone, da tempo impegnato nel cambiamento metodologico e culturale della scuola, ha riassunto questa tesi in un libro agile ed efficace, La Terza Fase. Le "fasi" di cui, parla sono: l'invenzione della scrittura, "che permise di fissare, con segni scritti le informazioni su un supporto stabile, liberando la memoria individuale e collettiva dal peso di un enorme quantità di dati": l'invenzione della stampa, venti secoli dopo, che fece del libro il simbolo del sapere e della cultura; e la cosiddetta Terza fase, iniziata negli ultimi quindici o venti anni del XX secolo, in cui ciò che si sa non deriva più dai libri, bensì da televisione, cinema e computer, ma anche dal walkman, da un disco o un nastro magnetico.
Simone rifà la storia dello sviluppo dei sistemi intellettivi dell'uomo, dal mondo greco sino a noi, passando per una definizione conoscitiva dei sensi - occhio e orecchio, in particolare -, sino a concludere, sulla scorta degli studi di Havelock, Ong e Olson, che la scoperta della scrittura fu la prima vera rivoluzione cognitiva della storia, dal momento che sviluppò un tipo di intelligenza, quella sequenziale, o lineare, che egli vede come opposta a quella simultanea, o spaziale. Alla fine del XX secolo, scrive, il processo si è invece invertito, dalla intelligenza sequenziale siamo ritornati a una intelligenza simultanea attraverso l'ascolto (cioè l'orecchio) e la visione non-alfabetica (che è una specifica modalità dell'occhio). Accanto al prevalere del "visivo", c'è anche un ritorno all'oralità, il "chiacchiericcio" di telefoni cellulari e delle chat lines, una oralità per nulla simile a quella praticata prima dell'avvento della scrittura.
L'interrogativo che si pone è dunque: come si formano e si fissano le conoscenze? Certamente la scuola non appare più il luogo centrale della formazione. Dice Simone: è cognitivamente e metodologicamente lenta; in corrispondenza dell'esplosione del "soft-ware", è "il luogo in cui le conoscenze si sedimentano, stagionano e diventano statiche". Ma cosa stiamo perdendo in questo cambiamento epocale? La lettura è auto-trainata, mentre la visione no (è etero-trainata); la lettura è correggibile, la visione no; la lettura ha implicazioni enciclopediche la visione no; la lettura consente di citare, la visione no. Al contrario, la visione è conviviale, ha un alto tasso emotivo ed è multisensoriale, possiede un forte livello di iconicità.
Per ognuno di questi aspetti Simone mette in luce i vantaggi e gli svantaggi, che si compendiano in una constatazione di fondo: guardare è più facile che leggere. Le conseguenze sono molteplici, ma una che appare fondamentale: i giovani possiedono oggi le chiavi di accesso al nuovo sapere, mentre nel passato questo ruolo spettava agli adulti che ora arrancano per tenere il passo.
Nel suo libro, Raffaele Simone ha posto alcune importanti questioni e lo ha fatto in un modo intelligente, tuttavia si ha come l'impressione che nella sua impostazione di fondo prevalgano dei pregiudizi nei confronti dell'immagine e del sapere visivo, che da due o tre secoli in qua sembrano esclusi dall'Areopago della cultura. Questo appare evidente là dove Simone avvicina i cambiamenti in atto al prevalere delle "culture non-proposizionali", che a suo dire privilegiano il non-dire al dire (è, per semplificare, la "new age" o l'esperienza musicale, fondamentale per le giovani generazioni).
In verità, il pensiero umano da sempre presenta "nodi conoscitivi" non ancora verbali, non lineari né consolidati. Il nostro cervello "vede immagini prima che parole", scrive Giorgio Raimondo Cardona in I linguaggi del sapere (Laterza 1990), un linguista che ha studiato la scrittura e i sistemi comunicativi umani: tutto è compresente e non c'è una grammatica di lettura. La forma scritta - ordinata, lineare, con un prima e un dopo - ha finito per farci svalutare questa visualizzazione primaria delle cose. La cultura occidentale si è modellata sul sistema dell'opera letteraria, così che di fronte a un quadro come Guernica, che è più vicino alle pitture delle grotte di Lescaux che non a un quadro di David, siamo in difficoltà nel "leggere" l'opera, cosa che invece non accade a un bambino di cinque o sei anni.
Alcuni grandi linguisti del Novecento, Benveniste, Hjelmslev, ritenevano che non esistesse pensiero senza linguaggio o pensiero anteriore al linguaggio, mentre lo studio dell'apprendimento di persone nate cieche e sorde, perciò mute, ha mostrato come esista una grammatica mentale non ancora linguistica. Il sapere non-lineare del resto è patrimonio di grandi scuole mistiche dell'india, della Cina e dell'islam che hanno mirato alla padronanza fisiologica, alla sottrazione al ritmo attraverso la contemplazione e il controllo dell'apparato viscerale, come sottolinea in una pagina della sua fondamentale opera, Il gesto e la parola (Einaudi 1977) André Leroi-Gourhan. In questo testo il paleontologo e linguista francese spiega come l'arte paleolitica raggiunga un grado di astrazione che implica un corrispondente stato di linguaggio: "Di conseguenza la figurazione grafica o plastica appare come il mezzo di espressione di un pensiero simbolico di tipo mitico, caratterizzato da una base grafica connessa al linguaggio verbale ma indipendente dalla notazione fonica". Se poi il pensiero razionale ha preso il sopravvento sul pensiero mitico, questo non significa che le forme precedenti siano state cancellate dalla mente umana: ogni uomo possiede la capacità di visualizzare ciò che è verbale e ciò che è grafico.
Il punto saliente è ancora una volta nello scambio tra tecnica e linguaggio: "il linguaggio, che aveva abbandonato l'uomo quando operava con la mano e dava vita all'arte e alla scrittura, segna la sua separazione definitiva affidando alla cera, alla pellicola, al nastro magnetico le funzioni proprie della Donazione e della visione". Nel 1965 Leroi-Gourhan ci ricordava già come fosse possibile concepire di conservare il pensiero con mezzi diversi dai libri; lo stesso pensiero scientifico, considerato da Simone il centro dello sviluppo intellettuale contemporaneo, non avrebbe niente da perdere dalla scomparsa della scrittura.
La vera questione è semmai quella del futuro dell'homo sapiens, la cui carriera sembra davvero finita, quell'uomo di carne e ossa che, ben prima della nascita delle scuole in Occidente, dell'introduzione della televisione e del computer, era già un "vero e proprio fossile vivente, immobile su scala storica, perfettamente adeguato al tempo in cui trionfava sul mammut, ma già superato nell'epoca in cui i suoi muscoli spingevano le tirreni" (Leroi-Gourhan).
inizio pagina
vedi anche
Estetica