RASSEGNA STAMPA

16 MARZO 2000
editoriale
Il futuro della scienza? Questione di cervello
Per gli Egizi era meno importante del cuore
Per Aristotele serviva solo a refrigerare il sangue
Storia di un organo incompreso. E ancora oggi per molti versi sconosciuto
Nella Sala dei Libri Rari della Accademia di Medicina di New York è conservato il papiro, scritto nel diciassettesimo secolo prima di Cristo, che il collezionista americano Edwin Smith acquistò nel 1882 da un rigattiere di Luxor. Il manoscritto, decifrato nell'Università di Chicago nella prima metà del Novecento, contiene frammenti di un trattato di chirurgia e riporta per sei volte una scrittura geroglifica, raffigurante tra l'altro un volatile stilizzato, che secondo la versione accreditata denomina il cervello. E' la prima volta che viene documentata la consapevolezza di questa straordinaria parte del nostro corpo; anche se, a quanto sembra, le interiora e il cuore avevano per gli Egizi un rapporto più stretto con la vita spirituale di quanto non fosse riconosciuto al contenuto del cranio. Per dir la verità, il privilegio di essere la custodia della mente e dei sentimenti è stato negato al cervello da molte antiche e civilissime culture. Per i Sumeri, ma anche per gli Assiri e l'antico popolo di Israele, era il sanguigno fegato a svolgere questa nobile funzione, e dall'osservazione che i vasi che trasportano il sangue convergono verso il cuore nasceva la convinzione, sostenuta nientemeno che da Aristotele, che proprio il cuore fosse il luogo delle sensazioni, delle passioni e dell'intelligenza. Il cervello si limitava a refrigerare il sangue. Questa convinzione ha pervaso per secoli la cultura medica, per non parlare della letteratura, e ancora oggi un cuore spezzato non indica necessariamente una patologia cardiovascolare. Poi, la dissezione del corpo umano, spesso avversata dalle autorità costituite che la bollavano come abietta o sacrilega, ma comunque praticata dagli anatomisti contro ogni ostacolo, dimostrò che i nervi sono cosa diversa dai vasi sanguigni e originano non dal cuore ma dal cervello, o dal midollo spinale. Il cervello acquistava così la dignità che ora gli riconosciamo. Inevitabilmente, una volta riconosciuto il ruolo del cervello nelle funzioni mentali, il modo in cui questo avviene ha costituito la nuova frontiera da valicare. Nell'impresa si era cimentato René Descartes, il padre del razionalismo, che identificava l'unione della vita spirituale con il corpo nella ghiandola pineale, un corpicciattolo attaccato alla parte posteriore del cervello. La tesi non ebbe duraturo successo; ma bisogna riconoscere che il ruolo biologico della ghiandola pineale a tutt'oggi non è affatto chiarito. Nel nostro secolo, un tentativo fra i più alti nel confronto tra la filosofia dell'io e la biologia del cervello è certo costituito dai dialoghi fra Karl Popper e John Eccles. Nella tranquilla atmosfera di villa Serbelloni sul lago di Como, a metà degli anni Settanta il filosofo e il neurobiologo cercano l'incontro delle loro diverse culture. Il resoconto del dialogo darà origine all'affascinante libro L'io e il suo cervello. Ma anche da quelle pagine emerge la consapevolezza che l'enigma rimane ben lontano dall'essere risolto, se mai fosse risolvibile. Molto più modestamente, è stata invece disegnata negli anni una più o meno accurata topografia funzionale del cervello. Addirittura i Padri della Chiesa localizzavano l'immaginazione in quello che allora veniva definito il ventricolo cerebrale anteriore, la ragione in un ventricolo mediano e la memoria in un ventricolo posteriore. Molti anni più tardi, alla fine dell'Ottocento, i frenologi, seguaci del medico francese Gall, assegnavano a ogni funzione mentale una precisa localizzazione cerebrale ma, con un salto concettuale decisamente ardito, postulavano anche che prominenze delle ossa craniche dovessero correlarsi con aspetti della personalità e con capacità mentali. Il tempo hai poi archiviato queste convinzioni. Ma oggi metodologie sofisticate come la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (IMRI), che durante lo svolgimento di funzioni mentali misurano il flusso sanguigno come indice dell'attività di millimetriche strutture cerebrali, definiscono sotto la scatola cranica autentiche mappe funzionali del cervello. In qualche caso, corrispondono anche un po' a quelle proposte dai seguaci di Gall. Nei decenni che ci attendono il perfezionamento di queste procedure e la loro combinazione con altri metodi sofisticati, come la misurazione intracellulare dell'attività nervosa, potranno fornire una mappa pressoché completa delle localizzazioni funzionali del cervello con la precisione dei singoli circuiti cellulari. Ma già le conoscenze disponibili ci prospettano sviluppi fino a qualche anno fa impensabili e addirittura inquietanti, come la possibilità di muovere un braccio artificiale al semplice comando del pensiero. A questo progetto stanno lavorando gruppi di ricerca statunitensi ed europei che, tramite elettrodi impiantati con precisione nelle parti del cervello che controllano i movimenti, intercettano e amplificano i segnali delle cellule nervose fino a controllare il movimento di una protesi. Una volta conosciuta precisamente la funzione di gruppi ben localizzati di cellule nervose, si può anche pensare di sostituirle o ripararle quando, per così dire, si guastano. Qualche tentativo è stato già fatto, e certamente altri seguiranno. Ad esempio, si ritiene che la degenerazione di gruppetti di cellule cerebrali che producono il neurotrasmettitore dopamina svolga un ruolo importante nella genesi del morbo di Parkinson, malattia piuttosto comune caratterizzata tra l'altro da tremori involontari. La terapia classica consiste nella somministrazione di una molecola in grado di trasformarsi nella dopamina mancante (l'L-DOPA), così da rimpiazzarla, ma nel lungo periodo questa non è priva di spiacevoli effetti collaterali. In qualche caso invece, in sostituzione delle cellule degenerate, si è provato a trapiantare nel cervello dei pazienti cellule nervose in grado di produrre la dopamina mancante, che sono poi sopravvissute nella nuova sede anche per anni producendo il loro neurotrasmettitore con beneficio dei pazienti. I trapianti di cellule nervose sono comunque agli inizi, e gli anni che verranno potrebbero vedere un miglioramento degli esiti e un allargamento dell'impiego ad altre malattie neurologiche. Ma rimane irrisolto, e centrale, il nodo etico legato all'origine delle cellule trapiantate, e nei laboratori si sta anche studiando il possibile impiego di cellule prelevate da altre specie, come ad esempio il maiale. La questione etica si pone, ovviamente, anche per l'altra frontiera delle neuroscienze: la terapia genica, in altre parole la riparazione di cellule nervose danneggiate ottenuta con la sostituzione o correzione di geni malfunzionanti. Il Progetto Genoma Umano, inaugurato dieci anni fa, dovrebbe svelare nei prossimi anni i più particolareggiati segreti del nostro patrimonio genetico, anche nel nostro cervello. Proprio qualche mese fa è stata completata la sequenza del cromosoma 22, che si ritiene sia implicato nella schizofrenia. Ma già ora possono essere impiegati alcuni tipi di virus come benefici trasportatori di materiale genetico in buona salute dentro cellule nervose malate. Se rimaniamo al caso del morbo di Parkinson, già in più di un laboratorio vengono studiati animali da esperimento nelle cui cellule cerebrali è stato introdotto materiale genetico in grado di garantire una normale produzione di dopamina, proprio il neurotrasmettitore mancante nella malattia. In altri animali invece sono stati trasferiti geni responsabili della produzione di molecole protettive per quelle cellule nervose contro i fenomeni degenerativi. La prossima tappa, con le cautele del caso, potrebbe essere l'applicazione alla malattia umana. Ma proviamo a immaginare, per un momento soltanto, che conseguenze avrebbe un uso distorto di una tecnologia, come questa, in grado di modificare il materiale genetico nelle cellule dei nostri cervelli.
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Scienza e bioetica