RASSEGNA STAMPA

14 MARZO 2000
VLADIMIR JANKéLEVITC
Istruzioni per difendersi dalla MENZOGNA
Vladimir Jankélévitch, il grande pensatore scomparso nell'85, ha analizzato le mille facce di un vizio diffuso nella politica come in amore.
Vladimir Jankélévitch, "La menzogna e il malinteso", Raffaello Cortina, pagine 124, lire 18.000
Pubblichiamo brani tratti da "La menzogna e il malinteso" di Vladimir Jankélévitch (1903-1985) che esce oggi da Cortina. Relativamente poco noto in Italia - benché siano tradotti diversi suoi libri, dal "Trattato delle virtù" a "Pensare la morte" - Jankélévitch è uno degli esponenti più originali del pensiero francese contemporaneo. Docente di Filosofia morale alla Sorbona, era abilissimo nell'alleggerire questa disciplina arcigna con una scrittura ironica. In questo libro Jankélévitch traccia i lineamenti di una fenomenologia della menzogna, svelando la trama di complicità che lega vittime e truffatori, in un gioco di scambi in cui ognuna delle parti finisce per ottenere il proprio tornaconto. Una complicità in cui affondano le radici tutte le relazioni sociali: nemmeno l'amore si salva, e la politica si riduce all'arte di "civilizzare" il conflitto sostituendo l'inganno alla violenza. Eppure, suggerisce Jankélévitch, ognuno è in fondo consapevole che la menzogna non paga, poiché, prima o poi, la violenza connaturata all'equivoco è destinata a esplodere. Insomma: dire la verità costa caro nell'immediato, ma alla lunga rende di più. Anche in politica? Jankélévitch non risponde direttamente, ma il modo in cui descrive il metodo del malinteso sistematico, sul quale si fonda ogni "intesa fra furbi", non sembra lasciare dubbi in merito.
La menzogna è oberata non solo dalla sua inerzia e precarietà ma anche dalla solitudine in cui si confina da sé. La vera punizione dei ciarlatani è la perdita della loro ipseità: dal momento che essi non sono né ciò che sono, e che seppelliscono nel silenzio, né ciò che gli altri credono che essi siano e che in realtà sono solo per truffa, bisogna concludere che essi non sono più niente. È venuto il momento di dirlo chiaro: ci sono dei furfanti in mezzo a noi, e questo non ci fa onore.
Ciascuno ha i mentitori che si è meritato e che gli rinviano fedelmente l'immagine della sua volgarità e del suo cattivo gusto. Anche se vergognosamente ingannata da degli ingrati, la vittima ha sempre torto; o, piuttosto, tutti hanno la loro parte di torto. Il buon uso della menzogna costituirà per tutti - poiché certamente non ci sono innocenti ma soltanto prevenuti - l'esame di coscienza generale, l'invito al raccoglimento e alla profondità. Non so che farmene delle vostre ragioni dal momento che, dopo tutto, state dalla mia parte. Su questo malinteso si basano tutte le varietà del "fronte unico", le intese o cartelli concertati in vista di una causa comune. Pare che il pericolo che ci minaccia tutti sia più essenziale delle dottrine che ci dividono: per cui accordo pragmatico sui risultati, e disaccordo sulle vie e i motivi.
Il malinteso sincronizza i soliloqui umani. A partire da solitudini parallele fabbrica uno scambio apparente, una sedicente comunicazione amicale intessuta di discorsi campati in aria, di obiezioni collaterali e di risposte che non rispondono a niente. È così grande l'inerzia dell'io murato nella sua logica interna e nella sua indifferenza che questo gioco ridicolo può proseguire da solo in virtù del movimento iniziale, e gli interlocutori si ritirano reciprocamente soddisfatti quando hanno trovato in una parola dell'altro l'occasione di poter attaccare la loro filippica. Non vi è maggiore fraternità di quanta ve ne sia quando i pubblici poteri interessano tutti gli individui a una stessa istituzione facendo vibrare in ciascuno corde differenti: i cittadini si intendono pur non comprendendosi, si incontrano cioè senza amarsi gli uni con gli altri, nell'accettazione di alcune regole comuni; questa comunione è più un rapporto di parentela che una reciprocità d'amore... La gaffe è in qualche modo una protesta spontanea della verità che, più forte nonostante tutto delle nostre menzogne, sceglie per potersi esprimere le frasi di un maldestro. Il gaffeur dice quello che non si deve dire, quando non si deve dirlo, dove non si deve dirlo; con una sorta di divinazione infallibile nella mancanza di tatto sceglie il luogo e il momento più sconvenienti; scompiglia e sconvolge, sulle nostre scacchiere, le sottili costellazioni del truffatore; si lascia sfuggire, senza discrezione, una verità che dovrebbe tenersi per sé. È ben necessario, poiché nessuno ne ha il coraggio, che un imbecille qualsiasi si assuma il compito di parlare di corda là dove non si deve, a casa dell'impiccato, di denunciare a squarciagola la spregevole collusione del bracconiere col gendarme e di mettere in ogni momento, come si dice con formula sgradevole, e cioè così azzeccata, "i piedi in mezzo al piatto"... Di tal fatta è colui che il dito del destino ha segnato per servire da strumento alla verità! Non è forse una divina irrisione che noi, maestri di doppiezza, siamo smascherati da questo innocente, da questo sempliciotto, da questo delatore suo malgrado?
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Sociologia