RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 2000
MARCO VOZZA
Kierkegaard, chi pensa la morte diventa capace di progettare la vita
HA POSTO IN PIANO LA SINGOLARITA'DELL'INDIVIDUO: LA SUA RIFLESSIONE SULLA DISPERAZIONE E L'ANGOSCIA HA ANTICIPATO HEIDEGGER E I TEMI DELLA PSICANALISI
Tre saggi del filosofo che ha sconvolto il pensiero sistematico dell'800
S. Kierkegaard, "La malattia per la morte", Donzelli, pp. 212, L. 35. 000
S. Kierkegaard, "Accanto a una tomba", il Melangolo, pp. 96, L. 18.000
S. Kierkegaard, "Delle carte di uno ancora in vita", Morcelliana, pp. 142, L. 16.000
Torna alla ribalta Soren Kierkegaard, il filosofo danese che ha sconvolto la filosofia ottocentesca dopo i sistemi architettonici di Kant ed Hegel, ponendo in primo piano l'analisi dell'esistenza, la singolarità dell'individuo finito, la precaria infondatezza di ogni nostra decisione, l'alternativa tra forme di vita e identità eterogenee (seduttore, marito o cavaliere della fede?), colui che - ben prima della fondazione della psicanalisi - ha formulato la diagnosi dell'angoscia che caratterizza il nostro essere al mondo, invischiati tra possibilità ugualmente infondate.
Insieme alla dimensione dell'angoscia, Kierkegaard esplora la condizione della disperazione, a cui dedica una delle sue opere più significative: La malattia per la morte, di cui Ettore Rocca fornisce ora una nuova edizione, criticamente molto accurata, che ci restituisce un testo di grande densità psicologica, filosofica e teologica, redatto in uno stile che si avvale costantemente della forza del paradosso, del tutto irriducibile ai canoni della filosofia accademica ancor oggi vigenti.
La malattia per la morte è la disperazione, "un'autoconsunzione impotente" in cui l'individuo ha perso il senso della propria esistenza, eppure è condannato a vivere, o meglio a sopravvivere alla morte del proprio sé, ormai irreperibile o estraniato nell'altro da sé. Così viene anticipata la morte in vita, senza del resto poter morire, perché la morte è già operante in ogni nostro atto apparentemente vitale. La disperazione è come una vertigine, una disarmonia, un'afflizione corrosiva un'inquietudine devastante, un incendio freddo che consuma chi la ospita, una "straziante contraddizione" per cui diventa insostenibile essere se stessi, continuare a vivere nell'estinzione dell'identità, dei progetti, dei significati e degli affetti.
Soltanto il cristiano è consapevole del carattere tremendo della disperazione, sa che essa è una malattia dello spirito che sfida il mondo e Dio per approdare al Nulla e, attraverso la coscienza del peccato, coglie il tratto edificante di questa esperienza, la possibilità di guarigione nella fede.
La morte - e l'arte di vivere pur consapevoli dell'inesorabile laconicità della morte - è il grande tema affrontato in un mirabile "discorso edificante" del 1845: Accanto a una tomba, proposto ora a cura di Roberto Garaventa. Lo scenario iniziale è adeguatamente allestito con tinte lugubri: tutto è finito, la morte ha ghermito un uomo silenzioso e inerte, intorno al quale dilegua anche il ricordo, insieme al trascolorare luttuoso delle esperienze vissute. Ma davvero questa è l'ultima parola che accompagna il congedo esiziale dalla vita? o vi è un'altra possibilità di riflessione, in cui il soggetto si raccoglie nella propria intimità di pensiero appropriandosi della morte in prima persona, al di là di ogni fuga malinconica nello stato d'animo luttuoso?
La serietà è pensarsi morti in prima persona; la burla consiste nell'essere testimoni della morte altrui. Bisogna decidersi in vita per la morte, anticiparne l'ineluttabilità non certo ponendo fine all'esistenza, ma dotandola dell'intensità consapevole del progetto. Soltanto così, agendo di giorno, orientando rettamente il proprio viaggio esistenziale, la morte diventa "fonte di energia", sollecitazione per il vivente conscio di quella "carestia di tempo" che rende urgente ogni sua azione. Così il pensiero della morte non è più motivo di sconforto ma diventa il più "fedele alleato" di una vita significativa. Tale comprensione della morte sviluppa un'immane forza retroattiva, impedisce al nulla della morte di annichilire la vita, anzi diventa il docente dell'esistenza, il presupposto di ogni progetto.
Ecco svelata la fonte segreta delle celebri pagine heideggeriane dedicate all'essere per la morte! In Essere e tempo verrà ribadita la distinzione tra morte propria e lutto per la morte d'altri, fondata sull'opposizione metafisica tra raccoglimento interiore e prassi esteriore, serietà e distrazione diventeranno autenticità e inautenticità del morire; in ogni caso, si osserva la medesima strategia di trasformare la meditatio mortis in ars vivendi, ponendo la decisione anticipatrice della morte come condizione per l'articolazione di un progetto di vita. Con l'aggravante però, a carico di Heidegger, che l'argomento di Kierkegaard verrà svalutato come "meramente ontico-esistentivo", cioè insufficiente perché troppo empirico, degno di uno psicologo, non di un filosofo.
Infine, ancora una piccola delizia danese: Dalle carte di uno ancora in vita (a cura di Dario Borso), una stroncatura in piena regola di Hans Andersen, il noto scrittore di fiabe, nelle cui opere Kierkegaard ravvisa la deplorevole mancanza di una visione della vita che sappia operare "la transustanziazione dell'esperienza", dopo aver sapientemente delineato lo spirito della propria epoca mediante un ironico e irriverente confronto con l'amato-odiato Hegel.
Qualche anno fa, Paul Ricoeur pose la domanda: "Come si può filosofare dopo Kierkegaard?". La risposta consiste nel riproporre l'inattualità del pensiero come comprensione critica delle possibilità esistenziali, nel concepire ancora il paradosso, lo scandalo e l'assurdo come sfida all'intelletto e passione della ragione.
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