| Ma nei laboratori comanda il consumo | Già da parecchi anni i programmi europei di finanziamento della ricerca scientifica mostrano
una chiara propensione per progetti mirati a risultati trasferibili al mondo produttivo.
Parallelamente i programmi per gli studenti universitari sembrano promuovere la figura di un
giovane lavoratore altamente specializzato che sia disponibile a un elevato livello di mobilità
continentale.
Non che si tratti di propensioni indecenti, tutt'altro. Ma, avendo presente una certa deriva
economicista che caratterizza l'unificazione europea, mi viene spontaneo chiedere se non ci
sia qualcosa di profondo dietro quel che appare in superficie. Il formidabile sviluppo
materiale degli ultimi secoli, in Europa e nella sua propaggine dell'America settentrionale, è
stato reso possibile dall'affermarsi di quella che, un po' impropriamente, si suole chiamare
scienza galileiana, una scienza fortemente matematizzata nel suo approccio al cosmo e
notevolmente orientata alla manipolazione del medesimo.
Il successo pratico è stato tale da indurre ben presto quell'atteggiamento, ancora oggi
consolidato che concede credito - in ogni campo! - solo a ciò che è provato
scientificamente, dove l'avverbio si riferisce appunto ai metodi della scienza galileiana.
Questo atteggiamento unilaterale non solo non riesce a evitare una visione utilitaristica della
scienza, ma addirittura non dispone dello strumento razionale per attribuire un significato
universale alla stessa scienza tecnica, dato che essa non sembra sapersi autofondare. Ne
risulta una prevalenza del denaro e del potere, unitamente a un virtuosismo tecnico fine a se
stesso. Precisamente quello che talvolta mi sembra celarsi dietro all'attuale atteggiamento
europeo verso la ricerca. Le considerazioni precedenti gettano luce su un paio di fatti
preoccupanti.
Primo fatto: il disinteresse dei giovani per la scienza. Forse non per la scienza illustrata a
chiacchiere in pubblicazioni giornalistiche o documentari televisivi. Ma certamente per la
scienza appresa e praticata con un duro tirocinio di anni e anni di studio. Il calo del numero
degli studenti di scienze (e d'ingegneria) è cospicuo in Italia, così come nel resto d'Europa.
Secondo fatto preoccupante (che potrebbe essere alla radice del primo): si assiste a un
considerevole livello di analfabetismo scientifico in tutte le società europee. Lo scadimento
anche delle scuole superiori, una volta riservate alla classe dirigente, è eloquente. Quanto
poi alle ventilate proposte di riforma, si ha quasi l'impressione che si tenda a delegare a una
ristretta minoranza (non si sa bene come e dove selezionata) la padronanza degli strumenti
scientifici e tecnici, riservando a tutti gli altri il compito di istupiditi consumatori dei prodigi
che la suddetta minoranza va mettendo a disposizione del sistema economico. E dico
apposta prodigi. Perché, se si è analfabeti in campo scientifico, ogni macchinetta sembrerà
un portento.
Il paradosso è che, tirando troppo la corda in questa direzione, si potrebbe finire per
uccidere la gallina dalle uova d'oro. Già una volta nella storia un formidabile sviluppo
scientifico ha avuto una brusca fine, con conseguenze di arretramento durate oltre 1500
anni. Mi riferisco alla fine della scienza alessandrina. In conclusione, come cattolici e come
figli di una nazione che - grazie anche alla fede - dispone nel contesto europeo di un
insuperato patrimonio di cultura (in via di dissipazione, temo), credo che sarebbe opportuno
riaffermare alcune cose: la ragione è una preziosa facoltà dell'uomo, anche se non ne
esaurisce la realtà; la scienza - cioè quel frutto della ragione con cui l'uomo esplora il cosmo
- è un bene in sé; di un bene umano devono fruire tutti quanti nel miglior modo possibile.
Pertanto, una razionalità appiattita sulla scienza galileiana, una scienza accolta solo in
funzione dell'utile e un progresso scientifico fruito solo a livello di consumatori sono
incompatibili, a mio modo di vedere, con l'autentica dignità umana. |