RASSEGNA STAMPA

10 MARZO 2000
CLAUDE LEVI-STRAUSS
L'uomo, malattia del pianeta Terra
Gli uomini visti da un'ameba
MI SONO imbattuto recentemente, per la penna di un docente di medicina americano, in una teoria secondo la quale si potrebbe assimilare la proliferazione della specie umana a un cancro del globo terrestre. La sua dimostrazione è di un rigore e di una precisione tecnica impressionanti; ma data la mia incompetenza, potrò offrirne soltanto una versione semplificata.
All'inizio del quaternario, spiega l'autore, in Africa un ceppo di cellule provenienti da una specie di vertebrati terrestri, e più precisamente di primati, diede origine a tessuti umanoidi tanto sani da poter resistere sul posto. In Medio Oriente, a contatto dermico con sostanze alimentari più ricche e diversificate, queste cellule assunsero carattere maligno, che divenne poi nettamente tumorale in seguito all'assorbimento di tessuti vegetali e animali ottenuti mediante addomesticamento.
Queste cellule maligne migrarono, sotto forma di micro-satelliti agricoli, nelle regioni sotto-mucose dell'Europa meridionale e dell'Asia. E sempre in Medio Oriente si svilupparono metastasi, sotto forma di spesse placche "urbanoidi", con numerose inclusioni litiche, seguite da altre cupriche e ferrose. A lungo confinati nell'emisfero orientale, questi tumori aggregati scatenarono la malignità, forse già latente, di cellule analoghe nell'emisfero occidentale. Questo fenomeno, conosciuto sotto il nome di "progressione colombiana", determinò, per ricombinazione cellulare, la comparsa di cloni ispanici e anglosassoni.
Aggravandosi, la malattia si manifestò attraverso uno stato febbrile generalizzato con crisi respiratorie acute, sotto l'azione di fattori culturali: inalazione di distillati di petrolio, diminuzione della quantità globale di ossigeno, formazione di cavità nel polmone forestale. Lo stadio preterminale si annunciò attraverso elevati livelli di metaboliti tossici nel sangue, tassi anomali di corpi chimici estranei provenienti da insetticidi organici, estesi versamenti di idrocarburi sulla superficie degli oceani, emboli di materiali metallici o plastici. Con il declino della vascolarizzazione si giunse poi alla necrosi delle escrescenze tumorali, e in particolare di quelle di più antica data, con oltre 6 milioni di cellule, i cui nuclei urbani si svuotarono all'interno fino allo sfondamento, lasciando dietro di sé soltanto cisti endotossiche e sterili (D.
Wilson, "Human population structure in the modern world: A Maltusian malignancy", Anthropology today, vol.15, n.6, Dicembre 1999).
Questa sarebbe la diagnosi e la prognosi che un medico alieno potrebbe dare del nostro pianeta, percepito globalmente come un ecosistema. Se anche volessimo vedere nel quadro sopra descritto solo un'ingegnosa metafora, potremmo trarre un prezioso insegnamento dal fatto che lo stesso linguaggio possa servire a descrivere fin nei dettagli due fenomeni, certo entrambi attinenti alla vita, ma relativi rispettivamente alla storia individuale e collettiva.
Riesce così più agevole comprendere che le spiegazioni possano essere di due tipi. Il primo cerca di determinare la causa, o la successione di cause da cui risulta il fenomeno, risalendo dal conseguente all'antecedente. L'altro, seguendo un percorso in qualche modo trasversale, vede nel fenomeno da spiegare la trasposizione di un modello che possiede già, su un altro piano, la stessa struttura e le stesse proprietà, e costituisce quindi una ragione sufficiente del primo. Un altro esempio non meno rivelatore di accostamenti del genere si ritrova nello studio dell'origine del linguaggio.
Grazie alle ricerche in corso da una cinquantina d'anni, è ormai provato che determinate proprietà del linguaggio articolato non sono inaccessibili ad alcune specie di primati.
Resta però il fatto che il linguaggio umano si distingue da tutti i messaggi emessi dagli animali nel loro ambiente naturale: gli sono propri il potere di immaginazione e di creazione, l'attitudine a far uso di astrazioni e a trattare di oggetti e di fatti distanti nello spazio e nel tempo, e soprattutto la caratteristica, assolutamente originale del linguaggio umano, della doppia articolazione. Il suo primo livello è costituito da unità puramente distintive, che a un secondo livello si combinano per formare unità significative, consistenti in parole e frasi.
Noi ignoriamo le precondizioni organiche che hanno potuto portare a questa capacità cerebrale, universale nella nostra specie. In mancanza di una teoria biologica sull'origine del linguaggio, rimane valido il rifiuto, pronunciato a suo tempo dalla "Société linguistique" di Parigi, di consentire un qualsiasi dibattito su questo tema. Non abbiamo alcun mezzo per sapere come il linguaggio umano abbia potuto nascere progressivamente dalla comunicazione animale. La differenza tra l'uno e l'altro è di natura, non di grado. Di fatto, il problema è apparso in ogni epoca talmente insolubile che gli antichi - e anche qualche moderno - videro nel linguaggio umano un'istituzione divina.
Queste speculazioni sono però ormai superate grazie alla scoperta del codice genetico, che ci ha rivelato l'esistenza, a un livello molto distante, ma ugualmente sotteso al linguaggio umano - poiché si tratta sempre di una manifestazione della vita - di un modello conforme del linguaggio articolato.
Sia il codice verbale che quello genetico - e nessun altro - operano per mezzo di unità distinte, in numero finito, di per sé prive di senso come lo sono i fonemi, che combinandosi tra loro producono unità minime significative, comparabili alle parole.
Queste parole formano frasi alle quali non manca neppure la punteggiatura; ed esiste una sintassi che governa questi messaggi molecolari. E non è tutto: come nel linguaggio umano, le parole del codice genetico possono cambiare senso in funzione del contesto.
Sebbene non vada sottovalutato il ruolo dello apprendimento nell'acquisizione del linguaggio, l'attitudine dell'uomo, fin dal primo periodo della vita, alla padronanza delle strutture linguistiche non può che derivare da istruzioni codificate nella sua cellula germinale. Nel momento in cui si affrontano le basi del linguaggio umano si pone la questione del patrimonio genetico.
L'isomorfismo constatato tra la struttura del codice genetico e quella sottesa a tutti i codici verbali delle lingue umane va ben al di là di una semplice metafora, e invita a concepire questa architettura universale come un'eredità molecolare dell'homo sapiens (fin dall'homo erectus, se non addirittura dall'homo habilis, nel quale, a quanto sembra, le circonvoluzioni cerebrali dalle quali dipende l'esercizio del linguaggio erano già presenti).
Le strutture linguistiche sarebbero quindi modellate sui principi strutturali della comunicazione, così come funziona su scala molecolare. Allo stesso modo, la proliferazione della specie umana ci è apparsa, una volta trasposta su scala cellulare, modellata sulla nosografia del cancro.
Consideriamo ora un terzo problema: quello dell'origine della vita in società. Fin dall'antichità, i filosofi non hanno mai smesso di interrogarsi su questa questione. La difficoltà che sorge è identica a quella dell'origine del linguaggio: tra l'assenza del linguaggio articolato e la sua presenza, la demarcazione appare netta, tanto che ci si sforza invano di individuare forme intermedie. E tuttavia, esistono modelli di questo passaggio, a condizione di cercarli ai livelli più profondi: cellulare per l'espansione demografica, molecolare per il linguaggio, e di nuovo cellulare per la socialità.
Il passaggio dall'isolamento alla vita in società è direttamente osservabile e scientificamente spiegabile in una specie di amebe terrestri.
Fintanto che il nutrimento disponibile è sufficiente, questi esseri monocellulari conducono un'esistenza indipendente, senza contatti con i loro congeneri; ma quando il cibo viene a mancare, incominciano a secernere una sostanza che li attira gli uni verso gli altri. A questo punto si aggregano e si trasformano in un organismo di tipo nuovo, dalle funzioni diversificate. In questa fase sociale, le amebe si spostano accorpate verso zone più umide e più calde, dove il nutrimento abbonda; dopo di che la società si disgrega, gli individui si disperdono e ciascuno riprende una vita separata.
Queste osservazioni contengono un aspetto particolarmente degno di nota: la sostanza prodotta dalle amebe, per mezzo della quale esse si attirano tra loro per conglomerarsi in un essere sociale, pluricellulare, altro non è che una sostanza chimica ben conosciuta: l'adenosinmonofosfato ciclico, che comanda la comunicazione tra le cellule degli esseri pluricellulari - dei quali anche noi facciamo parte - facendo così di ogni corpo individuale un'immensa società.
Ora, le amebe si nutrono di batteri che secernono questa stessa sostanza, grazie alla quale li percepiscono. In altri termini, la stessa sostanza che segnala le prede ai predatori attira questi ultimi gli uni verso gli altri, aggregandoli in società.
A questo umile livello della vita cellulare, la contraddizione davanti alla quale venne a trovarsi Hobbes - preceduto da Bacon e seguito da numerosi altri filosofi - trova dunque la sua soluzione. Il problema per loro era superare l'antinomia tra due massime ritenute ugualmente veritiere: l'uomo per il suo simile è un lupo, ma è anche un dio - homo homini lupus, homo homini deus.
L'antinomia svanisce non appena si riconosce che la differenza tra questi due stati è soltanto di grado.
Assunte a modello, le amebe terrestri inducono a concepire la vita sociale come uno stato in cui gli individui si attirano quel tanto che basta per avvicinarsi tra loro, ma non fino al punto in cui la pressione divenga tanto forte da indurli a distruggersi a vicenda, o addirittura a mangiarsi l'un l'altro.
La socialità appare così come il limite inferiore - verrebbe voglia di dire: la modalità benigna - dell'aggressività. La vita quotidiana delle società umane - non esclusa la nostra - e le principali crisi che attraversa potrebbero fornire svariati argomenti a sostegno di quest'interpretazione.
I tre esempi che ho citato pongono il problema delle origini in una luce del tutto diversa da quella abituale. I problemi restano insolubili fintanto che si pretenda di risalire alle cause, poiché agli stati precedenti mancano sempre talune proprietà essenziali del fenomeno da spiegare. Ma l'orizzonte ottenebrato si apre, e la questione della genesi non si pone più quando si scopre da qualche parte un altro complesso, sul quale quello che cerchiamo di comprendere è ricalcato come su un modello. Non c'è più bisogno di chiedersi come si sia posto in essere, dato che esisteva già.
Questo cambiamento di prospettiva non è nuovo. Ne ritroviamo l'idea in vari pensatori del Medio Evo e quindi nel XVIII secolo, nella teoria dei "corsi e ricorsi" di Giambattista Vico, secondo la quale ogni periodo della storia umana riproduce il modello di un corrispondente periodo in un ciclo precedente. Tra questi periodi esiste un rapporto di omologia formale.
Il parallelismo tra antichi e moderni, preso ad esempio, dimostra che tutta la storia delle società umane ripete eternamente determinate situazioni tipiche. Non è forse questo che illustrano, se si dà loro un qualche credito, i nostri tre esempi?
Nell'ordine collettivo, l'espansione demografica ci è apparsa come un ricorso della proliferazione cancerosa; il codice linguistico, come un ricorso di quello genetico, e la socialità degli esseri pluricellulari come un ricorso della socialità su scala monocellulare.
Senza dubbio, Vico limitava la sua teoria alla storia delle società umane, così come si svolge nel corso dei tempi. Ma al di là dei dati empirici, per lui si trattava soprattutto del mezzo per arrivare a "una storia ideale eterna, sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni" (La scienza nuova seconda, paragrafo 349). Certo, in partenza la sua impresa si fonda su una distinzione tra il mondo della natura, conosciuto soltanto da Dio, suo creatore, e il mondo umano o mondo civile, fatto dagli uomini, che perciò essi possono conoscere. Tuttavia, secondo Vico questa curvatura della storia umana, che la obbliga a ritornare in perpetuo su se stessa, è effetto della volontà della provvidenza divina. Quando, grazie alla teoria dei corsi e ricorsi, gli uomini prendono coscienza di questa legge alla quale è soggetta la loro storia, un lembo del velo si solleva.
Da questo pertugio, se così possiamo dire, essi accedono a quella volontà, ed acquistano la capacità di riconoscerla all'opera anche su un teatro molto più vasto, costituito dall'insieme dei fenomeni della vita, di cui la storia umana fa parte.
La teoria dei corsi e ricorsi, che nell'opera di Vico viene a volte considerata come una bizzarria senza conseguenze, acquisterebbe allora una portata considerevole. Se infatti la coscienza della propria storia rivela agli uomini come la provvidenza divina agisca reimpiegando sempre gli stessi modelli, che sono in numero finito, diventa possibile estrapolare dalle sue volontà generali una volontà particolare per l'uomo. Sebbene lo stato della scienza ai tempi di Vico non gli avesse consentito di procedere in questa direzione, la sua teoria apre alla conoscenza un percorso che conduce dalla struttura del pensiero alla struttura della realtà.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti