L'uomo, malattia del pianeta Terra| Gli uomini visti da un'ameba |
| MI SONO imbattuto recentemente, per la penna di un
docente di medicina americano, in una teoria secondo la
quale si potrebbe assimilare la proliferazione della specie
umana a un cancro del globo terrestre. La sua
dimostrazione è di un rigore e di una precisione tecnica
impressionanti; ma data la mia incompetenza, potrò offrirne
soltanto una versione semplificata.
All'inizio del quaternario, spiega l'autore, in Africa un ceppo
di cellule provenienti da una specie di vertebrati terrestri, e
più precisamente di primati, diede origine a tessuti umanoidi
tanto sani da poter resistere sul posto. In Medio Oriente, a
contatto dermico con sostanze alimentari più ricche e
diversificate, queste cellule assunsero carattere maligno, che
divenne poi nettamente tumorale in seguito all'assorbimento
di tessuti vegetali e animali ottenuti mediante
addomesticamento.
Queste cellule maligne migrarono, sotto forma di
micro-satelliti agricoli, nelle regioni sotto-mucose
dell'Europa meridionale e dell'Asia. E sempre in Medio
Oriente si svilupparono metastasi, sotto forma di spesse
placche "urbanoidi", con numerose inclusioni litiche, seguite
da altre cupriche e ferrose.
A lungo confinati nell'emisfero orientale, questi tumori
aggregati scatenarono la malignità, forse già latente, di
cellule analoghe nell'emisfero occidentale. Questo
fenomeno, conosciuto sotto il nome di "progressione
colombiana", determinò, per ricombinazione cellulare, la
comparsa di cloni ispanici e anglosassoni.
Aggravandosi, la malattia si manifestò attraverso uno stato
febbrile generalizzato con crisi respiratorie acute, sotto
l'azione di fattori culturali: inalazione di distillati di petrolio,
diminuzione della quantità globale di ossigeno, formazione di
cavità nel polmone forestale. Lo stadio preterminale si
annunciò attraverso elevati livelli di metaboliti tossici nel
sangue, tassi anomali di corpi chimici estranei provenienti da
insetticidi organici, estesi versamenti di idrocarburi sulla
superficie degli oceani, emboli di materiali metallici o
plastici. Con il declino della vascolarizzazione si giunse poi
alla necrosi delle escrescenze tumorali, e in particolare di
quelle di più antica data, con oltre 6 milioni di cellule, i cui
nuclei urbani si svuotarono all'interno fino allo sfondamento,
lasciando dietro di sé soltanto cisti endotossiche e sterili (D.
Wilson, "Human population structure in the modern world:
A Maltusian malignancy", Anthropology today, vol.15, n.6,
Dicembre 1999).
Questa sarebbe la diagnosi e la prognosi che un medico
alieno potrebbe dare del nostro pianeta, percepito
globalmente come un ecosistema. Se anche volessimo
vedere nel quadro sopra descritto solo un'ingegnosa
metafora, potremmo trarre un prezioso insegnamento dal
fatto che lo stesso linguaggio possa servire a descrivere fin
nei dettagli due fenomeni, certo entrambi attinenti alla vita,
ma relativi rispettivamente alla storia individuale e collettiva.
Riesce così più agevole comprendere che le spiegazioni
possano essere di due tipi. Il primo cerca di determinare la
causa, o la successione di cause da cui risulta il fenomeno,
risalendo dal conseguente all'antecedente. L'altro, seguendo
un percorso in qualche modo trasversale, vede nel
fenomeno da spiegare la trasposizione di un modello che
possiede già, su un altro piano, la stessa struttura e le stesse
proprietà, e costituisce quindi una ragione sufficiente del
primo. Un altro esempio non meno rivelatore di
accostamenti del genere si ritrova nello studio dell'origine
del linguaggio.
Grazie alle ricerche in corso da una cinquantina d'anni, è
ormai provato che determinate proprietà del linguaggio
articolato non sono inaccessibili ad alcune specie di primati.
Resta però il fatto che il linguaggio umano si distingue da
tutti i messaggi emessi dagli animali nel loro ambiente
naturale: gli sono propri il potere di immaginazione e di
creazione, l'attitudine a far uso di astrazioni e a trattare di
oggetti e di fatti distanti nello spazio e nel tempo, e
soprattutto la caratteristica, assolutamente originale del
linguaggio umano, della doppia articolazione. Il suo primo
livello è costituito da unità puramente distintive, che a un
secondo livello si combinano per formare unità significative,
consistenti in parole e frasi.
Noi ignoriamo le precondizioni organiche che hanno potuto
portare a questa capacità cerebrale, universale nella nostra
specie. In mancanza di una teoria biologica sull'origine del
linguaggio, rimane valido il rifiuto, pronunciato a suo tempo
dalla "Société linguistique" di Parigi, di consentire un
qualsiasi dibattito su questo tema. Non abbiamo alcun
mezzo per sapere come il linguaggio umano abbia potuto
nascere progressivamente dalla comunicazione animale. La
differenza tra l'uno e l'altro è di natura, non di grado. Di
fatto, il problema è apparso in ogni epoca talmente
insolubile che gli antichi - e anche qualche moderno - videro
nel linguaggio umano un'istituzione divina.
Queste speculazioni sono però ormai superate grazie alla
scoperta del codice genetico, che ci ha rivelato l'esistenza, a
un livello molto distante, ma ugualmente sotteso al
linguaggio umano - poiché si tratta sempre di una
manifestazione della vita - di un modello conforme del
linguaggio articolato.
Sia il codice verbale che quello genetico - e nessun altro -
operano per mezzo di unità distinte, in numero finito, di per
sé prive di senso come lo sono i fonemi, che combinandosi
tra loro producono unità minime significative, comparabili
alle parole.
Queste parole formano frasi alle quali non manca neppure la
punteggiatura; ed esiste una sintassi che governa questi
messaggi molecolari. E non è tutto: come nel linguaggio
umano, le parole del codice genetico possono cambiare
senso in funzione del contesto.
Sebbene non vada sottovalutato il ruolo dello
apprendimento nell'acquisizione del linguaggio, l'attitudine
dell'uomo, fin dal primo periodo della vita, alla padronanza
delle strutture linguistiche non può che derivare da istruzioni
codificate nella sua cellula germinale. Nel momento in cui si
affrontano le basi del linguaggio umano si pone la questione
del patrimonio genetico.
L'isomorfismo constatato tra la struttura del codice genetico
e quella sottesa a tutti i codici verbali delle lingue umane va
ben al di là di una semplice metafora, e invita a concepire
questa architettura universale come un'eredità molecolare
dell'homo sapiens (fin dall'homo erectus, se non addirittura
dall'homo habilis, nel quale, a quanto sembra, le
circonvoluzioni cerebrali dalle quali dipende l'esercizio del
linguaggio erano già presenti).
Le strutture linguistiche sarebbero quindi modellate sui
principi strutturali della comunicazione, così come funziona
su scala molecolare. Allo stesso modo, la proliferazione
della specie umana ci è apparsa, una volta trasposta su
scala cellulare, modellata sulla nosografia del cancro.
Consideriamo ora un terzo problema: quello dell'origine
della vita in società. Fin dall'antichità, i filosofi non hanno
mai smesso di interrogarsi su questa questione. La difficoltà
che sorge è identica a quella dell'origine del linguaggio: tra
l'assenza del linguaggio articolato e la sua presenza, la
demarcazione appare netta, tanto che ci si sforza invano di
individuare forme intermedie. E tuttavia, esistono modelli di
questo passaggio, a condizione di cercarli ai livelli più
profondi: cellulare per l'espansione demografica, molecolare
per il linguaggio, e di nuovo cellulare per la socialità.
Il passaggio dall'isolamento alla vita in società è
direttamente osservabile e scientificamente spiegabile in una
specie di amebe terrestri.
Fintanto che il nutrimento disponibile è sufficiente, questi
esseri monocellulari conducono un'esistenza indipendente,
senza contatti con i loro congeneri; ma quando il cibo viene
a mancare, incominciano a secernere una sostanza che li
attira gli uni verso gli altri. A questo punto si aggregano e si
trasformano in un organismo di tipo nuovo, dalle funzioni
diversificate. In questa fase sociale, le amebe si spostano
accorpate verso zone più umide e più calde, dove il
nutrimento abbonda; dopo di che la società si disgrega, gli
individui si disperdono e ciascuno riprende una vita
separata.
Queste osservazioni contengono un aspetto particolarmente
degno di nota: la sostanza prodotta dalle amebe, per mezzo
della quale esse si attirano tra loro per conglomerarsi in un
essere sociale, pluricellulare, altro non è che una sostanza
chimica ben conosciuta: l'adenosinmonofosfato ciclico, che
comanda la comunicazione tra le cellule degli esseri
pluricellulari - dei quali anche noi facciamo parte - facendo
così di ogni corpo individuale un'immensa società.
Ora, le amebe si nutrono di batteri che secernono questa
stessa sostanza, grazie alla quale li percepiscono. In altri
termini, la stessa sostanza che segnala le prede ai predatori
attira questi ultimi gli uni verso gli altri, aggregandoli in
società.
A questo umile livello della vita cellulare, la contraddizione
davanti alla quale venne a trovarsi Hobbes - preceduto da Bacon e seguito da numerosi altri filosofi - trova dunque la sua soluzione. Il problema per loro era
superare l'antinomia tra
due massime ritenute ugualmente veritiere: l'uomo per il suo
simile è un lupo, ma è anche un dio - homo homini lupus,
homo homini deus.
L'antinomia svanisce non appena si riconosce che la
differenza tra questi due stati è soltanto di grado.
Assunte a modello, le amebe terrestri inducono a concepire
la vita sociale come uno stato in cui gli individui si
attirano quel tanto che basta per avvicinarsi tra loro, ma non
fino al punto in cui la pressione divenga tanto forte da indurli
a distruggersi a vicenda, o addirittura a mangiarsi l'un l'altro.
La socialità appare così come il limite inferiore - verrebbe
voglia di dire: la modalità benigna - dell'aggressività. La vita
quotidiana delle società umane - non esclusa la nostra - e le
principali crisi che attraversa potrebbero fornire svariati
argomenti a sostegno di quest'interpretazione.
I tre esempi che ho citato pongono il problema delle origini
in una luce del tutto diversa da quella abituale. I problemi
restano insolubili fintanto che si pretenda di risalire alle
cause, poiché agli stati precedenti mancano sempre talune
proprietà essenziali del fenomeno da spiegare. Ma
l'orizzonte ottenebrato si apre, e la questione della genesi
non si pone più quando si scopre da qualche parte un altro
complesso, sul quale quello che cerchiamo di comprendere
è ricalcato come su un modello. Non c'è più bisogno di
chiedersi come si sia posto in essere, dato che esisteva già.
Questo cambiamento di prospettiva non è nuovo. Ne
ritroviamo l'idea in vari pensatori del Medio Evo e quindi
nel XVIII secolo, nella teoria dei "corsi e ricorsi" di
Giambattista Vico, secondo la quale ogni periodo della
storia umana riproduce il modello di un corrispondente
periodo in un ciclo precedente. Tra questi periodi esiste un
rapporto di omologia formale.
Il parallelismo tra antichi e moderni, preso ad esempio,
dimostra che tutta la storia delle società umane ripete
eternamente determinate situazioni tipiche. Non è forse
questo che illustrano, se si dà loro un qualche credito, i
nostri tre esempi?
Nell'ordine collettivo, l'espansione demografica ci è apparsa
come un ricorso della proliferazione cancerosa; il codice
linguistico, come un ricorso di quello genetico, e la socialità
degli esseri pluricellulari come un ricorso della socialità su
scala monocellulare.
Senza dubbio, Vico limitava la sua teoria alla storia delle
società umane, così come si svolge nel corso dei tempi. Ma
al di là dei dati empirici, per lui si trattava soprattutto del
mezzo per arrivare a "una storia ideale eterna, sopra la
quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni" (La
scienza nuova seconda, paragrafo 349). Certo, in partenza
la sua impresa si fonda su una distinzione tra il mondo della
natura, conosciuto soltanto da Dio, suo creatore, e il mondo
umano o mondo civile, fatto dagli uomini, che perciò essi
possono conoscere. Tuttavia, secondo Vico questa
curvatura della storia umana, che la obbliga a ritornare in
perpetuo su se stessa, è effetto della volontà della
provvidenza divina. Quando, grazie alla teoria dei corsi e
ricorsi, gli uomini prendono coscienza di questa legge alla
quale è soggetta la loro storia, un lembo del velo si solleva.
Da questo pertugio, se così possiamo dire, essi accedono a
quella volontà, ed acquistano la capacità di riconoscerla
all'opera anche su un teatro molto più vasto, costituito
dall'insieme dei fenomeni della vita, di cui la storia umana fa
parte.
La teoria dei corsi e ricorsi, che nell'opera di Vico viene a
volte considerata come una bizzarria senza conseguenze,
acquisterebbe allora una portata considerevole. Se infatti la
coscienza della propria storia rivela agli uomini come la
provvidenza divina agisca reimpiegando sempre gli stessi
modelli, che sono in numero finito, diventa possibile
estrapolare dalle sue volontà generali una volontà
particolare per l'uomo. Sebbene lo stato della scienza ai
tempi di Vico non gli avesse consentito di procedere in
questa direzione, la sua teoria apre alla conoscenza un
percorso che conduce dalla struttura del pensiero alla
struttura della realtà.
(traduzione
di Elisabetta Horvat) |