GLI INCUBI DELLA SCIENZA| Le trasgressioni
di Frankenstein |
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| Jon Turney, "Sulle tracce di Frankenstein" - Edizioni di Comunità, 344 pagine, 38.000 lire | "Vedevo il pallido studioso di arti profane inginocchiato
accanto alla "cosa" che aveva messo insieme. Vedevo
l'orrenda sagoma di un uomo sdraiato e poi, all'entrare in
funzione di un qualche potente macchinario, lo vedevo
mostrare segni di vita e muoversi di un movimento
impacciato, quasi vitale...".
Così Mary Wollstonecraft Shelley narrava, in una
prefazione al suo celebre Frankenstein, or the Modern
Prometeus, la visione che l'aveva ispirata nel dar vita al
primo "horror" scientifico della nostra epoca e che echeggia
nella scena centrale della prima parte del libro: "Raccolsi
intorno a me gli strumenti della vita per infondere una
scintilla animatrice nella cosa immota che mi giaceva
davanti. Era già l'una del mattino; la pioggia batteva
sinistramente sui vetri e la candela era quasi tutta consumata
quando al bagliore della luce che andava estinguendosi vidi
gli occhi giallo-opachi della creatura aprirsi. Respirò
ansando e un moto convulso gli agitò le membra".
Il gioco è fatto: la scienza sacrilega del dottor Frankenstein,
dando vita a una orrenda creatura, ha varcato un confine
proibito. Oltre quella soglia, ogni orrore diviene possibile.
L'invenzione di Mary Shelley - una rielaborazione
ottocentesca del mito ebraico del Golem, che traeva le sue
radici dall'immaginario collettivo dell'epoca - fu subito un
successo: non si contano le imitazioni, i racconti, i film, i
fumetti che si sono ispirati a quel libro.
Da allora uno spettro si aggira per i laboratori di biologia: "è
la lunga ombra di Frankenstein", sostiene Jon Turney,
storico della scienza e divulgatore britannico (Sulle tracce di
Frankenstein - Edizioni di Comunità, 344 pagine, 38.000
lire).
Il fantasma, cioè, di una profanazione della natura, di una
"cosa" messa insieme con brandelli di cadaveri dalla
ambizione demiurgica e dalla volontà di potenza di uno
scienziato ottocentesco. Un'immagine nata due secoli fa, in
una lunga, piovosa, estate trascorsa sul lago di Ginevra,
nella mente di una fanciulla inglese diciottenne, Mary
Wollstonecraft, amante (poi moglie) del poeta Percy
Shelley, e che ha conosciuto poi innumerevoli
trasfigurazioni, egualmente celebri, come Lo strano caso del
dottor Jekill e del signor Hyde di Stevenson (dove una
droga "scientifica" scinde in due la personalità della cavia), o
la raccapricciante Isola del dottor Moreau di H.G. Welles,
la tragica vicenda di un altro scienziato che con una serie di
feroci operazioni chirurgiche "scolpisce" a forma umana
delle belve.
È sempre la scienza che sacrilegamente viola un limite
estremo e precipita nell'orrore. Uno stereotipo che continua
a proiettarsi ancora oggi: non più solo l'invenzione di una
aspirante scrittrice di romanzi "sensazionali" e dei suoi
imitatori, ma anche una figura dell'immaginario collettivo,
nutrita quotidianamente dagli stessi sviluppi della biologia.
La "creatura" di Mary Shelley si nutriva della cultura e delle
informazioni di quell'epoca, dei riflessi, nella società "colta"
del primo Ottocento, dell'ammirazione e insieme del timore
verso la scienza.
Uno scenario che aveva al suo centro l'immagine idealizzata
dello scienziato, solitario e misterioso personaggio,
racchiuso nella torre d'avorio del suo laboratorio
inaccessibile ai profani, portatore di un sapere iniziatico
vietato ai più, come gli antichi maghi.
Una traduzione insomma, in termini più moderni,
dell'alchimista, intento a una ricerca faustiana, una sorta di
sfida prometeica: dominare le forze della natura, ricreare la
vita.
Una figura che da sempre - ben prima del sorgere della
scienza mo- derna - ha suscita- to ammirazione ma anche
odio e timore: dal linciaggio a Crotone dei pitagorici ai roghi
delle streghe (depositarie dei "saperi" concreti del
mondo contadi no). Il sapere è sinonimo di potere e
spesso di un potere potenzialmente malvagio, emblema di
un confine che non si doveva varcare, pena spaventose
catastrofi. Retaggi di antiche superstizioni, di un buio della
ragione, ma anche di una diffidenza, una preoccupazione
che trova alimenti ancora oggi.
Ma lo scienziato-mago, solitario e folle nella sua sfida, non
esiste più: oggi gran parte della scienza è una impresa
collettiva di migliaia di uomini, e i suoi obiettivi sono terreni
e - spesso - diretti ai fini molto concreti di chi finanzia la
costosa ricerca: il profitto, il potere.
Il libro di Turney è perciò un viaggio attraverso
l'inquietudine diffusa, la nevrosi culturale che ha
accompagnato in questi due secoli la crescita e l'affermarsi
della scienza, in particolare della scienza del vivente, la
biologia.
Una inquietudine che ha dato vita a una serie di stereotipi
narrativi (e giornalistici), ma anche a riflessioni ben più serie
di letterati, filosofi e scienziati che sono il segnale della
difficoltà a conciliare le domande che l'uomo pone alla
scienza con le risposte che questa offre.
Persino uno dei maggiori logici del Novecento, Bertrand
Russell, in polemica con l'ottimismo scientista di J.B.
Haldane, prende le distanze, affermando di sentirsi costretto
a temere che "la scienza verrà usata per promuovere il
potere delle classi dominanti piuttosto che per fare gli
uomini felici", e - in The Scientific Outlook , a proposito dei
poteri della biologia - ammonisce: "gli uomini acquisiranno il
potere di alterare se stessi, e inevitabilmente ne faranno
uso... l'uomo sarà indotto a sempre più considerarsi quale
prodotto industriale".
In questa immagine, la biologia diviene il simbolo dell'estra-
niamento dell'uomo dalla natura, persino da quella natura
che è in lui, il suo corpo.
Spesso sogni (e incubi) anticipano il reale. Non solo Verne
(che Turney non cita: la sua indagine è fortemente
anglocentrica), coi suoi sottomarini e missili lunari: la prima
formulazione della relatività speciale, della equivalenza tra
materia ed energia, è da poco apparsa quando nel 1913
H.G. Wells, in The World set free, descrive una guerra a
base di bombe radioattive delle dimensioni di una borsetta.
Turney racconta che uno dei padri della bomba atomica,
Leo Szilard, lesse quel libro da ragazzo e ne fu affascinato:
e fu poi tra i primi a tentare di liberare l'energia dell'atomo e
porla al servizio dell'uomo. Del resto, di sogni o incubi che
hanno preceduto - in questi ultimi secoli, ma specialmente
nel Novecento - la loro realizzazione è piena la storia della
letteratura, specie di quella popolare.
Come se proprio l'immaginario collettivo, così come si è
espresso nella narrativa di fantasia, nella divulgazione e nel
giornalismo, suggerisse alla austera ricerca scientifica le
strade da percorrere.
L'ultimo secolo ha segnato un salto di qualità. Il Novecento
è stato il secolo della relatività e della fisica quantistica, della
cosmologia sperimentale, discipline che hanno consegnato
nelle nostre mani poteri grandiosi. La tecnologia ha infranto i
confini del possibile: auto, aeroplani, energia elettrica,
elettronica, computer, radio e televisione, satelliti artificiali,
esplorazione spaziale costruiscono il nuovo ambiente
dell'uomo.
Mary Shelley certo non riconoscerebbe la sua Inghilterra,
dove il povero Frankenstein compie il suo blasfemo (ma ai
nostri occhi ingenuo) esperimento. Ma l'avvento della
biologia molecolare, della genetica - nota Turney - il
controllo del Dna ricombinante, cioè la possibilità di
manipolare le radici stesse della vita, rappresentano un salto
di qualità ulteriore.
Jurassic Park, la resurrezione per via genetica dei dinosauri,
è divenuto una nuova fonte di stupore e di angoscia:
naturalmente illusoria.
Ma se non dobbiamo aspettarci di vedere dinosauri a
passeggio per le vie cittadine, il successo nella
manipolazione dei geni e il loro trasferimento sposta il
confine dei nostri poteri dall'ambiente esterno a noi stessi.
Se possiamo trasformare e migliorare vegetali e animali,
siamo forse già in grado di fare lo stesso su di noi:
intervenire cioè sul patrimonio che quattro milioni di anni di
evoluzione e di selezione hanno faticosamente messo
insieme e che si realizza nel nostro corpo imperfetto, e nelle
nostre limitate capacità fisiche e mentali (anche se gli stessi
biologi sanno quanto sia illusorio ridurre l'uomo ai suoi
geni).
Davanti alla possibilità di trasformarci sembra indebolirsi
quell'ultima roccaforte che è l'individualità, la irripetibilità di
ognuno di noi, che ha le sue radici nel nostro corpo e nella
nostra storia fisica e mentale. Un processo che - al di là
forse delle intenzioni dei suoi agenti - sembra andare nella
stessa direzione della "comunicazione totale", la messa in
rete che investe sempre più, tramite gli strumenti elettronici e
le mode che ispirano, ogni singolo "cittadino del mondo",
assottigliando o erodendo la separatezza delle menti, così
come la genetica potrebbe diminuire le differenze tra i corpi.
È forse questo il significato dell'angoscia che accompagna -
insieme alle celebrazioni più o meno consapevoli - ogni
nuova conquista della scienza dell'uomo. |