RASSEGNA STAMPA

6 MARZO 2000
FRANCO PRATTICO
GLI INCUBI DELLA SCIENZA
Le trasgressioni di Frankenstein
Jon Turney, "Sulle tracce di Frankenstein" - Edizioni di Comunità, 344 pagine, 38.000 lire
"Vedevo il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla "cosa" che aveva messo insieme. Vedevo l'orrenda sagoma di un uomo sdraiato e poi, all'entrare in funzione di un qualche potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale...".
Così Mary Wollstonecraft Shelley narrava, in una prefazione al suo celebre Frankenstein, or the Modern Prometeus, la visione che l'aveva ispirata nel dar vita al primo "horror" scientifico della nostra epoca e che echeggia nella scena centrale della prima parte del libro: "Raccolsi intorno a me gli strumenti della vita per infondere una scintilla animatrice nella cosa immota che mi giaceva davanti. Era già l'una del mattino; la pioggia batteva sinistramente sui vetri e la candela era quasi tutta consumata quando al bagliore della luce che andava estinguendosi vidi gli occhi giallo-opachi della creatura aprirsi. Respirò ansando e un moto convulso gli agitò le membra".
Il gioco è fatto: la scienza sacrilega del dottor Frankenstein, dando vita a una orrenda creatura, ha varcato un confine proibito. Oltre quella soglia, ogni orrore diviene possibile.
L'invenzione di Mary Shelley - una rielaborazione ottocentesca del mito ebraico del Golem, che traeva le sue radici dall'immaginario collettivo dell'epoca - fu subito un successo: non si contano le imitazioni, i racconti, i film, i fumetti che si sono ispirati a quel libro. Da allora uno spettro si aggira per i laboratori di biologia: "è la lunga ombra di Frankenstein", sostiene Jon Turney, storico della scienza e divulgatore britannico (Sulle tracce di Frankenstein - Edizioni di Comunità, 344 pagine, 38.000 lire).
Il fantasma, cioè, di una profanazione della natura, di una "cosa" messa insieme con brandelli di cadaveri dalla ambizione demiurgica e dalla volontà di potenza di uno scienziato ottocentesco. Un'immagine nata due secoli fa, in una lunga, piovosa, estate trascorsa sul lago di Ginevra, nella mente di una fanciulla inglese diciottenne, Mary Wollstonecraft, amante (poi moglie) del poeta Percy Shelley, e che ha conosciuto poi innumerevoli trasfigurazioni, egualmente celebri, come Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde di Stevenson (dove una droga "scientifica" scinde in due la personalità della cavia), o la raccapricciante Isola del dottor Moreau di H.G. Welles, la tragica vicenda di un altro scienziato che con una serie di feroci operazioni chirurgiche "scolpisce" a forma umana delle belve. È sempre la scienza che sacrilegamente viola un limite estremo e precipita nell'orrore. Uno stereotipo che continua a proiettarsi ancora oggi: non più solo l'invenzione di una aspirante scrittrice di romanzi "sensazionali" e dei suoi imitatori, ma anche una figura dell'immaginario collettivo, nutrita quotidianamente dagli stessi sviluppi della biologia.
La "creatura" di Mary Shelley si nutriva della cultura e delle informazioni di quell'epoca, dei riflessi, nella società "colta" del primo Ottocento, dell'ammirazione e insieme del timore verso la scienza. Uno scenario che aveva al suo centro l'immagine idealizzata dello scienziato, solitario e misterioso personaggio, racchiuso nella torre d'avorio del suo laboratorio inaccessibile ai profani, portatore di un sapere iniziatico vietato ai più, come gli antichi maghi. Una traduzione insomma, in termini più moderni, dell'alchimista, intento a una ricerca faustiana, una sorta di sfida prometeica: dominare le forze della natura, ricreare la vita.
Una figura che da sempre - ben prima del sorgere della scienza mo- derna - ha suscita- to ammirazione ma anche odio e timore: dal linciaggio a Crotone dei pitagorici ai roghi delle streghe (depositarie dei "saperi" concreti del mondo contadi no). Il sapere è sinonimo di potere e spesso di un potere potenzialmente malvagio, emblema di un confine che non si doveva varcare, pena spaventose catastrofi. Retaggi di antiche superstizioni, di un buio della ragione, ma anche di una diffidenza, una preoccupazione che trova alimenti ancora oggi. Ma lo scienziato-mago, solitario e folle nella sua sfida, non esiste più: oggi gran parte della scienza è una impresa collettiva di migliaia di uomini, e i suoi obiettivi sono terreni e - spesso - diretti ai fini molto concreti di chi finanzia la costosa ricerca: il profitto, il potere.
Il libro di Turney è perciò un viaggio attraverso l'inquietudine diffusa, la nevrosi culturale che ha accompagnato in questi due secoli la crescita e l'affermarsi della scienza, in particolare della scienza del vivente, la biologia. Una inquietudine che ha dato vita a una serie di stereotipi narrativi (e giornalistici), ma anche a riflessioni ben più serie di letterati, filosofi e scienziati che sono il segnale della difficoltà a conciliare le domande che l'uomo pone alla scienza con le risposte che questa offre. Persino uno dei maggiori logici del Novecento, Bertrand Russell, in polemica con l'ottimismo scientista di J.B.
Haldane
, prende le distanze, affermando di sentirsi costretto a temere che "la scienza verrà usata per promuovere il potere delle classi dominanti piuttosto che per fare gli uomini felici", e - in The Scientific Outlook , a proposito dei poteri della biologia - ammonisce: "gli uomini acquisiranno il potere di alterare se stessi, e inevitabilmente ne faranno uso... l'uomo sarà indotto a sempre più considerarsi quale prodotto industriale".
In questa immagine, la biologia diviene il simbolo dell'estra- niamento dell'uomo dalla natura, persino da quella natura che è in lui, il suo corpo.
Spesso sogni (e incubi) anticipano il reale. Non solo Verne (che Turney non cita: la sua indagine è fortemente anglocentrica), coi suoi sottomarini e missili lunari: la prima formulazione della relatività speciale, della equivalenza tra materia ed energia, è da poco apparsa quando nel 1913 H.G. Wells, in The World set free, descrive una guerra a base di bombe radioattive delle dimensioni di una borsetta.
Turney racconta che uno dei padri della bomba atomica, Leo Szilard, lesse quel libro da ragazzo e ne fu affascinato: e fu poi tra i primi a tentare di liberare l'energia dell'atomo e porla al servizio dell'uomo. Del resto, di sogni o incubi che hanno preceduto - in questi ultimi secoli, ma specialmente nel Novecento - la loro realizzazione è piena la storia della letteratura, specie di quella popolare. Come se proprio l'immaginario collettivo, così come si è espresso nella narrativa di fantasia, nella divulgazione e nel giornalismo, suggerisse alla austera ricerca scientifica le strade da percorrere.
L'ultimo secolo ha segnato un salto di qualità. Il Novecento è stato il secolo della relatività e della fisica quantistica, della cosmologia sperimentale, discipline che hanno consegnato nelle nostre mani poteri grandiosi. La tecnologia ha infranto i confini del possibile: auto, aeroplani, energia elettrica, elettronica, computer, radio e televisione, satelliti artificiali, esplorazione spaziale costruiscono il nuovo ambiente dell'uomo. Mary Shelley certo non riconoscerebbe la sua Inghilterra, dove il povero Frankenstein compie il suo blasfemo (ma ai nostri occhi ingenuo) esperimento. Ma l'avvento della biologia molecolare, della genetica - nota Turney - il controllo del Dna ricombinante, cioè la possibilità di manipolare le radici stesse della vita, rappresentano un salto di qualità ulteriore. Jurassic Park, la resurrezione per via genetica dei dinosauri, è divenuto una nuova fonte di stupore e di angoscia: naturalmente illusoria.
Ma se non dobbiamo aspettarci di vedere dinosauri a passeggio per le vie cittadine, il successo nella manipolazione dei geni e il loro trasferimento sposta il confine dei nostri poteri dall'ambiente esterno a noi stessi.
Se possiamo trasformare e migliorare vegetali e animali, siamo forse già in grado di fare lo stesso su di noi: intervenire cioè sul patrimonio che quattro milioni di anni di evoluzione e di selezione hanno faticosamente messo insieme e che si realizza nel nostro corpo imperfetto, e nelle nostre limitate capacità fisiche e mentali (anche se gli stessi biologi sanno quanto sia illusorio ridurre l'uomo ai suoi geni). Davanti alla possibilità di trasformarci sembra indebolirsi quell'ultima roccaforte che è l'individualità, la irripetibilità di ognuno di noi, che ha le sue radici nel nostro corpo e nella nostra storia fisica e mentale. Un processo che - al di là forse delle intenzioni dei suoi agenti - sembra andare nella stessa direzione della "comunicazione totale", la messa in rete che investe sempre più, tramite gli strumenti elettronici e le mode che ispirano, ogni singolo "cittadino del mondo", assottigliando o erodendo la separatezza delle menti, così come la genetica potrebbe diminuire le differenze tra i corpi.
È forse questo il significato dell'angoscia che accompagna - insieme alle celebrazioni più o meno consapevoli - ogni nuova conquista della scienza dell'uomo.
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Cultura-Impresa scientifica