| Che dramma vivere in questo mondo |
| Gennaro Sasso, "La verità, l'opinione", il Mulino, pagg. 319, lire 40.000 | Giunto all'età di settant' anni, il professor Gennaro Sasso si
svegliò una mattina con un'idea sorprendente. Non è che ai
suoi occhi quell'idea dovesse turbarlo più di tanto. Erano
anni che vi lavorava percorrendo quel labirinto mentale in
cui si era volontariamente rinchiuso. Ma dopotutto le
conclusioni cui era giunto erano così estreme, così poco
equivocabili nello scandalo che sollevavano, da lasciare
nello sconcerto chi, pur conoscendolo, ne fosse per così
dire entrato in contatto. Potrebbe inziare anche così, sotto
forma di un incipit romanzesco, la conversazione con uno
dei più insoliti studiosi del pensiero filosofico, che da poco
ha dato alle stampe un libro appunto sorprendente: La
verità, l'opinione (il Mulino, pagg. 319, lire 40.000).
| Allora professor Sasso il suo libro ha tutta l'aria di dirci
qualcosa che non vorremmo sentire. Ci dice che la verità,
posto che la si ottenga, non serve a niente... |
"Lo ribadisco. La tradizione filosofica ha per lo più inteso la
verità come uno strumento. Ma a questa funzione non può
essere ridotta, pena il finire in una serie di conseguenze
aporetiche che ho cercato di mettere in luce".
| Insomma lei ci sta dicendo: per millenni la metafisica ci ha
abituati a vedere la verità come qualcosa di separato,
nascosto, da svelare appunto, poi è arrivata la scienza con
la sua pretesa di cogliere la verità nel suo accordo con la
realtà. Arriva lei e ci dice che la verità è un' altra cosa... |
"Intanto direi che la verità è povera e rigorosa".
| E anche un po' deludente, o no? |
"Dipende. E' deludente se la si mette in relazione con una
speranza o addirittura con una illusione. Cioè se la si mette
in relazione a qualche cos'altro".
| Non le sembra un passaggio obbligato? In fondo il fatto
stesso di parlare della o sulla verità, cioè usare il linguaggio
è un mettere in relazione le due cose. |
"Ogni volta che il linguaggio definisce, è costretto a
nominare qualcosa rispetto a cui la verità si caratterizza. E
questo dal punto di vista della verità è contraddittorio.
Vede, la filosofia non sta in rapporto con niente, accade
semplicemente, nonostante il mondo. E' come, per dirla in
termini fenomenologici, un completo vuoto, una grande
natura morta, è l'essere che non è né in grado di affermare
né di negare. La filosofia non è ricerca della verità, è la
verità".
| Che senso ha mi scusi aver scritto un libro di filosofia che
della ricerca ha fatto uno dei punti di forza? |
"Da questo punto di vista nessun senso, perché è chiaro che
alla filosofia così intesa non ci si dedica, essa è qualcosa che
di per se stessa svolge il suo compito".
"Lì dentro l'errore non è ammesso. Capisco che è uno dei
punti di maggior distacco dalla tradizione occidentale. Ma
se ammettessimo che la filosofia per raggiungere il vero
deve passare attraverso l'errore, attraverso la devianza,
allora bisognerebbe riconoscere che nella costituzione del
vero il falso gioca un ruolo fondamentale. Il che a mio modo
di vedere è inconcepibile".
| Come è inconcepibile per lei il fatto che la filosofia, o la
verità, siano forme legislative della realtà, capaci di
regolarla, illuminarla. |
"Esattamente".
| Il mondo dell'opinione, della doxa, non è redimibile. Tutto
quello che vi accade è lì senza che la verità possa dargli un
senso. E' così? |
"Certo. Qualunque cosa che accade, starei per dire, ha la
sua legittimità in quanto accade".
| E questo come la fa sentire? Glielo chiedo perché una
riflessione del genere è dura da mandar giù. |
"Oddio, posso capire un certo sgomento. Ma quando
leggiamo, non dico Machiavelli o Hobbes, ma lo stesso
Tucidide o Spinoza, quando guardiamo la politica al di là
della sua quotidiana noiosità e liturgia e vediamo certi
momenti aspri, non è che non rimaniamo turbati. C'è nella
politica qualcosa di terribile. Ma soprattutto la cosa
tremenda è che tutto quel che accade nell'universo storico,
accade e in quanto è accaduto perché dovremmo dire che
non ha legittimità ad esistere?".
| La sua lucidità sconcerta professor Sasso. Lei sta dicendo
che in quanto accadono due cose, poniamo uccidere una
persona o salvarla, hanno la stessa legittimità. |
"Hanno più esattamente la loro realtà di accadimenti".
| Ma ammetterà che vi è pur sempre la possibilità di
scegliere. |
"Non lo nego. Ciascuno può scegliere tra una cosa e l'altra.
Può stare dalla parte dei torturatori o da quella dei torturati.
Può sposare le ragioni del bene o quelle del male. Tutto
questo rientra nella scelta. Ma se si pretendesse di far
discendere questa scelta da una garanzia di carattere
trascendente o religioso o etico, allora dovremmo costruire
una metafisica della politica che avrebbe le stesse debolezze
della metafisica classica, soffrirebbe delle stesse aporie".
| La politica come lei la descrive guarda alla vita umana con
una brutalità sconfortante. Non le sembra contraddittorio
con l'idea che la vità è un valore, è in qualche modo sacra? |
"Se accettassimo l'idea che la natura umana è sacra,
dovremmo anche dire che questa regola razionale è stata tra
le più calpestate negli ultimi millenni. La verità è che la scelta
di battersi per quelli che noi consideriamo nel nostro
ambiente dei valori è resa forte appunto dalla potenza della
scelta stessa, cioè dalla decisione".
| Insomma l'etica non si deduce, ma si decide. Si apre un
abisso difficile da accettare. |
"Capisco che è dura da condividere, ma l'etica ahimè non è
definibile. Chi può garantire che una cosiddetta decisione
etica sia davvero etica? Nessuno può dare una risposta
argomentata. La verità è che l'assolutezza dell'etica sta
semplicemente nella decisione che la decide".
E' una posizione che l'avvicina a Carl Schmitt...
"Indubbiamente nella terminologia di Schmitt c'è la parola
"decisione". Ma c'è anche in Karl Barth, o in Heidegger,
senza che io mi senta legato a nessuno dei tre".
| Lei dice, mi pare, non è l'etica che caratterizza la scelta, ma
è la scelta cioè la decisione che dà senso all'etica. Ma la
decisione implica in qualche modo un atto di forza. O no?
"Questo è indubbiamente un problema. La decisione etica
non può dare conto di sé attraverso un argomento.
Naturalmente può farlo, ma non è mai l'argomento
definitivo. Anche perché un decisione può essere il frutto di
varie strategie. Posso scegliere di agire in un certo modo
perché ho paura o perché voglio ottenere un certo risultato
o perché appartengo a una certa tradizione. La decisione
non ha nessuna purezza".
| Solo la verità in un certo senso è incontaminata, ma paga
questa purezza con l'impossibilità ad agire. La filosofia può
assistere al dramma del mondo, può guardare lo scontro fra
le opinioni, ma non può intervenire. Se lo facesse
diverrebbe essa stessa un'opinione. Quello che ne
scaturisce è davvero una visione poco consolante del
mondo.
"A me pare che il mondo storico in cui gli uomini agiscono è
tragico e privo di qualsiasi garanzia. Le confesso che in
questo mi sento come persona molto segnato da
Machiavelli".
| Perché?
"Perché il mondo di Machiavelli è tragico. C'è questa
ossessione del durare e insieme il rischio continuo della
caduta. In fondo anche lo Stato di diritto che è una bella e
nobile invenzione può essere buttato all'aria dalle passioni.
Ci sono regole che possono continuamente essere violate
questo è il dramma".
| Mi scusi, ma è un dramma che il laicismo ha cercato di
mitigare, di risolvere. Ora il fatto che lei si sia sempre
definito un laico non la mette in contraddizione con se
stesso?
"Io credo che il laicismo abbia due dimensioni. La prima è
quella di non aggiungere arbitrariamente all'idea di verità
incontrovertibile il volto di Dio. E quindi di non sottomettere
la verità all'idea di una regolazione divina".
| La verità insomma non ha né altari né preti. Fin qui siamo
nel prevedibile.
"Sarà prevedibile, ma senza nessuna iattanza, rivendico a
questo mio modo di ragionare il carattere non religioso.
L'altra dimensione del laicismo è viceversa etico-politica.
Qui io direi che il laicismo è opinione, perché non può
pretendere di avere un fondamento incontrovertibile".
| Il fondamento è la tolleranza.
"Non ne sarei così sicuro. I fautori della tolleranza dicono
che essa permette e insieme disciplina il conflitto delle idee.
Ma dimenticano che la stessa tolleranza è un' idea che può
entrare in conflitto con altre idee. Non è la tolleranza
dunque a permettere il conflitto di idee, ma lo Stato di
diritto ad ammettere la tolleranza e tutto quello che ne
consegue. Questo ai miei occhi è il laicismo".
| Ma se il mondo della doxa non ha veri punti di riferimento,
se lo stesso Stato, direbbe Machiavelli, è a rischio, non le
pare che il suo punto di approdo sia il nichilismo, anche se
diverso da quello di un Nietzsche o un Dostoevskji?
"Dove vedrebbe questo elemento nichilistico?"
| In ultima analisi nell'impotenza che la verità o la filosofia
hanno nei riguardi del mondo. Guardano il dissolversi delle
grandezze ma non possono intervenire. Il mondo va a
gambe all'aria e la filosofia si gratta la pancia... |
"Non credo che il dramma del mondo dipenda da questa
impotenza da cui discenderebbe il nichilismo. Al contrario,
nella realtà del mondo delle doxa è la potenza dei
convincimenti, delle opinioni che vengono innalzate ad
assolutezza, a dar vita al dramma. Quel che vedo non è
tanto il nichilismo ma la drammaticità hobbesiana di un
mondo in cui tutti sono re che non possono cedere di un
palmo e quindi finiscono per scontrarsi violentemente".
| Lei sta dicendo più o meno che il mondo è tornato allo stato
di natura. |
"Forse non ne è mai uscito veramente. Purtroppo non
riesco a vedere un mondo indebolito nei suoi convincimenti.
Perfino in un periodo di così accanita decadenza circolano
convinzioni fortissime e battagliere".
| Machiavelli, lei ha detto, le ha fornito il senso di questo
dramma. Che ne è della speranza? |
"Si realizza e poi si scompone, come previde proprio
Machiavelli".
| Ai suoi occhi la filosofia si presenta con il carattere della
compiutezza e della perfetta immobilità. Di fronte c'è il
mondo simile a un oceano impazzito. Non la sgomenta
vedere queste due entità che non comunicano, che non si
toccano e delle quali lei è un singolare regista? |
"Si potrebbe dire che un analista vi andrebbe a nozze".
| C'è in lei un principio di schizofrenia filosofica? |
"La schizofrenia, almeno simbolicamente, significa che un
ordine si è rotto, una unità si è scissa, una parte va a destra,
una parte a sinistra; da un lato la filosofia dall' altro
l'opinione. Ma dire che una scissione si è prodotta
significherebbe ammettere che all'origine c' era una unità,
una relazione. Viceversa credo che tra verità e opinione non
esista nessuna relazione".
| D'accordo, evitando il termine schizofrenia si potrebbe
parlare di una personalità complessivamente scissa fra due
visioni? |
"Penso di sì, una personalità che tanto più considera
immobile la verità, quanto più considera mobile il mondo in
cui viviamo".
| Ma in quale dei due mondi lei si sente di vivere meglio? |
"Non in quello della verità, ma nell'altro. Questo è un fatto".
| Come è un fatto la scissione e lì, lei direbbe, non possiamo
farci niente. Ma glielo chiedo per l'ultima volta, non le crea
disagio tutto questo? In fondo l'Occidente è sempre stato
abituato a pensare in termini di riunificazione ciò che era
scisso. Dare alla filosofia un compito, magari fallimentare,
ma darglielo. |
"A che cosa pensa?".
| Penso non tanto alla filosofia come medicina dell'anima,
come qualcosa di edificante. Piuttosto penso a una sorta di
educazione alla finitezza e alla morte... |
"Però uno può essere educato alla morte in tanti modi:
attraverso la lettura dei classici, l'ascetismo, lo yoga. Però
capisco che alla fine è pur sempre questo il fantasma che
viene esorcizzato e poi ritorna".
"Forse non ho sufficiente forza spirituale per esorcizzarlo".
| Oppure ne ha abbastanza per guardarlo questo fantasma... |
"Ma questa è un'altra storia". |