RASSEGNA STAMPA

6 MARZO 2000
ANTONIO GNOLI
Che dramma vivere in questo mondo
Gennaro Sasso, "La verità, l'opinione", il Mulino, pagg. 319, lire 40.000
Giunto all'età di settant' anni, il professor Gennaro Sasso si svegliò una mattina con un'idea sorprendente. Non è che ai suoi occhi quell'idea dovesse turbarlo più di tanto. Erano anni che vi lavorava percorrendo quel labirinto mentale in cui si era volontariamente rinchiuso. Ma dopotutto le conclusioni cui era giunto erano così estreme, così poco equivocabili nello scandalo che sollevavano, da lasciare nello sconcerto chi, pur conoscendolo, ne fosse per così dire entrato in contatto. Potrebbe inziare anche così, sotto forma di un incipit romanzesco, la conversazione con uno dei più insoliti studiosi del pensiero filosofico, che da poco ha dato alle stampe un libro appunto sorprendente: La verità, l'opinione (il Mulino, pagg. 319, lire 40.000).
Allora professor Sasso il suo libro ha tutta l'aria di dirci qualcosa che non vorremmo sentire. Ci dice che la verità, posto che la si ottenga, non serve a niente...
"Lo ribadisco. La tradizione filosofica ha per lo più inteso la verità come uno strumento. Ma a questa funzione non può essere ridotta, pena il finire in una serie di conseguenze aporetiche che ho cercato di mettere in luce".
Insomma lei ci sta dicendo: per millenni la metafisica ci ha abituati a vedere la verità come qualcosa di separato, nascosto, da svelare appunto, poi è arrivata la scienza con la sua pretesa di cogliere la verità nel suo accordo con la realtà. Arriva lei e ci dice che la verità è un' altra cosa...
"Intanto direi che la verità è povera e rigorosa".
E anche un po' deludente, o no?
"Dipende. E' deludente se la si mette in relazione con una speranza o addirittura con una illusione. Cioè se la si mette in relazione a qualche cos'altro".
Non le sembra un passaggio obbligato? In fondo il fatto stesso di parlare della o sulla verità, cioè usare il linguaggio è un mettere in relazione le due cose.
"Ogni volta che il linguaggio definisce, è costretto a nominare qualcosa rispetto a cui la verità si caratterizza. E questo dal punto di vista della verità è contraddittorio.
Vede, la filosofia non sta in rapporto con niente, accade semplicemente, nonostante il mondo. E' come, per dirla in termini fenomenologici, un completo vuoto, una grande natura morta, è l'essere che non è né in grado di affermare né di negare. La filosofia non è ricerca della verità, è la verità".
Che senso ha mi scusi aver scritto un libro di filosofia che della ricerca ha fatto uno dei punti di forza?
"Da questo punto di vista nessun senso, perché è chiaro che alla filosofia così intesa non ci si dedica, essa è qualcosa che di per se stessa svolge il suo compito".
Senza sbagliare mai?
"Lì dentro l'errore non è ammesso. Capisco che è uno dei punti di maggior distacco dalla tradizione occidentale. Ma se ammettessimo che la filosofia per raggiungere il vero deve passare attraverso l'errore, attraverso la devianza, allora bisognerebbe riconoscere che nella costituzione del vero il falso gioca un ruolo fondamentale. Il che a mio modo di vedere è inconcepibile".
Come è inconcepibile per lei il fatto che la filosofia, o la verità, siano forme legislative della realtà, capaci di regolarla, illuminarla.
"Esattamente".
Il mondo dell'opinione, della doxa, non è redimibile. Tutto quello che vi accade è lì senza che la verità possa dargli un senso. E' così?
"Certo. Qualunque cosa che accade, starei per dire, ha la sua legittimità in quanto accade".
E questo come la fa sentire? Glielo chiedo perché una riflessione del genere è dura da mandar giù.
"Oddio, posso capire un certo sgomento. Ma quando leggiamo, non dico Machiavelli o Hobbes, ma lo stesso Tucidide o Spinoza, quando guardiamo la politica al di là della sua quotidiana noiosità e liturgia e vediamo certi momenti aspri, non è che non rimaniamo turbati. C'è nella politica qualcosa di terribile. Ma soprattutto la cosa tremenda è che tutto quel che accade nell'universo storico, accade e in quanto è accaduto perché dovremmo dire che non ha legittimità ad esistere?".
La sua lucidità sconcerta professor Sasso. Lei sta dicendo che in quanto accadono due cose, poniamo uccidere una persona o salvarla, hanno la stessa legittimità.
"Hanno più esattamente la loro realtà di accadimenti".
Ma ammetterà che vi è pur sempre la possibilità di scegliere.
"Non lo nego. Ciascuno può scegliere tra una cosa e l'altra.
Può stare dalla parte dei torturatori o da quella dei torturati.
Può sposare le ragioni del bene o quelle del male. Tutto questo rientra nella scelta. Ma se si pretendesse di far discendere questa scelta da una garanzia di carattere trascendente o religioso o etico, allora dovremmo costruire una metafisica della politica che avrebbe le stesse debolezze della metafisica classica, soffrirebbe delle stesse aporie".
La politica come lei la descrive guarda alla vita umana con una brutalità sconfortante. Non le sembra contraddittorio con l'idea che la vità è un valore, è in qualche modo sacra?
"Se accettassimo l'idea che la natura umana è sacra, dovremmo anche dire che questa regola razionale è stata tra le più calpestate negli ultimi millenni. La verità è che la scelta di battersi per quelli che noi consideriamo nel nostro ambiente dei valori è resa forte appunto dalla potenza della scelta stessa, cioè dalla decisione".
Insomma l'etica non si deduce, ma si decide. Si apre un abisso difficile da accettare.
"Capisco che è dura da condividere, ma l'etica ahimè non è definibile. Chi può garantire che una cosiddetta decisione etica sia davvero etica? Nessuno può dare una risposta argomentata. La verità è che l'assolutezza dell'etica sta semplicemente nella decisione che la decide".
E' una posizione che l'avvicina a Carl Schmitt...
"Indubbiamente nella terminologia di Schmitt c'è la parola "decisione". Ma c'è anche in Karl Barth, o in Heidegger, senza che io mi senta legato a nessuno dei tre".
Lei dice, mi pare, non è l'etica che caratterizza la scelta, ma è la scelta cioè la decisione che dà senso all'etica. Ma la decisione implica in qualche modo un atto di forza. O no?
"Questo è indubbiamente un problema. La decisione etica non può dare conto di sé attraverso un argomento.
Naturalmente può farlo, ma non è mai l'argomento definitivo. Anche perché un decisione può essere il frutto di varie strategie. Posso scegliere di agire in un certo modo perché ho paura o perché voglio ottenere un certo risultato o perché appartengo a una certa tradizione. La decisione non ha nessuna purezza".
Solo la verità in un certo senso è incontaminata, ma paga questa purezza con l'impossibilità ad agire. La filosofia può assistere al dramma del mondo, può guardare lo scontro fra le opinioni, ma non può intervenire. Se lo facesse diverrebbe essa stessa un'opinione. Quello che ne scaturisce è davvero una visione poco consolante del mondo.
"A me pare che il mondo storico in cui gli uomini agiscono è tragico e privo di qualsiasi garanzia. Le confesso che in questo mi sento come persona molto segnato da Machiavelli".
Perché?
"Perché il mondo di Machiavelli è tragico. C'è questa ossessione del durare e insieme il rischio continuo della caduta. In fondo anche lo Stato di diritto che è una bella e nobile invenzione può essere buttato all'aria dalle passioni.
Ci sono regole che possono continuamente essere violate questo è il dramma".
Mi scusi, ma è un dramma che il laicismo ha cercato di mitigare, di risolvere. Ora il fatto che lei si sia sempre definito un laico non la mette in contraddizione con se stesso?
"Io credo che il laicismo abbia due dimensioni. La prima è quella di non aggiungere arbitrariamente all'idea di verità incontrovertibile il volto di Dio. E quindi di non sottomettere la verità all'idea di una regolazione divina".
La verità insomma non ha né altari né preti. Fin qui siamo nel prevedibile.
"Sarà prevedibile, ma senza nessuna iattanza, rivendico a questo mio modo di ragionare il carattere non religioso.
L'altra dimensione del laicismo è viceversa etico-politica.
Qui io direi che il laicismo è opinione, perché non può pretendere di avere un fondamento incontrovertibile".
Il fondamento è la tolleranza.
"Non ne sarei così sicuro. I fautori della tolleranza dicono che essa permette e insieme disciplina il conflitto delle idee.
Ma dimenticano che la stessa tolleranza è un' idea che può entrare in conflitto con altre idee. Non è la tolleranza dunque a permettere il conflitto di idee, ma lo Stato di diritto ad ammettere la tolleranza e tutto quello che ne consegue. Questo ai miei occhi è il laicismo".
Ma se il mondo della doxa non ha veri punti di riferimento, se lo stesso Stato, direbbe Machiavelli, è a rischio, non le pare che il suo punto di approdo sia il nichilismo, anche se diverso da quello di un Nietzsche o un Dostoevskji? "Dove vedrebbe questo elemento nichilistico?"
In ultima analisi nell'impotenza che la verità o la filosofia hanno nei riguardi del mondo. Guardano il dissolversi delle grandezze ma non possono intervenire. Il mondo va a gambe all'aria e la filosofia si gratta la pancia...
"Non credo che il dramma del mondo dipenda da questa impotenza da cui discenderebbe il nichilismo. Al contrario, nella realtà del mondo delle doxa è la potenza dei convincimenti, delle opinioni che vengono innalzate ad assolutezza, a dar vita al dramma. Quel che vedo non è tanto il nichilismo ma la drammaticità hobbesiana di un mondo in cui tutti sono re che non possono cedere di un palmo e quindi finiscono per scontrarsi violentemente".
Lei sta dicendo più o meno che il mondo è tornato allo stato di natura.
"Forse non ne è mai uscito veramente. Purtroppo non riesco a vedere un mondo indebolito nei suoi convincimenti.
Perfino in un periodo di così accanita decadenza circolano convinzioni fortissime e battagliere".
Machiavelli, lei ha detto, le ha fornito il senso di questo dramma. Che ne è della speranza?
"Si realizza e poi si scompone, come previde proprio Machiavelli".
Ai suoi occhi la filosofia si presenta con il carattere della compiutezza e della perfetta immobilità. Di fronte c'è il mondo simile a un oceano impazzito. Non la sgomenta vedere queste due entità che non comunicano, che non si toccano e delle quali lei è un singolare regista?
"Si potrebbe dire che un analista vi andrebbe a nozze".
C'è in lei un principio di schizofrenia filosofica?
"La schizofrenia, almeno simbolicamente, significa che un ordine si è rotto, una unità si è scissa, una parte va a destra, una parte a sinistra; da un lato la filosofia dall' altro l'opinione. Ma dire che una scissione si è prodotta significherebbe ammettere che all'origine c' era una unità, una relazione. Viceversa credo che tra verità e opinione non esista nessuna relazione".
D'accordo, evitando il termine schizofrenia si potrebbe parlare di una personalità complessivamente scissa fra due visioni?
"Penso di sì, una personalità che tanto più considera immobile la verità, quanto più considera mobile il mondo in cui viviamo".
Ma in quale dei due mondi lei si sente di vivere meglio?
"Non in quello della verità, ma nell'altro. Questo è un fatto".
Come è un fatto la scissione e lì, lei direbbe, non possiamo farci niente. Ma glielo chiedo per l'ultima volta, non le crea disagio tutto questo? In fondo l'Occidente è sempre stato abituato a pensare in termini di riunificazione ciò che era scisso. Dare alla filosofia un compito, magari fallimentare, ma darglielo.
"A che cosa pensa?".
Penso non tanto alla filosofia come medicina dell'anima, come qualcosa di edificante. Piuttosto penso a una sorta di educazione alla finitezza e alla morte...
"Però uno può essere educato alla morte in tanti modi: attraverso la lettura dei classici, l'ascetismo, lo yoga. Però capisco che alla fine è pur sempre questo il fantasma che viene esorcizzato e poi ritorna".
E lei che fa?
"Forse non ho sufficiente forza spirituale per esorcizzarlo".
Oppure ne ha abbastanza per guardarlo questo fantasma...
"Ma questa è un'altra storia".
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