| Stefano Catucci, "Introduzione a Foucault", Laterza, Roma-Bari 2000,
pagg. 198, L. 18.000 | Se fossimo già nel XXI secolo, la collana "Maestri del Novecento" che si
inaugura in questi giorni con due ottime monografie, una su Habermas
(di Stefano Petrucciani), l'altra su Foucault (di Stefano Catucci)
risulterebbe dedicata a due eminenti filosofi del secolo scorso, e -
sarebbe piaciuto all'ultimo Foucault, studioso degli antichi - a due vite
parallele. I due sono quasi coetanei (Habermas del '29, Foucault del '26);
amanti, con un amore ricambiato, della sfera pubblica; uno tedesco - e
dunque sospettoso sin dall'inizio nei confronti di Nietzsche -, l'altro
francese - dunque, e anche qui all'inizio, più tollerante o ammirato nei
confronti delle profezie di Zarathustra.
Ma, soprattutto, abbiamo a che fare con due filosofi onesti, che hanno
preso sul serio un problema comune: il sapere, la scienza, è ricerca
della verità, e la verità rende liberi; ma, visto che la verità è anche potere,
allora rende anche schiavi, o meglio ne crea. È la dialettica
dell'illuminismo, che Horkheimer e Adorno avevano analizzato subito
dopo la seconda guerra mondiale, e di cui avevano trovato la
formulazione più netta proprio nella equazione di Nietzsche tra volontà di
verità e volontà di potenza.
Dopo avere a lungo identificato sapere e potere, Foucault si era poi
richiamato all'esigenza di una teoria critica della società: così
precisando il titolo, altrimenti ambiguo, sotto cui aveva posto la propria
ricerca: "ontologia dell'attualità". Questo, in fondo, non appariva ancora
sufficiente per Habermas, che negli anni Ottanta aveva sostenuto - con
mano sin troppo pesante, come a giusto titolo osserva Petrucciani -
che persino Horkheimer e Adorno, che erano poi i suoi maestri, finivano
per siglare l'alleanza (fatale e banale) tra Nietzsche e il postmoderno.
Foucault, tuttavia, era già altrove. Era morto, nel 1984, ma i suoi ultimi
lavori sull'etica degli antichi, e in particolare sul coraggio di dire la verità
ai tiranni (è il tema di un seminario tenuto a Berkeley nel 1983, quasi un
testamento spirituale) testimoniano di un estremo tentativo di dissociare
la volontà di verità dalla volontà di potenza; e tra i meriti della
ricostruzione di Catucci c'è sicuramente quello di dedicare il giusto
spazio a quest'ultimo tratto della ricerca foucaultiana.
Insomma, sbagliando si impara, o altri imparano, sempre che lo
vogliano. Ma in che senso entrambi questi percorsi, in fondo, appaiono
ormai consegnati alla storia? Perché si tratta di due soluzioni oneste di
un problema che si presta troppo facilmente a delle interpretazioni
disoneste. Forse il problema era mal posto; e forse non era neanche un
problema, proprio perché in fondo, invece di estenuarsi su potere e
sapere, la filosofia potrebbe sapere qualcosa d'altro. |