RASSEGNA STAMPA

5 MARZO 2000
MAURIZIO FERRARIS
Habermas e Foucault
Filosofie oneste del Novecento
Stefano Petrucciani, "Introduzione a Habermas", Laterza, Roma-Bari 2000, pagg. 238, L. 18.000
Stefano Catucci, "Introduzione a Foucault", Laterza, Roma-Bari 2000, pagg. 198, L. 18.000
Se fossimo già nel XXI secolo, la collana "Maestri del Novecento" che si inaugura in questi giorni con due ottime monografie, una su Habermas (di Stefano Petrucciani), l'altra su Foucault (di Stefano Catucci) risulterebbe dedicata a due eminenti filosofi del secolo scorso, e - sarebbe piaciuto all'ultimo Foucault, studioso degli antichi - a due vite parallele. I due sono quasi coetanei (Habermas del '29, Foucault del '26); amanti, con un amore ricambiato, della sfera pubblica; uno tedesco - e dunque sospettoso sin dall'inizio nei confronti di Nietzsche -, l'altro francese - dunque, e anche qui all'inizio, più tollerante o ammirato nei confronti delle profezie di Zarathustra. Ma, soprattutto, abbiamo a che fare con due filosofi onesti, che hanno preso sul serio un problema comune: il sapere, la scienza, è ricerca della verità, e la verità rende liberi; ma, visto che la verità è anche potere, allora rende anche schiavi, o meglio ne crea. È la dialettica dell'illuminismo, che Horkheimer e Adorno avevano analizzato subito dopo la seconda guerra mondiale, e di cui avevano trovato la formulazione più netta proprio nella equazione di Nietzsche tra volontà di verità e volontà di potenza.
Dopo avere a lungo identificato sapere e potere, Foucault si era poi richiamato all'esigenza di una teoria critica della società: così precisando il titolo, altrimenti ambiguo, sotto cui aveva posto la propria ricerca: "ontologia dell'attualità". Questo, in fondo, non appariva ancora sufficiente per Habermas, che negli anni Ottanta aveva sostenuto - con mano sin troppo pesante, come a giusto titolo osserva Petrucciani - che persino Horkheimer e Adorno, che erano poi i suoi maestri, finivano per siglare l'alleanza (fatale e banale) tra Nietzsche e il postmoderno. Foucault, tuttavia, era già altrove. Era morto, nel 1984, ma i suoi ultimi lavori sull'etica degli antichi, e in particolare sul coraggio di dire la verità ai tiranni (è il tema di un seminario tenuto a Berkeley nel 1983, quasi un testamento spirituale) testimoniano di un estremo tentativo di dissociare la volontà di verità dalla volontà di potenza; e tra i meriti della ricostruzione di Catucci c'è sicuramente quello di dedicare il giusto spazio a quest'ultimo tratto della ricerca foucaultiana. Insomma, sbagliando si impara, o altri imparano, sempre che lo vogliano. Ma in che senso entrambi questi percorsi, in fondo, appaiono ormai consegnati alla storia? Perché si tratta di due soluzioni oneste di un problema che si presta troppo facilmente a delle interpretazioni disoneste. Forse il problema era mal posto; e forse non era neanche un problema, proprio perché in fondo, invece di estenuarsi su potere e sapere, la filosofia potrebbe sapere qualcosa d'altro.
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