Il Comitato etico boccia sia le posizioni dei cattolici che dei laici| "Necessario il sì dei medici e della famiglia" |
| L'eutanasia esce dalla clandestinità. Dopo tre anni di lavori, il
"Comitato nazionale sull'etica" (Ccne) ha reso ieri un parere decisivo in materia "autorizzando"
- sia pure fra mille distinguo - il ricorso a una pratica assai diffusa negli ospedali transalpini, ma
finora inconfessabile. Non si legalizza la "buona morte". E tuttavia, introducendo quella che il
Ccne definisce "eccezione eutanasia", diverrebbe impossibile assimilarla a un reato. Propone
dunque una normativa più aperta. E lascia intendere - ecco la vera sorpresa - che in definitiva
l'approccio legislativo potrebbe non risultare necessario.
Malgrado l'Esecutivo sostenga le sue conclusioni, l'ipotetico iter parlamentare si profila lungo. E
l'eventuale ostruzionismo del centro-destra - finora, tuttavia, solo gli ultrà rpr e udf sono scesi in
campo denunciando il Cnne - costituisce una minaccia non da poco per il consensuale Jospin. Il
premier potrebbe quindi essere favorevole a una modifica non legislativa delle norme in vigore.
Cosa possibile, ma solo a una condizione. Che non si depenalizzi l'eutanasia, dice il Cnne:
neppure quella passiva. La sua relativa impunità interverrebbe dunque a valle. I giudici,
sinceratisi che il singolo caso è conforme al protocollo d'intesa suggerito dal Cnne, non
perseguiranno medici né famiglia.
Per il giurì che esaminava dal '97 (su incarico governativo e con ampie deleghe) lo spinoso
problema, mediare si annunciava quasi impossibile. Tra "sacralità" dell'esistenza umana -
posizione cattolica, ma difesa con passione dallo stesso Islam francese - e il "diritto a scegliere
la propria morte" che invoca la morale laica, è arduo statuire non sposando l'una o l'altra tesi.
Ma il Comité d'etique ci riesce. Definendo "inaccettabili" entrambe le posizioni, raccomanda
un'alternativa. Ovvero l'"impegno solidale".
Al centro il malato. Quando, beninteso, è ancora in grado di esprimersi. Ma che voglia morire,
non basta. La medicina deve esprimersi. E non soltanto attraverso il responsabile che l'ha in
cura. Bisogna si pronunci l'intera équipe del reparto terapia intensiva. E un solo parere negativo
bloccherebbe la procedura. Il principio è, in somma, quello della collegialità. Mai più decisioni
individuali pietose ma troppo soggettive, martella il Ccne: la responsabilità ha da essere
ospedaliera. In terzo luogo, la famiglia. Associarla a una decisione comunque sofferta è
indispensabile. Farlo, esige tempo e delicatezza. Ma gli inviti al personale sanitario affinché
interrompa una situazione insostenibile giungono sempre più spesso proprio dai familiari. Se il
responso clinico e la posizione dell'entourage coincidono, non resta che procedere all'eutanasia
passiva "staccando" una o più macchine indispensabili per la sopravvivenza del ricoverato.
Accade già oggi. Il professor Francois Lemoine, specialista delle "affezioni terminali" rivela su
"Le Monde" che si "eutanasierebbero" almeno 50 casi su 100. Ma ormai bisognerà
denunciarlo. Il dossier passerà - come ora - al giudice. Ma lo esaminerebbero una commissione
ad hoc, verificando l'insieme. E solo dopo un minuzioso esame applicherà la clausola
"eccezione eutanasia", trasformando il reato in "non perseguibile".
Può sembrare curioso introdurre modificazioni di portata simile a livello
normativo-metodologico, senza che entri in scena il legislatore. Ma in fondo, lo si può
giustificare. Una legge sull'eutanasia apparirebbe "eugenetica". Vi sono troppi distinguo umani,
che i singoli articoli non recepirebbero mai. Parigi teme un mostro giuridico. Meglio privilegiare,
semmai, la fiducia nella concertazione tra chi soffre, l'assistenza pubblica e i parenti. La
magistratura continuerà a vigilare sull'eutanasia. Ma non avrà più l'ultima parola. A meno,
beninteso, la si pratichi in forma "attiva" o "selvaggia". |