| SENZA UNA LEGGE RESTA IL FAR WEST | DA OGGI dunque grazie alla decisione del giudice Chiara Schettini di Roma anche in Italia sarà consentito l'affitto di
un utero da parte di donne che per qualsivoglia motivo non
siano in grado o non vogliano portare a termine una
gravidanza. La madre surrogata porterà in grembo per nove
mesi la creatura di un'altra, la nutrirà attraverso la propria
placenta, la sentirà crescere e muoversi e al termine dei
nove mesi la metterà al mondo. Ma non avrà sul nuovo nato
alcun diritto né alcuna responsabilità. S'immagina dunque
che essa sia in grado di portare a termine il suo compito
senza nessuna partecipazione.
LA SENTENZA l'ha trasformata da persona dotata di
sentimenti ed emozioni in un puro contenitore.
Un nuovo principio giuridico dunque si afferma in mancanza
di una legge sulla fecondazione assistita che il Parlamento
non riesce ad approvare dal momento che le diverse
opinioni, trasformandosi in contrasto ideologico hanno
impedito finora ogni accordo. Un nuovo principio giuridico
che liquida una norma del codice deontologico che l'Ordine
dei medici si era saggiamente dato qualche tempo fa
proprio per supplire alla mancanza di una legge. Da oggi
insomma affittare un utero diventa pratica lecita quali che
siano i dubbi e le riserve di molti studiosi e dello stesso
Comitato nazionale di bioetica e del nostro ministro della
Sanità.
Questo nuovo principio, se è in contraddizione con le
normative vigenti in tutti i paesi europei non è però senza
precedenti. Esso ci allinea infatti alla totale libertà vigente in
America dov'è possibile da tempo scegliere l'ovulo di una
donna e farlo impiantare nel proprio utero o viceversa
scegliere di far portare nell'utero di una madre in affitto il
proprio ovulo fecondato. In ambedue i casi la donna viene
scelta attentamente sulla base di precise caratteristiche
fisiche razziali e intellettuali illustrate in appositi cataloghi a
disposizione degli utenti. Alcune migliaia di bambini sono già
nati in America da madri in affitto.
Il costo medio della pratica oscilla oltreoceano dai 10 ai 15
mila dollari per i nove mesi della gestazione, salvo
imprevisti. Un prezzo che molte donne sono disposte a
pagare e che molte donne sono disponibili ad accettare. È
pura ipocrisia infatti immaginare che questo scambio di ovuli
e questa cessione temporanea di un utero si svolga
all'insegna del dono e della reciproca generosità. Chi
accetta di portare per nove mesi dentro di sé l'ovulo
fecondato di un'altra donna o chi cede a un'altra donna il
proprio ovulo partecipa a uno scambio che ha come tutti gli
scambi proprie regole e prezzi. Possiamo vivere questo
elemento con una certa dose di sofferenza o di disinvoltura:
resta il fatto che il mercato entra così a vele spiegate nel
luogo e nel momento più segreto e delicato della nostra vita.
Ma questa forma di "maternità surrogata" da oggi legale
anche in Italia (qualche caso si era verificato in passato ma
avvolto nell'obbligatorio anonimato della clandestinità) è
destinata a provocare inevitabilmente una serie di
controversie sul piano scientifico ed etico come su quello
giuridico. Me ne viene in mente una, la più banale: come
verrà denunciato all'anagrafe il bambino partorito dalla
madre in affitto?
Può stupire e in effetti stupisce che sia stato proprio un
giudice donna a prendere una decisione così delicata che
modifica profondamente la nostra idea concreta e simbolica
di maternità. E non mi conforta il fatto che la decisione sia
stata presa in nome di un presunto diritto alla maternità, un
diritto di cui confesso mi resta oscura la motivazione e la
implementazione. Un desiderio di maternità per quanto
intenso, profondamente vissuto e sofferto non può ancora
trasformarsi in un diritto esigibile cui la scienza e le istituzioni
dovrebbero dare soddisfazione. Altra cosa naturalmente è il
diritto alla salute da cui deriva la richiesta e, in questo caso il
diritto a tutte le cure necessarie per uomini e donne al fine di
superare una eventuale sterilità.
Ma il riconoscimento di un diritto alla maternità è altra cosa
e può condurre come avviene con la sentenza di cui
parliamo alla accettazione e legalizzazione di modi del tutto
nuovi e assai discutibili di accesso alla maternità. E se
accettiamo l'idea che esista un diritto alla maternità da
soddisfare sempre e comunque, perché non dovremmo
riconoscere un altrettanto legittimo diritto alla paternità cui
dare soddisfazione con tutti i mezzi scientificamente
possibili? Si possono aprire così al di là della sentenza di
oggi e forse delle intenzioni del giudice che l'ha emessa
scenari inquietanti (dall'adozione di embrioni da far crescere
in un utero in affitto fino all'ipotesi della clonazione) scenari
che il progresso scientifico rende possibili ma che la nostra
coscienza non riesce ad accettare e condividere.
Forse sarebbe il caso di fermarsi un momento per ascoltare
la voce del nostro Premio Nobel Rita Levi Montalcini
quando ci mette in guardia di fronte al pericolo del delirio di
onnipotenza e ci ricorda che non tutto ciò che è possibile
per la scienza può essere condiviso dalla morale. |