RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 2000
MARIO RICCIARDI
Per una giustizia amica dei conflitti
Stuart Hampshire, "Justice is Conflict", Duckworth, London 1999, pagg. 94, £ 12.90.
C'è una generazione di filosofi formatisi nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale che hanno dominato il dibattito nel Regno Unito immediatamente dopo la fine del conflitto. Si tratta di nomi spesso noti al pubblico italiano come J.L. Austin, Herbert Hart, Isaiah Berlin, Peter Strawson, J.O. Urmson, G.J. Warnock. Ma non sempre ben distinti, anche da parte della pubblicistica scientifica, nelle loro posizioni e opinioni. L'etichetta di "filosofia analitica di Oxford" o di "filosofia del linguaggio comune" è una delle tante classificazioni prodotte dalla merceologia filosofica di cui si farebbe volentieri a meno.
La pubblicazione di Justice is Conflict di Stuart Hampshire è una occasione per familiarizzarsi con gli esiti più recenti della riflessione di uno degli autori più interessanti di quella generazione.
L'oggetto del libro è di difficile classificazione. Il titolo lascerebbe supporre che si tratti di un nuovo contributo alla immensa discussione sulla teoria della giustizia (inaugurata nel 1970 da John Rawls col suo famoso libro). Invece l'operazione compiuta da Hampshire è molto diversa e più ambiziosa teoreticamente di quel che ci si aspetta di solito da un libro sulla giustizia.
Il punto di partenza è la constatazione di un fallimento. Hampshire dichiara il suo scetticismo nei confronti dell'idea che si possa costruire una teoria morale nella forma di un insieme di proposizioni che servano da giustificazione o fondamento degli impegni morali o politici di una persona. Una teoria del genere non esiste e ci sono buone ragioni per credere che ci siano degli ostacoli genuinamente filosofici che ne impediscono la realizzazione.
L'affermazione può sembrare apodittica. In effetti lo sarebbe se Hampshire non riassumesse in questo nuovo lavoro alcuni dei risultati di una quarantennale riflessione sulla mente umana, sull'azione e sui rapporti che entrambe hanno con l'etica e la politica connettendoli alla sua più recente riflessione sulla giustizia procedurale. Justice is Conflict comincia dove terminava un percorso iniziato con Thought and Action del 1959 e sviluppato attraverso Morality and Conflict del 1984 e Innocence and Experience del 1989.
Diversamenteda Rawls, Hampshire parte da una psicologia morale realista, che si sforza di mostrare gli esseri umani come appaiono nella vita di ogni giorno. Ciascuno di noi è familiare con questa immagine: gli esseri umani sono mossi dalle passioni più che dalla ragione; se agiscono in modo razionale lo fanno per realizzare i propri interessi e, anche in questo caso, non sono sempre del tutto conseguenti nelle loro azioni.
Il conflitto si manifesta ovunque, nella politica come nella vita interiore di ciascuno. Che si tratti di vero conflitto e non di una illusione lo dimostra il fatto che, nella vita privata come nella pubblica, non si riesce a fare appello a una regola certa che ci dica come decidere, qual è il comportamento migliore da tenere in una data circostanza. Cosa rimane da fare in questi casi?
La risposta di Hampshire è che anche se non abbiamo a disposizione una idea di giustizia che ci guidi eliminando la possibilità del disaccordo, la nostra specie ha comunque sviluppato delle pratiche di risoluzione dei conflitti che forniscono una indicazione minimale sul tipo di procedura da seguire per risolvere il dissenso. Non c'è alcuna garanzia che il risultato sia accettabile dal punto di vista di ognuna delle conflittuali visioni del bene che coabitano in una stessa società e, talvolta, anche all'interno della stessa persona. L'unica cosa che si può dire è che la procedura seguita è stata corretta, nel senso che ha dato a ciascuna delle diverse opinioni presenti la possibilità di rappresentare il proprio punto di vista.
Si tratta del principio audi alteram partem (suggerito a Hampshire da H.L.A. Hart) che riassume la condizione essenziale del contradditorio legale. È un criterio epistemico che, a ben vedere, ha le sue buone ragioni. Probabilmente esso può anche essere considerato una regola della ragionevolezza che ciascuno, individui come istituzioni, dovrebbe adottare per mettersi al riparo da errori e disattenzioni. Ma l'aspetto interessante dell'argomento di Hampshire è che egli sembra considerarlo il nucleo di una morale per stranieri, una regola minimale che consente di dare una forma al conflitto visto che non lo si può eliminare (e probabilmente non conviene farlo).
L'esordio come le conclusioni di questo libro sono molto diverse da quello che viene considerato usuale nella filosofia politica analitica recente. Non è difficile immaginare che chi si muove entro il paradigma rawlsiano troverà difficile accettare metodo e conclusioni di Hampshire (anche se la sua fenomenologia dell'esperienza morale è molto più sottile e convincente di quella che è diventata dominante nel dibattito analitico).
Justice is Conflict è un bel libro. Molto ben scritto. Capace di stimolare la riflessione del profano come di scuotere le certezze dell'addetto ai lavori quando scoprirà, con una certa sorpresa, che Rawls è citato meno di Eraclito, Platone e Machiavelli.
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vedi anche
Filosofia morale