A passeggio tra le scuoleStoici e soprattutto epicurei, critici con lo
stagirita, durante l'Ellenismo finirono con il riconoscere la validità di molti suoi
insegnamenti Uno studio di Marcello Gigante esamina l'influenza aristotelica sulle filosofie che lo contrastarono |
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| Marcello Gigante, "Kepos e Peripatos. Contributo alla storia
dell'aristotelismo antico". Bibliopolis, Napoli 2000, pagg. 160, L. 35.000. | Dopo la ciclopica opera di Aristotele, la fortuna della scuola da lui
fondata, il Peripato, segue un cammino radicalmente diverso dalle due
grandi dottrine filosofiche dell'età ellenistica, lo Stoicismo e
l'Epicureismo. Queste disponevano di un sistema canonico, da
accettare o rifiutare in blocco; e tale condizione assicurò a entrambe una
duratura compattezza, nonostante le varianti e le correzioni di rotta che
incisero soprattutto nell'evoluzione della Stoa. Invece l'efficacia di
Aristotele si esercitò anche al di fuori del Peripato, in uno schema
"aperto" che diffuse acquisizioni e tendenze della sua filosofia anche
presso le altre scuole dell'epoca. Esiste un Aristotelismo dei non
aristotelici, che si affianca a quello dei commentatori di Aristotele, e lo
integra; e l'indagine di questo settore viene occupando un ruolo sempre
più rilevante nella storiografia filosofica del nostro tempo.
Una caratteristica delle scuole filosofiche durante l'Ellenismo è la
costante attitudine al dialogo, che non rifiuta le asprezze della polemica,
e tuttavia apre la strada per accogliere nell'una o nell'altra dottrina tutto
ciò che non contrasta con i suoi fondamenti. Anche la scuola
apparentemente più bloccata nella fedeltà all'insegnamento del proprio
fondatore, l'Epicureismo, rivela nei confronti del Peripato un complesso
rapporto, in cui si alternano l'antitesi e l'assimilazione. Ci fu
indubbiamente dell'ostilità fra l'uno e l'altro indirizzo, soprattutto nella
fase più antica; è tradizione che una delle donne di Epicuro, l'etera
Leonzio, avesse scritto un libello contro Teofrasto, provocando lo
scandalizzato commento di Plinio il Vecchio: l'impudente femmina
avrebbe dovuto impiccarsi, piuttosto, scegliere un albero e farla finita. Ma
questo e altri simili casi clamorosi non valgono a nascondere una
significativa rete di suggestioni di matrice peripatetica nelle opere di
Epicuro e dei suoi seguaci. È indubbio che Epicuro lesse e studiò a
fondo Aristotele, sovente confutandone radicalmente i risultati; e
d'altronde, anche quando dissente, egli si muove su concetti
fondamentali della dottrina del suo antagonista.
L'alternanza di convergenze e divergenze con il Peripato si accentua
negli epigoni dell'Epicureismo; e l'esempio più vistoso e significativo di
quest'interesse è costituito da Filodemo di Gadara, il filosofo epicureo
che risiedette fra Napoli ed Ercolano intorno alla metà del I secolo a.C.,
e fu amico di Virgilio, oltre che autore in proprio di raffinati epigrammi.
Appunto dalle lave di Ercolano è avvenuto il recupero dei suoi testi
dottrinali, che rappresentano il corpus di gran lunga più cospicuo della
scuola epicurea. Marcello Gigante, che dalla rinascita filodemea è da più
di trent'anni il benemerito propugnatore e maestro, si è valso della sua
eccezionale competenza in questi ardui materiali per estendere
l'immagine dell'epicureismo al di là dell'isolamento in cui un'inveterata
tradizione critica tendeva a relegarlo. Al tempo stesso, il suo lavoro
segna una tappa fondamentale nel nuovo quadro del Peripato, che
individua le diramazioni "esterne" del grandioso sistema fondato da
Aristotele e integrato dai suoi successori, e ne rivaluta la funzione di
indispensabile riferimento per lo sviluppo della filosofia ellenistica.
Si tratta, come si è accennato, di un campo di studi che attraversa una
fase di forte incremento; e la smisurata informazione bibliografica di
Gigante gli consente di organizzare il volume come una sorta di
"summa" dei risultati raggiunti, e degli obiettivi tuttora aperti a ulteriori
investigazioni. Risulta comunque prevalente la sostanziale originalità del
progetto, che interpreta la complessa storia dell'Ellenismo filosofico
come un equilibrato rapporto fra i singoli sistemi di pensiero e una
comunanza di cultura e tradizioni. Filodemo si misura con il Peripato nei
termini di una polemica sovente esplicita e vibrata; ma sa anche
riconoscere con leale ammirazione le benemerenze degli avversari. "Se
riconoscevamo che alcuni dei precetti di Senofonte e Teofrasto sono
validi anche per i filosofi, bisogna acquisire anche quelli, perché ci
vergognamo più se trascuriamo qualcosa di utile che se ce lo prendiamo
da altri", si legge in un passo del trattato Sull'economia. In quest'opera
Filodemo si discosta drasticamente dai predecessori, per salvaguardare
l'autonomia del sapiente dalle volgari cure dell'attività pratica; e tuttavia
anche il rigore teorico dell'epicureo ammette di integrare nel proprio
sistema le altrui affermazioni, quando ne riconosce l'universale validità.
Questo scambio risultava soprattutto proficuo nel territorio dell'etica
pratica, e nella polemica contro i guasti dell'indole: i Caratteri di
Teofrasto costituivano, per l'esattezza della rappresentazione e per lo
sfavillante brio dello stile, un modello basilare. Nella critica contro uno
dei vizi capitali del suo tempo, l'adulazione, Filodemo arriva a trascrivere
il Carattere V, la "smania di piacere", cercando di trarre dal testo
teofrasteo ciò che meglio si adattava al suo intento polemico. Anche un
peripatetico di età più tarda, Aristone di Ceo, aveva composto una serie
di ritratti, fondati su comportamenti aberranti. Il suo originale è perduto, e
dobbiamo all'eclettica ricettività di Filodemo, che nel trattato Sui vizi ne
trascrisse i tipi risalenti all'archetipo del "superbo" o "borioso", la
conoscenza di piccoli gioielli tuttora attuali, come questo: "L'onnisciente
si è convinto che conosce tutte le cose, alcune per averle apprese dai
competenti, altre per averle solo viste fare, altre per averle escogitate da
sé. Ed è tale che dice non solo di essersi fatto i vestimenti..., ma anche
di costruire da sé una casa e una nave, senza un architetto. E dice di
scrivere per sé contratti che esigono esperienza di leggi, e di industriarsi
a essere medico non solo di sé, ma anche di altri. E dice di piantare
alberi e caricare navi, operazioni che hanno successo se eseguite da
gente del mestiere. E pur naufragando in tutto, neppure così smette di
impazzare. Ed è tale che, pur presumendo di possedere tutte le
discipline, subisce smacco e chiama incompetenti i suoi derisori... Ed è
per questo che gli eruditi hanno solo odori di molte cose, senza
possederle mentalmente; e a loro dei prodotti del sapere resta ciò che
non dura, e non ciò che è valido". E così via, polemizzando e irridendo;
e chi voglia conoscere per intero questa stravagante fauna, la troverà nel
libro di Gigante, tradotta con la vivida arguzia che compete
all'argomento. |