RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 2000
GIOVANNI REALE
In principio eè la contemplaziome
Secondo John Dudley nel pensiero dello stagirita l'etica dipende dalla teologia
Aristotele, "Etica Nicomachea", traduzione, introduzione e note di C. Natali, Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 556, L. 28.000
Aristotele, "Etica Eudemia", traduzione, introduzione e note di P. Donini, Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 230, L. 15.000
John Dudley, "Dio e contemplazione in Aristotele. Il fondamento metafisico dell'"Etica Nicomachea"", Vita e Pensiero, Milano 1999, pagg. 222, L. 30.000 (brossura); L. 40.000 (rilegato).
L'opera di Aristotele che ha avuto un influsso della più ampia portata fra i filosofi è stata la sua Metafisica, ma la sua opera più letta dagli uomini di cultura è stata l'Etica Nicomachea. Nel Rinascimento è stata addirittura l'opera maggiormente apprezzata, anche da parte dei Platonici di stretta osservanza. Raffaello, nella sua Scuola di Atene, pone proprio quest'opera sotto il braccio dello Stagirita in modo emblematico.
E anche in età moderna l'Etica aristotelica viene continuamente riesaminata e studiata. È da poco uscita una nuova traduzione dell'Etica Nicomachea, a cura di Carlo Natali per i tipi della Laterza, cui è seguita a poca distanza una nuova traduzione anche dell'Etica Eudemia (di necessario complemento alla prima) sempre per Laterza, in sostituzione delle precedenti traduzioni di Armando Plebe.
In parallelo è uscito per Vita e Pensiero una importante monografia Dio e contemplazione in Aristotele. Il fondamento metafisico dell'Etica Nicomachea di John Dudley, per molti aspetti innovativa. In questo libro Dudley cerca di dimostrare l'inesattezza della tesi sostenuta da non pochi studiosi, secondo cui nelle Etiche di Aristotele non verrebbe espresso, almeno in modo chiaro, ciò che costituisce il fondamento ultimativo della dottrina morale dello Stagirita.
Per contro, Dudley dimostra che il fondamento ultimativo dell'etica viene espresso con chiarezza dallo Stagirita, e viene altresì ribadito più volte e in modo cospicuo (anche se, potremmo dire, non in quella maniera che l'uomo di oggi esigerebbe, sulla base dei propri criteri). Tale fondamento è Dio, inteso come causa finale: la felicità dell'uomo (scopo supremo di indagine dell'etica) ha una "somiglianza" con quella propria degli dèi; il che significa che l'Uomo è felice imitando il divino. In altri termini, la natura e la vita di Dio viene intesa da Aristotele come un "paradigma" per la vita umana perfetta, ossia come un modello normativo e come misura assiologica.
Il testo emblematico è il seguente: "...L'attività degli dèi, che spicca per beatitudine, verrà a essere una attività contemplativa, e quindi tra le attività umane quella più vicina a essa sarà la più felice. Ne è segno che gli altri animali non partecipano della felicità, essendo completamente privati di questa attività. E mentre per gli dèi tutta la vita è beata, per gli esseri umani lo è nella misura in cui appartiene a essi una qualche immagine di una simile attività: degli altri animali nessuno è felice, dato che nessuno ha a che fare con la contemplazione. Dunque, quanto si estende la contemplazione, tanto si estende la felicità, e a coloro cui maggiormente appartiene il contemplare, appartiene anche l'essere felici, non per accidente, ma in conseguenza della contemplazione: questa infatti è degna di onore per sé. Di modo che la felicità verrà a essere un tipo di contemplazione" (traduzione Natali).
Ne corso del volume Dudley non solo dimostra come questa tesi sia fondamentale per il sistema etico di Aristotele, ma cerca anche di evidenziare, in vari modi, le diverse argomentazioni con cui il filosofo prova questo asserto.
Si tratta di una particolare e importante posizione tipica di Aristotele che gli studiosi non hanno preso in seria considerazione, neppure studiosi della statura di Ross, il quale nella sua celebre opera Aristotele, nel nutrito capitolo di una cinquantina di pagine che egli dedica all'Etica, chiama in causa la figura di Dio solo una volta, in modo quasi accidentale, e passa la cosa sotto silenzio.
L'immagine di Dio che emerge dalle Etiche di Aristotele, risulta essere identica a quella che emerge dalla Metafisica, ossia all'immagine del Motore immobile come causa finale dell'universo e attività contemplativa (di sè medesimo).
Come è noto, Werner Jaeger nel suo celebre Aristotele del 1923 aveva messo in crisi proprio l'interpretazione della centralità del concetto di Dio nella Metafisica, riportando alla fase platonica il celebre libro XII, e cercando di dimostrare il radicale mutamento dell'asse portante del pensiero dello Stagirita nel corso della sua evoluzione spirituale.
La tesi generale di Jaeger è ormai considerata del tutto obsoleta nella sua portata di paradigma ermeneutico storico-genetico; ma non pochi studiosi, anche se non accettano più quel paradigma ermeneutico, continuano a considerare come problematico, per vari aspetti, il concetto aristotelico di Dio nella Metafisica e di conseguenza anche nelle Etiche.
In effetti, quando entra in discussione il concetto di Dio, negli studiosi scatta un meccanismo psicologico molto complesso, con la conseguente messa in moto di "pre-giudizi" e "pre-concetti" di vario tipo. Si pensa che un credente, quando parla di Dio, non possa essere se non condizionato dalla sua fede religiosa o dalle idee della corrente cui appartiene, e che di conseguenza risulti essere poco affidabile "scientificamente", ossia poco credibile su questo punto. Ci sono anche alcuni estremisti (e per la verità non sono pochi) che ritengono "non scientifico" qualsiasi tipo di discorso che tratti di Dio, e che, di conseguenza, cercano di restringere il più possibile (se non addirittura di eliminare) la dimensione del teologico che si riscontra in grandi pensatori.
Naturalmente, c'è l'ateo il quale pensa che un grande pensatore, nella misura in cui è grande, non possa pensare seriamente a un Dio; ma c'è anche la posizione opposta di chi pensa che un grande pensatore, proprio nella misura in cui risulta essere grande, non possa non pensare a Dio e al divino, come la filosofia ha fatto fin dalle sue origini, ponendo il problema del "principio primo" e identificando questo con il "divino".
La mia posizione corrisponde, almeno in parte, alla seconda: un grande pensatore non può non pensare al divino; ma, a mio avviso, pensa al divino anche colui che lo pensa non per affermarlo, ma per negarlo. Il divino si impone, per chi conduce indagini sui problemi ultimativi, come un polo dialettico ineliminabile strutturalmente.
Ritengo opportuno ricordare al lettore che nella Fisica il Dio motore costituisce teoreticamente un caposaldo centrale; nella Metafisica lo è anche a maggior titolo.
Dunque, il discorso fisico e metafisico aristotelico è incentrato e fondato proprio sulla teologia, e così, analogicamente, lo è quello etico, come Dudley sostiene: "...si può dire che l'etica di Aristotele è fondata sulla teologia. Da un lato, la virtù morale eminente trasforma l'uomo in un Dio; dall'altro quegli aspetti della vita perfetta che riguardano la contemplazione, cioè l'attività che occupa la maggior parte della vita dell'uomo perfetto - la bontà, l'attività immateriale intellettuale, il piacere, l'amicizia (l'autosufficienza), la contemplazione stessa, la felicità, la stabilità -, sono avvicinamenti agli stessi aspetti che si trovano nel Dio metafisico. Aristotele considera dunque l'etica da un punto di vista teologico".
Alcuni studiosi hanno ritenuto che Aristotele nelle Etiche faccia spesso appello alle comuni opinioni degli uomini, seguendo un metodo "dialettico" e quindi non procedendo secondo un rigoroso metodo scientifico. Gauthier ha sostenuto addirittura la tesi che "il metodo proprio della morale sia altra cosa che la dialettica".
Dudley afferma invece, e dimostra abbondantemente adducendo tutta una serie di documenti, che "in Aristotele un siffatto dualismo di metodo non esiste", e che la dialettica, per lo Stagirita, è necessaria sia nel porre i principi primi della scienza, sia nel procedimento di verifica dei risultati dei ragionamenti.
In questa maniera, nell'interpretazione di Dudley risultano molto più chiari i passi delle Etiche in cui lo Stagirita compie improvvisi passaggi dalle opinioni della gente in generale a opinioni specifiche che sono a lui proprie. Si tratta, in realtà, del tipico procedimento della dialettica come viene intesa da Aristotele (in modo diverso rispetto a Platone, e tuttavia positivo), che parte da premesse ammesse dalla communis opinio, e che come tali sono accreditate, per giungere a determinate conclusioni accettate come valide.
Si spiega bene, in particolare, come lo Stagirita passi, in certi casi, da opinioni comuni sugli Dèi a certi caratteri che sono propri del suo suo Dio metafisico, in quanto riscontra in quelle opinioni elementi veritativi comuni con la propria.
Va ricordato, tra l'altro, che è in atto una rivalutazione della dialettica aristotelica in generale su vari piani, come dimostrano i lavori di E. Berti e di T. Irwin.
Per venire al nocciolo della questione, va detto quanto segue.
L'"intelletto", che costituisce una caratteristica essenziale dell'uomo, corrisponde, in piccolo, alla "divina intelligenza". E così come l'attività per eccellenza dell'intelligenza divina è la "contemplazione" (Contemplazione di se medesimo), analogamente, come abbiamo letto nel passo di Aristotele sopra riportato, la più alta attività dell'uomo consiste nella contemplazione, nella misura in cui gli è possibile.
Non pochi studiosi passano completamente sotto silenzio questa tesi centrale dell'etica, che giustamente Dudley richiama in primo piano, in modo quasi martellante, fornendo una costante e cospicua documentazione, ben difficilmente controvertibile.
Nel leggere questo libro, si comprenderà molto bene il senso profondo di questo passo dell'Etica Nicomachea - uno dei più forti scritti da un uomo dell'antichità, e uno dei più alti di tutti i tempi -, in cui ben si può dire che viene espressa la cifra emblematica del pensiero etico di Aristotele: "Non si deve, essendo uomini, limitarsi a pensare cose umane né essendo mortali pensare solo a cose mortali, come dicono i consigli tradizionali, ma rendersi immortali fin quanto è possibile e fare di tutto per vivere secondo la parte migliore che è in noi. Anche se è di peso minuscolo, per potere e per onore essa supera di gran lunga tutto il resto" (traduzione Natali).
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vedi anche
Filosofia morale