RASSEGNA STAMPA

23 FEBBRAIO 2000
OLIVIER CLEMENT
Così Sartre sfidò i credenti
Oltralpe non si placa la discussione sul pamphlet di Bernard-Henry Lévy: un intervento del teologo Clément
Fu il tragico profeta di un ateismo che si rivelò ben presto povero Il suo pensiero venne rigettato dai "nouveaux philosophes" Ma oggi il tanto celebrato "Bhl" elude troppi aspetti essenziali
La compromissione con i gruppuscoli maoisti che ben presto sfociarono nel terrorismo. Solo la lettura spirituale del '68 risparmiò la Francia dal fenomeno delle Brigate Rosse
Il dibattito provocato dall'opera che Bernard-Henry Lévy ha appena dedicato a Sartre testimonia contemporaneamente dei rimorsi dell'intellighenzja francese e della sua ricerca di senso. All'indomani della seconda guerra mondiale, nell'ebbrezza della "liberazione", la filosofia di Sartre (che si era del resto, e che questo non spiaccia a Lévy, ben adattata all'occupazione) fu celebrata dalla "sinistra" francese come un umanesimo della libertà. "L'esistenza precede l'essenza", "scelta e coscienza sono una cosa sola ed unica", l'uomo è testimone e progetto che squarciano con un nulla liberatore l'"in sé" dei "mascalzoni" e lo "spirito di serietà".
Molti altri, come Gabriel Marcel, Simone Weil, Nicolas Berdjaev, svelavano in quest'apertura e in tale superamento la traccia della trascendenza. Il genio di Sartre - ma è anche la sua pesante responsabilità, che Lévy elude - fu di collegare, per il grande pubblico, esistenzialismo e ateismo, un ateismo povero peraltro, che vedeva in Dio il nemico dell'uomo ("Se Dio esiste, l'uomo è nulla") e negava, in un sogno incestuoso, ogni buona presenza paterna. "Il legame di paternità è marcio", la sola eredità che conta è "l'unità matriarcale" del clan arcaico. Dato che vorrebbe essere Dio, l'uomo è "colui tramite il quale il Nulla viene al mondo", "una passione inutile". L'amore è "un inganno"; io posso soltanto, nella mia relazione con l'altro, essere un soggetto di fronte a un oggetto o un oggetto di fronte a un soggetto. Analisi profonda, conclusione tragica. Bisognava soddisfare questo appetito del nulla.
Sartre che, contrariamente ai suoi giovani discepoli, non desiderava affatto suicidarsi, aderì all'ideologia marxista, al messianismo comunista. Istintivamente rifiutava l'ambiente familiare, insorgeva contro ogni forma di borghesia, orinava sulla tomba di Chateaubriand, gesto decisamente simbolico - nella società francese - di anticlericalismo ed anticristianesimo.
"Borghese pentito", si potrebbe dire, si sentiva colpevole delle sofferenze degli operai e degli indigeni delle colonie. "Nutro per la borghesia un odio che finirà solo con me". Sartre diventa allora il "compagno di strada" del comunismo mondiale, accettando e sviluppando le sue menzogne, affermando che "la libertà di critica è totale" in Unione Sovietica. Il marxismo è "da solo la cultura", "l'orizzonte insuperabile della nostra epoca", "il clima delle nostre idee, l'ambiente dove esse si alimentano". Sono queste prese di posizione che Lévy fa più fatica a giustificare e che alimentano oggi a Parigi la controversia. Certo, a partire dal 1960 Sartre prende le distanze dal comunismo istituzionale, ma per scivolare verso il terrorismo. La Critica della ragione dialettica introduce di nuovo ad esso e alla soggettività e al suo sogno notturno con la sua "stregoneria" di irriducibile crudeltà. Le rivoluzioni compiute cadono sotto i colpi del "si" indefinito, del Das Man heideggeriano. Conta solo l'esplosione rivoluzionaria nella sua violenza originale, o si realizza l'esperienza semi-erotica del "gruppo in fusione", esperienza necessariamente precaria e passeggera. Sartre s'infervora per le insurrezioni di ciò che si chiamava allora il "terzo mondo" ed accarezzerà i cannoni della "rivoluzione dei garofani" in Portogallo. Da buon discepolo di Hegel, egli non s'interessa neanche un po' alle tradizioni spirituali delle culture non occidentali; ciò che l'attira, ciò che vuole, è il terrore assoluto, omicida. "Il Maggio '68 è avvenuto fuori di me, non mi sono neanche accorto che si avvicinava".
Eppure i giovani insorti del 1968 vissero per un istante l'esaltazione del "gruppo in fusione".
Ma molti di loro conobbero anche "il ritorno del rimosso", ovvero della Trascendenza e dell'autotrascendenza umana. Questo secondo passo Sartre l'ignora o lo disprezza. Vuole spingere il primo fino in fondo, diventa la guida intellettuale di un gruppo maoista, la Sinistra proletaria, di cui prepara i membri al terrorismo. Ciò che Lévy non ha visto, è che la Francia in quel periodo fu messa al riparo dal fenomeno delle Brigate rosse non da Sartre, che se ne faceva foriero, ma dal cristiano Maurice Clavel! È quindi invano che nel 1974 Sartre, insieme al rivoluzionario Pierre Victor, pubblicò un pamphlet pieno di violenza e di odio Abbiamo ragione di ribellarci. Negli anni Settanta il pensiero di Sartre fu rifiutato - da una parte - dal movimento dei nouveaux philosophes, suscitato da Clavel e alimentato di alta mistica ortodossa e iraniana da Henry Corbin, e - dall'altra parte - dai vari aspetti dello strutturalismo per cui Dio e l'uomo sono morti insieme e non offrono più neanche il minimo interesse. Sartre reagisce contro lo strutturalismo redigendo un grande studio su Flaubert, L'idiot de la famille, dove ritrova le intuizioni del suo pensiero originale: la sete attanagliante e ridicola di essere Dio, la sfida del nulla come annichilimento dell'essere stesso, la possibilità di cogliere un uomo e un'opera nella loro totalità. Per quanto concerne la riscoperta dell'uomo come "auto-trascendenza" grazie a Clavel, Corbin e Solzenicyn, essa raggiungerà indirettamente Sartre tramite Pierre Victor, diventato suo indispensabile segretario dato che Sartre perdeva la vista... Pierre Victor si converte alla sua ebraicità e riprende il suo vero nome: Bény Lévy. Sartre partecipa alle campagne sui diritti umani e alla serata organizzata dai "nuovi filosofi" in onore dei dissidenti sovietici. In questi ultimi incontri con Bény Lévy, pubblicati sul Nouvel Observateur, Sartre ritrova il cammino sia della vera alterità, sia della vera trascendenza. La fraternità può nascere solo dal riconoscimento dell'uomo da parte dell'uomo; e l'incredibile sopravvivenza del popolo ebreo dimostra che può esserci nella coscienza umana, "attraverso la religione", "un legame metafisico (...) con l'infinito". Bernard Henri Lévy pubblicava allora il suo Testamento di Dio, che celebra non la fede ma la Legge. Egli si trova alla fine in piena consonanza con Sartre, senza ignorare che i sartriani di stretta osservanza hanno screditato e rifiutato violentemente questo testo. Marxismo, terrorismo, scoperta e servizio dell'alterità dell'altro, siamo arrivati a questo punto. I diritti dell'uomo e il pieno riconoscimento di un ebraismo tragicamente sacralizzato dalla Shoà costituiscono l'ideologia di una società senza ideologia. Ora dipende dai cristiani andare più lontano, dimostrare che la croce di Cristo, questo ebreo diventato "l'uomo-massimo" in quanto Dio, ha definitivamente abolito il nulla. Un grande filosofo greco, Christos Yannaràs, ha già cominciato un lavoro nell'ambito della riflessione. Sarebbe ora di tradurre i suoi libri guida, La persona e l'amore, Il dicibile e l'indicibile. Allora ci sarebbe un dopo-Sartre propriamente cristico, quando dall'inferno sorge la risurrezione.
inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche