RASSEGNA STAMPA

23 FEBBRAIO 2000
FRANCO VOLPI
Sotto il segno di Gentile
COME RIPENSARE LA SUA FILOSOFIA
Al filosofo dell'attualismo è dedicata oggi una giornata di studi e un'altra se ne terrà a marzo. Che cosa resta del suo pensiero
Due convegni, uno si è aperto stamane a Roma, presso la discoteca di Stato, l'altro si terrà nel poemeriggio del 6 marzo all'Accademia dei Lincei, ripropongono il caso Gentile che, al pari del caso Heidegger, è una delle questioni spinose ma inaggirabili che ingombrano la filosofia del Novecento: intelligenze filosofiche eccelse cadute in un imperdonabile errore di valutazione politica, potenze dello spirito pronate al servizio dello spirito della potenza. Come Heidegger nel 1933 cercò di cavalcare la tigre e mettersi alla testa dell'università nazionalsocialista, così Gentile, fin dal 1923, impegnò a fondo il suo genio a favore del fascismo.
Proprio questo è il guaio: pensatori grandissimi del Novecento si sono lasciati abbagliare dal totalitarismo.
Come spiegare questo fatto incomprensibile? Perché di fronte al volto demoniaco del potere la vigilanza della filosofia è venuta meno? Quale oscura attrazione esercitava quel potere per risucchiare nel suo vortice tanta intelligenza?
L'atteggiamento più facile, e a lungo praticato nell'era delle ideologie, è stato quello di rifiutare la loro opera. Ma è un atteggiamento ottuso. Meglio capire quale rapporto sussista tra le scelte politiche di Gentile, o di Heidegger, da un lato, e le intuizioni filosofiche con cui essi hanno illuminato il pensiero del Novecento, dall'altro. Una risposta ci è suggerita da Hannah Arendt: teoresi filosofica e capacità di giudizio politico sono due facoltà della mente così diverse che il possesso dell'una non si accompagna necessariamente a quello dell'altra. Il grande teoreta può essere politicamente più ottuso dell'uomo comune, e nulla preserva la sua mente dalla banalità del male. Per questo il riso della servetta tracia che si fa beffe del filosofo caduto nel pozzo può essere in politicis molto salutare.
In verità, nel caso di Gentile e di Heidegger si manifesta qualcosa di più profondo che una semplice privazione personale della capacità di giudizio politico. In loro viene alla luce la dissociazione contemporanea di filosofia e politica, con la conseguente impossibilità di una "filosofia politica" nel senso classico del termine.
Il caso Gentile è ancora più netto di quello Heidegger. Il suo coinvolgimento con il fascismo fu organico, il suo impegno totale dall'inizio alla fine, la sua posizione non marginale ma centrale e trainante. Ma quale rapporto sussiste tra il suo attualismo e il fascismo? Si può dire che la sua scelta per il fascismo derivasse dalla sua concezione filosofica?
In Heidegger si sono stabilite connessioni tra il suo impegno politico e il suo pensiero filosofico cercando appiglio nel suo decisionismo, nel suo orrore per il sociale, nella sua dichiarata sfiducia verso l'opinione pubblica e la democrazia. Ma in Gentile?
Da un lato Gentile aveva elaborato la sua concezione idealistica già nel 1920, dunque prima dell'avvento del fascismo. Dall'altro, i fascisti non recepirono affatto le dottrine dell'attualismo. Propugnavano una mistica dell'azione, un attivismo radicale, che era l'opposto del pensiero come atto puro. Anche la politica culturale di Gentile - per esempio il modo in cui condusse l'Enciclopedia Italiana - si ispirò a criteri scientifici di apertura e liberalità in contrasto con l'ideologia fascista. Insomma, nella realtà dei fatti - come ha sostenuto Gennaro Sasso, che ha recentemente ricostruito il profilo del filosofo in una voce della Enciclopedia Treccani (che va ad aggiungersi a un numero della rivista Giornale critico della filosofia italiana interamente dedicato al filosofo) - la via di Gentile al fascismo non fu filosofica, non fu tracciata in base alla teoria generale dello spirito come atto puro, ma fu aperta sul piano storico di una decisione storico-politica passionale. Ciò non significa liberare Gentile e la sua filosofia dal peso del fascismo. Né aprire la strada a interpretazioni "transpolitiche" che la decontestualizzano e pretendono - data la sua eccedenza rispetto al pensiero di destra - di farla andare bene anche a sinistra. No, il pensiero puro di Gentile è semplicemente eterogeneo rispetto alla politica. Sta su un piano diverso che le categorie della destra e della sinistra non lambiscono. L'unica prassi derivabile dalla teoria dello spirito come atto puro è la prassi pura del pensiero, il pensiero come prassi, generato e compiuto entro l'atto e la sua eterna struttura.
Ma appunto questo è il problema: può la filosofia chiamarsi fuori dalla politica? O non incombe da sempre al filosofo anche il compito - dopo la contemplazione delle sacre verità - di ridiscendere nella caverna di cui narra il celebre mito di Platone?
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