Sotto il segno di GentileCOME RIPENSARE LA SUA FILOSOFIA Al filosofo dell'attualismo è dedicata oggi una giornata
di studi e un'altra se ne terrà a marzo. Che cosa resta
del suo pensiero |
| Due convegni, uno si è aperto stamane a Roma, presso la
discoteca di Stato, l'altro si terrà nel poemeriggio del 6
marzo all'Accademia dei Lincei, ripropongono il caso
Gentile che, al pari del caso Heidegger, è una delle
questioni spinose ma inaggirabili che ingombrano la filosofia
del Novecento: intelligenze filosofiche eccelse cadute in un
imperdonabile errore di valutazione politica, potenze dello
spirito pronate al servizio dello spirito della potenza.
Come Heidegger nel 1933 cercò di cavalcare la tigre e
mettersi alla testa dell'università nazionalsocialista, così
Gentile, fin dal 1923, impegnò a fondo il suo genio a favore
del fascismo.
Proprio questo è il guaio: pensatori grandissimi del
Novecento si sono lasciati abbagliare dal totalitarismo.
Come spiegare questo fatto incomprensibile? Perché di
fronte al volto demoniaco del potere la vigilanza della
filosofia è venuta meno? Quale oscura attrazione esercitava
quel potere per risucchiare nel suo vortice tanta intelligenza?
L'atteggiamento più facile, e a lungo praticato nell'era delle
ideologie, è stato quello di rifiutare la loro opera. Ma è un
atteggiamento ottuso. Meglio capire quale rapporto sussista
tra le scelte politiche di Gentile, o di Heidegger, da un lato,
e le intuizioni filosofiche con cui essi hanno illuminato il
pensiero del Novecento, dall'altro.
Una risposta ci è suggerita da Hannah Arendt: teoresi
filosofica e capacità di giudizio politico sono due facoltà
della mente così diverse che il possesso dell'una non si
accompagna necessariamente a quello dell'altra.
Il grande teoreta può essere politicamente più ottuso
dell'uomo comune, e nulla preserva la sua mente dalla
banalità del male. Per questo il riso della servetta tracia che
si fa beffe del filosofo caduto nel pozzo può essere in
politicis molto salutare.
In verità, nel caso di Gentile e di Heidegger si manifesta
qualcosa di più profondo che una semplice privazione
personale della capacità di giudizio politico. In loro viene
alla luce la dissociazione contemporanea di filosofia e
politica, con la conseguente impossibilità di una "filosofia
politica" nel senso classico del termine.
Il caso Gentile è ancora più netto di quello Heidegger. Il suo
coinvolgimento con il fascismo fu organico, il suo impegno
totale dall'inizio alla fine, la sua posizione non marginale ma
centrale e trainante. Ma quale rapporto sussiste tra il suo
attualismo e il fascismo? Si può dire che la sua scelta per il
fascismo derivasse dalla sua concezione filosofica?
In Heidegger si sono stabilite connessioni tra il suo impegno
politico e il suo pensiero filosofico cercando appiglio nel suo
decisionismo, nel suo orrore per il sociale, nella sua
dichiarata sfiducia verso l'opinione pubblica e la
democrazia. Ma in Gentile?
Da un lato Gentile aveva elaborato la sua concezione
idealistica già nel 1920, dunque prima dell'avvento del
fascismo. Dall'altro, i fascisti non recepirono affatto le
dottrine dell'attualismo. Propugnavano una mistica
dell'azione, un attivismo radicale, che era l'opposto del
pensiero come atto puro.
Anche la politica culturale di Gentile - per esempio il modo
in cui condusse l'Enciclopedia Italiana - si ispirò a criteri
scientifici di apertura e liberalità in contrasto con l'ideologia
fascista.
Insomma, nella realtà dei fatti - come ha sostenuto Gennaro
Sasso, che ha recentemente ricostruito il profilo del filosofo
in una voce della Enciclopedia Treccani (che va ad
aggiungersi a un numero della rivista Giornale critico della
filosofia italiana interamente dedicato al filosofo) - la via di
Gentile al fascismo non fu filosofica, non fu tracciata in base
alla teoria generale dello spirito come atto puro, ma fu
aperta sul piano storico di una decisione storico-politica
passionale.
Ciò non significa liberare Gentile e la sua filosofia dal peso
del fascismo. Né aprire la strada a interpretazioni
"transpolitiche" che la decontestualizzano e pretendono -
data la sua eccedenza rispetto al pensiero di destra - di farla
andare bene anche a sinistra. No, il pensiero puro di Gentile
è semplicemente eterogeneo rispetto alla politica. Sta su un
piano diverso che le categorie della destra e della sinistra
non lambiscono.
L'unica prassi derivabile dalla teoria dello spirito come atto
puro è la prassi pura del pensiero, il pensiero come prassi,
generato e compiuto entro l'atto e la sua eterna struttura.
Ma appunto questo è il problema: può la filosofia chiamarsi
fuori dalla politica? O non incombe da sempre al filosofo
anche il compito - dopo la contemplazione delle sacre verità
- di ridiscendere nella caverna di cui narra il celebre mito di
Platone? |