RASSEGNA STAMPA

20 FEBBRAIO 2000
SERGIO RICOSSA
Libertà e scuola austriaca
Contro i presuntuosi della perfezione
Lorenzo Infantino, "Ignoranza e libertà", Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2000, pagg, 266, L. 26.000.
Che tempi!Vi sono dei temerari che osano elogiare l'ignoranza, l'irrazionalità, l'imperfezione. Vi sono dei nobili precedenti: l'elogio della pazzia eccetera. Ma la pazzia erasmiana è una "pazzia" tra virgolette, che al meglio corrisponde alla fede cristiana: "I pazzi più frenetici son proprio coloro i quali siano alfine afferrati per intero dall'ardore della cristiana pietà". E continua il filosofo: "Ne è segno manifesto lo sciupio che fanno dei loro beni, il nessun conto delle offese, la rassegnazione agli inganni, il non distinguere tra amici e nemici". Siamo di fronte alla somma pazzia del figlio di Dio che sceglie per sé il martirio della croce. L'elogio dell'ignoranza, come viene dai moderni, per esempio da Lorenzo Infantino nell'ultimo suo libro, poggia su basi ben diverse. In quel libro, Erasmo non è nemmeno citato. Eppure, eppure... Forse un nesso c'è.
Consideriamo, un po' per gioco e un po' sul serio, l'ipotesi di un uomo nient'affatto ignorante, anzi onnisciente. Costui conosce fra l'altro le leggi della storia (proprio come credeva Marx: s'è poi visto con quanta presunzione). E' in grado di prevedere il futuro di tutti noi, che dunque non siamo più liberi, bensì costretti da un destino cui non si sfugge. Ma se privi di libertà siamo pure privi dì qualsiasi responsabilità morale. Non siano più uomini, siamo degli automi. Siamo dei fantocci programmati una volta per sempre. E non possiamo nemmeno più coltivare la speranza nella grazia (o Grazia?) divina. Qualsiasi speranza presuppone che il futuro sia incerto, compresa la speranza di vincere al Lotto.
Esattamente come nel gioco del lotto, di fronte a un futuro opaco o poco trasparente la razionalità delle nostre scelte si attenua fino a scomparire nella lontananza. Matematici ed economisti si sono affannati a elucubrare teorie delle scelte razionali nell'incertezza: la nuova Smorfia scientifica. Se avessi spazio mi sarebbe facile elencare una lunga lista dei guai provocati dagli economisti giocando con l'ipotesi sciagurata della piena razionalità. Basti un esempio: sfogliate i manuali di economia e trovate ripetuta fino alla noia la sciocchezza, banale e falsa, che l'imprenditore razionale massimizza il suo profitto. No, non massimizza un bel niente. Massimizzare il profitto nel breve termine non è razionale perché potrebbe nuocere al profitto negli anni successivi. E massimizzare il profitto nel lungo termine (un decennio, un secolo?) è semplicemente velleitario. Nemmeno a posteriori, dopo un decennio o un secolo, l'imprenditore o un altro, al suo posto potrebbe dimostrare che un'altra strategia non sarebbe stata migliore.
L'onniscienza, la piena razionalità, la perfezione umana presuppongono l'uomo-Dio, l'uomo che si crede divino per vanità; o anche soltanto l'uomo preda degli allucinogeni. L'uomo allucinato non è libero lui e, se ha potere, non concede libertà agli altri. Quando Lorenzo Infantino intitola il suo ultimo libro Ignoranza e libertà non gioca al paradosso. Egli è tremendamente serio, così come lo furono i suoi maestri, gli autori laici che più cita: non Erasmo (che pure, in qualità di antifanatico, non guasterebbe la compagnia), ma Popper al primo posto, Hayek al secondo, Mises al terzo. Tre austriaci: perciò il libro figura nella collana "Biblioteca Austriaca", vanto dell'editore Rubbettino. Tre austriaci e tre esuli dall'Austria, che il terrificante secolo XX coinvolse nei suoi furori (nessun Paese europeo fu risparmiato del tutto).
Infantino, però, giunge ai suoi amati austriaci partendo da lontano, addirittura da Pericle, riprendendo il secolare dibattito tra la libertà degli antichi e la libertà dei moderni. Riusa il secolare confronto tra Atene e Sparta e la Città platonica. Ne risulta una sintesi storica della filosofia occidentale, che resta al di sotto delle trecento pagine, e che per giunta ingloba una sintesi storica del pensiero liberale. Un virtuosismo, quello di Infantino, che la dice lunga sull'autore: un giovane precocemente giunto alla maturità del pensiero. E alla limpidezza del pensiero il fatto è che, trovato il bandolo della matassa, tutto diviene semplice, molto più semplice di quando confondevamo il liberalismo con il parlamentarismo, il liberismo col laissez faire, l'economia di mercato con l'applicazione della teoria neoclassica dell'equilibrio generale, la socialità con lo statalismo eccetera.
Resta ovviamente almeno un dubbio. A che giova la chiarezza? Chi la cerca? Per farne che? Chi è disposto rendersi conto che la consapevolezza dei limiti della ragione umana non esclude la continua indagine per affinare il pensiero? Ed esige il dibattito nella reciproca tolleranza? Infantino lo sa benissimo: egli non ha pubblicato il libro definitivo, perché per lui (e per me) non esistono libri definitivi.
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