RASSEGNA STAMPA

20 FEBBRAIO 2000
ADRIANO PAGNINI
Crederci per fede o per amore
La psicoanalisi è istituzione, è teoria della mente, è teoria clinica, è terapia, è teoria della personalità, è teoria del simbolismo, è anche quella cosa cara ai filosofi che ha a che fare col socratico "conosci te stesso", e tant'altro. Quale giudizio o valutazione unitaria si potranno mai dare di tutte queste cose insieme? Di che cosa stiamo parlando in questo dibattito?
I filosofi oggi paiono interessati più alla psicoanalisi come filosofia della mente; ma certe loro valutazioni in materia mi lasciano un po' perplesso. Siamo davvero sicuri, come vuole Maffettone, che Freud sia stato un anticartesiano di ferro? Ernst Tugendhat (Autocoscienza e autodeterminazione) dimostra convenientemente di no; mentre John Cottingham (Philosophy and the Good Life) direbbe addirittura che in Cartesio, a leggerlo bene, c'è tanto Freud ante litteram! E siamo sicuri che Freud abbia fatto fuori il "rappresentazionalismo" dalle teorie della mente, prima di Wittgenstein e Davidson? E' come minimo strano che proprio Davidson si sia rivolto a Freud per assumerne la ripartizione del mentale, popolarla di omuncoli, e spiegare così, causalisticamente e con palesi cornpromissioni ontologiche, i comportamenti irrazionali. Ma in fondo tutto questo poco importa; tanto non sappiamo neppure se il rappresentazionalismo sia in fondo un bene o un male.
E allora occupiamoci di terapia e facciamo parlare gli psicoanalisti. Mancia rassicura i nevrotici che "nella conoscenza della mente inconscia e nella cura delle sue sofferenze... la psicoanalisi non ha rivali". Come lo sa? Non certo dai tanti rapporti su ricerche epidemiologiche, sperimentali e comparative circa l'efficacia terapeutica della psicoanalisi (in The Effects of Psychological Therapy di Rachman e Wilson dell'80, si leggeva che "non vi è ancora alcuna evidenza accettabile a sostegno della tesi che la psicoanalisi sia un trattamento efficace"; in Fisher e Greenberg, Freud Scientifically Reappraised, del '96, si legge, al massimo dell'ottimismo, che "gli esiti della terapia psicoanalitica, dal riscontro dei vari test, non sono risultati superiori, né inferiori, a quelli di approcci alternativi". Vedi anche E. Erwin, A Final Accounting, 1996). Ma già, dimenticavo che per Mancia la psicoanalisi "non è una scienza sperimentale" (neppure la teoria terapeutica?), e che dunque guarda a tutto ciò con sussiego e sospetto. E l'astronomia, che non è al pari una scienza sperimentale, rinuncia perciò a raffinare le osservazioni e i controlli? Non è un caso che un epistemologo acuto come Clark Glymour abbia suggerito per certe ipotesi psicoanalitiche una strategia di conferma, detta bootstrap, in analogia con il controllo delle leggi di Keplero nei Principia di Newton. Ma il fatto forse è che neppure le questioni di validazione e prova interessano un gran che (soprattutto a noi italiani, che non abbiamo le assicurazioni che pagano le terapie!). E allora per noi tanto vale dirsi genericamente 'ermeneuti', e lasciare nel vago se i benefici portati dall'analisi siano l'eliminazione dei sintomi, o meno impegnativamente un qualche insight che dia maggiore conoscenza di sé, un più di autonomia e di emancipazione, un cambiamento del carattere, un semplice "esser presi in cura". Come se per tutti questi "benefici" (una volta capito bene in cosa consistono) ci si potesse esimere dal dimostrare perché si possono ottenere con quelle tecniche e con quei tempi clinici e non con altro; e perché manipolare significati e produrre "narrative", se con essi si operano cambiamenti, non sia istituire nessi "causali", come tali da accertare ahinoi, non si scappa - con gli esecrati canoni del metodo induttivo. Ovunque, anche in medicina, i trials, i controlli "cruciali", le randomizzazioni, sono chimere abbandonate; ma non per questo si rinuncia alle evidenze.
E allora, psicoanalisti: prove e confronti, il più possibile fuori di parrocchia! Mentre ai filosofi del coro raccomando più che altro prudenza.
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Il mondo dell'uomo